Merano, la filosofa Ilaria Gaspari inaugura il Festival della solitudine: «Gli smartphone condannano a un’alienazione perenne»
Corriere della Sera - Cultura

Merano, la filosofa Ilaria Gaspari inaugura il Festival della solitudine: «Gli smartphone condannano a un’alienazione perenne»

Mercoledì 12 agosto 2026
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Si parlerà di relazioni, cultura e psicoterapia: «Importante distinguere tra l’isolamento subìto e la solitudine come spazio fecondo per coltivare i propri pensieri»

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Merano, la filosofa Ilaria Gaspari inaugura il Festival della solitudine: «Gli smartphone condannano a un’alienazione perenne»

di Silvia M. C. Senette

Si parlerà di relazioni, cultura e psicoterapia: «Importante distinguere tra l’isolamento subìto e la solitudine come spazio fecondo per coltivare i propri pensieri»

«Oggi viviamo un’alienazione perenne: lo smartphone riempie lo spazio della riflessione e l’iperconnessione ci isola. L’impegno della filosofia è aiutare a vivere meglio, coltivando un’idea di vita libera, condivisa e aperta a tutte e tutti». Ilaria Gaspari, studi tra la Normale di Pisa e la Sorbona di Parigi, è una delle voci più acute del panorama filosofico italiano. Domenica 30 agosto alle 19 arriva a Merano, protagonista, nel Giardino dell’Accademia dell’incontro «Una stanza privata» al «Festival della Solitudine». La rassegna, promossa dal Comune di Merano in collaborazione con l’Accademia di Studi Italo-Tedeschi, esplora attraverso cultura, sport, psicoterapia le fragilità del nostro tempo e il valore delle relazioni.

Ilaria Gaspari, cos’è per lei la solitudine?
«Distinguo tra l’isolamento subìto e la solitudine come spazio fecondo per coltivare i propri pensieri. L’isolamento è una condizione spietata perché l’essere umano vive di relazioni. la solitudine invece è vitale. Oggi smarriamo entrambe: il tempo dell’ascolto interiore è invaso dai telefoni e la connessione costante sfocia in un isolamento profondo».

A Merano parlerà della «stanza privata»: il confine tra privilegio creativo e trappola professionale?
«Lo studio e la scrittura richiedono una concentrazione profonda e invisibile: uno spazio privato che l’editoria odierna fatica a tutelare, travolta dalla smania dell’autopromozione. La trappola scatta quando il lavoro intellettuale si atomizza in una competizione esasperata. Essendo cresciuta in un contesto iper-competitivo come la Normale, mi sono felicemente immunizzata da questa gara continua».

Nel saggio «L’hotel del tempo perso» (Rizzoli) approfondisce il furto dell’innocenza. La solitudine sofferta è un nuovo furto della capacità di restare soli?
«Sì. Ogni gesto quotidiano viene risucchiato da un ciclo iper-consumistico. Una volta, dopo un incontro, si camminava da soli a contatto con la propria coscienza. Oggi il telefono colma ogni vuoto. Ci sottraiamo costantemente al tempo in cui le esperienze si depositano dentro di noi. La scrittura rimane, per me, uno dei pochi tentativi per riappropriarsi di quel lavorio profondo».

Tra Milano, Pisa, Roma e Parigi, la sua «solitudine» cambia a seconda della latitudine?
«Direi di sì. Amo le grandi metropoli in cui ci si può dissolvere e osservare la vita senza essere visti: a Parigi provavo la bellezza liquida di non essere nessuno, a Roma le distanze enormi, ma i quartieri abbracciano come una madre, talvolta spietata. La mia solitudine cambia registro a seconda della geografia e delle voci intorno».

Sui social, come @ilarionanazionale (oltre 20mila follower), abbatte i cliché accademici: t-shirt sull’ansia, ritratti di Proust sulla schiena, «santa dei pomodori» davanti a una caprese. L’ironia è un modo di fare filosofia?
«Sono fatta così, non riesco a indossare una maschera costruita. L’umorismo serve a proteggere la propria vulnerabilità e a non prendersi mai troppo sul serio. Rifiuto l’idea di trasformarmi in un prodotto da pubblicizzare. Per me la filosofia deve spalancare la vita, non incasellarla in vetrina».

Il mondo filosofico è stato a lungo feudo maschile e serioso: le è costato mantenere leggerezza?
«All’università il mio essere solare e sorridente disorientava. Ho scelto di non chiedere scusa per la mia femminilità e di non adeguarmi a una serietà tetra. L’ironia è una forma altissima di conoscenza, da Socrate a Montaigne fino a Proust. Non serve essere seriosi per fare cose serie».

Alla Scuola Holden insegna a scrivere. È più arduo trasmettere la disciplina della solitudine o il coraggio di esporsi?
«Insegno a dimenticare l’ansia di fare bella figura e a accettare la fatica del tempo invisibile. Oggi predomina la fretta di mostrarsi e di pubblicare, ma la vera letteratura esige di scomparire nella pagina e di attraversare la solitudine prima di esporre la propria voce».

Quale parte della solitudine di scrittrice difende?
«Ho sempre separato la mia vita privata dalla pagina scritta. Sono molto timida e uso la narrativa per schermarmi. Tradurre Proust e interrogarmi sul mio lavoro, però, mi sta spingendo a ridiscutere i miei confini. Quando fai un lavoro intellettuale autentico non resti mai la stessa persona: la scrittura ti trasforma sempre».

12 agosto 2026

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