Quando collassa il centro
Corriere della Sera - Cultura

Quando collassa il centro

Mercoledì 12 agosto 2026
2 visualizzazioni

Con il vuoto al centro avanzano gli estremi. Dall’America all’Europa la democrazia lascia il campo libero ai populisti

Eclissi solare, le foto e le reazioni in diretta

Quando collassa il centro

Goffredo Buccini | 12 agosto 2026

Con il vuoto al centro avanzano gli estremi. Dall’America all’Europa la democrazia lascia il campo libero ai populisti

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

A populista, populista e mezzo? Si ridurrà davvero a questo continuo rilancio il canone della competizione fra una sinistra che ha smarrito il buonsenso del riformismo e una destra sempre più insofferente ai lacciuoli dello stato di diritto? L’esito delle recenti primarie democratiche in Michigan è una campana che suona per tutti i liberaldemocratici d’Occidente. A competere a novembre per un seggio da senatore contro il repubblicano convertito al trumpismo Mike Rogers, sarà Abdul El-Sayed, un musulmano praticante che sostiene posizioni molto radicali anche contro il proprio stesso partito (da lui definito «corrotto»).
Per i liberal di centrosinistra che quel partito hanno guidato negli ultimi trent’anni e passa si tratta, secondo l’autorevole rivista The Atlantic, di «una catastrofe totale». Un punto di non ritorno che rende necessario un profondo ripensamento nelle scelte delle leadership dem.

Può darsi che il fenomeno El-Sayed sia sopravvalutato, in quanto moltiplicatore della vittoria di Zohran Mamdani a New York e in generale dell’ascesa nelle file dell’opposizione americana dei Dsa, i «democratic socialists» nipotini di Bernie Sanders e fratelli minori di Alexandria Ocasio-Cortes. Può darsi che la bolla mediatica attorno all’estremismo dem dimentichi emergenti moderati come il georgiano Jon Ossof (notevole il suo j’accuse contro la cleptocrazia di questa nuova stagione trumpiana).
Ma il vento pare innegabilmente quello, e non solo negli Stati Uniti: un duello fra ali estreme coi centristi al palo. Pure se Donald Trump è più l’effetto che la causa d’una crisi che lo precede ampiamente, è inconfutabile il salto di specie prodotto dal suo secondo mandato. Il populismo a tendenza autocratica del XXI secolo non nasce con lui in America, nasce in Russia con Vladimir Putin, capace di far digerire alla sua gente l’azzeramento d’ogni libertà in cambio d’una fiammata d’orgoglio revanscista dopo le umiliazioni subite al tempo di Eltsin. Ma è Trump che ha mostrato al mondo come si possa vincere (e rivincere) in una democrazia matura e articolata accantonando ogni rispettabilità del discorso pubblico, ogni plausibilità degli impegni elettorali, ogni legame della parola con la verità. Questo sdoganamento ha abbassato il costo reputazionale dell’indecenza e dell’implausibilità per tutti coloro che volessero seguirne il corso: e non pochi di costoro animano oggi la politica europea.

Per citare un esempio a noi prossimo, il golden boy dei sondaggi nostrani, Roberto Vannacci, ha potuto sostenere, senza finora pagare dazio nei consensi, di voler fissare a un 4% sul totale della popolazione la quota di stranieri residenti in Italia (al momento al 9,4)%: perciò «remigrando», a conti fatti, tre milioni di migranti regolari; uno schiaffo al senso comune oltre che alla Costituzione, accompagnato peraltro dall’equivoco doloso tra le parole «remigrazione» e «rimpatrio», tutt’altro che sinonimi. Il tribuno dell’estrema sinistra francese Jean-Luc Mélenchon, forse il miglior alleato involontario di Marine Le Pen nella sua marcia verso l’Eliseo, ha nel programma per le presidenziali 2027 la pensione a 60 anni per tutti e con piena contribuzione: facile intuire quanto questa riforma — devastante per le casse dello Stato — piaccia ai cittadini più di quella voluta da Macron per salvare il sistema, con età pensionabile elevata a 64 anni. Dieci anni fa, Nigel Farage convinse gli inglesi che uscendo dalla Ue avrebbero goduto di 350 milioni di sterlinein più alla settimana per il sistema sanitario: a Brexit compiuta ammise che stava scherzando; ma ancora oggi, pur inseguito dagli scandali, è in cima agli indici nazionali di gradimento.

Analisti come l’olandese Cas Mudde o gli americani Levitsky e Ziblatt attribuiscono la polarizzazione cui assistiamo a un collasso del centro come spazio di mediazione più che a un irrigidimento ideologico collettivo: i partiti tradizionali hanno perso, assieme alla capacità di leggere questo nostro tempo vorticoso, quella di aggregare consenso; sembra una tautologia, ma è un dato di fatto. Una massa senza bussola si sposta così verso i poli perché li trova identità e chiarezza. Sono queste, infatti, le grandi armi del discorso populista: «noi» contro «loro» in una ricetta binaria che per i problemi complessi (si prenda ancora l’esempio dell’immigrazione) offre soluzioni facili. Dunque fasulle. E, tuttavia, attraenti nel loro carico di rassicurazione. Crisi di rappresentanza, diseguaglianza, crollo del welfare, insicurezza: la polarizzazione che in Germania fa volare l’Afd nonostante le sue parole d’ordine criptonaziste tiene a galla, nel loro piccolo, fenomeni marginali ma da osservare con attenzione come il neogrillismo di Alessandro Di Battista in Italia. Chiunque la spari grossa ha più uditorio di chi provi a ragionarci su.

È un declino strutturale? Forse. Può darsi che la crisi economica che sferza l’Occidente da anni abbia eroso la base sociale delle liberaldemocrazie: globalizzazione e multilateralismo, loro pilastri, traballano. Ma può anche darsi che il sistema debba solo ricalibrarsi, cambiare ciclo. Trovare le parole per una nuova connessione sentimentale con i cittadini. Certo, modificando molto nelle ricette economiche degli ultimi trent’anni. Archiviando il neoliberismo che pareva avesse scritto la fine della storia. Accettando l’idea che la storia è scritta ogni giorno da uomini e donne ai quali raccontare con coraggio la verità con le stesse parole semplici usate dai populisti propalare le loro menzogne. Il cattolico Chesterton diceva che non è vero che chi smette di credere in Dio non crede più in nulla: comincia piuttosto a credere a tutto. Con la democrazia, si parva licet, è un po’ così. Chi smette di credere nelle istituzioni liberali, può credere a qualsiasi ciarlatano di passaggio. Prima dei voti bisogna recuperare la fede.

12 agosto 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Goffredo Buccini

Quando collassa il centro

Mercoledì 12 agosto 2026 di Walter Veltroni

E se Trump a fine agosto...

Mercoledì 12 agosto 2026 di Paolo Conti

II grande mistero del mare che racconta la nostra storia

Mercoledì 12 agosto 2026 di Danilo Taino

Generali a Palazzo. O in caserma?

Mercoledì 12 agosto 2026 di Antonio Polito

Ranucci premier. Il sogno è finito (grazie a Lavitola)

Mercoledì 12 agosto 2026 di Paolo Benanti E Sebastiano Maffettone

Una folla senza indirizzo

Martedì 11 agosto 2026 LEGGI TUTTI

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo