Il Sud letterario? Rischia di essere il villaggio vacanze per i lettori del Nord
Corriere della Sera - Cultura

Il Sud letterario? Rischia di essere il villaggio vacanze per i lettori del Nord

Mercoledì 12 agosto 2026
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Lo scrittore interviene nel dibattito sull'esotismo nei romanzi e sostiene la tesi di PIzzati

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Il Sud letterario? Rischia di essere il villaggio vacanze per i lettori del Nord

di Vladimiro Bottone

Lo scrittore interviene nel dibattito sull'esotismo nei romanzi e sostiene la tesi di PIzzati

Foto di Elio Di Pace

La questione è reale: esiste un Nord, dagli elevati consumi librari, che esprime una particolare domanda di storie e le attinge da quel grande serbatoio di immaginario chiamato Sud. Dal Mezzogiorno d’Italia, un oggetto culturale che già nel Seicento i Gesuiti – orripilati e affascinati – chiamavano “le nostre Indie”. Del resto, per il Settentrione d’Europa in generale il Sud Italia ha rappresentato, tradizionalmente, una valvola di sfogo per la fuga, l’esperienza dell’Altro, l’avventura. A metà Ottocento, Andersen visse Napoli come un tuffo nella tentazione. Un secolo dopo, le sue connazionali avrebbero trasformato gli “all inclusive” a Sorrento nell’incontro con il maschio allo stato di natura. Il grande favolista, così come quelle favolose biondine dalla sensualità ignara di peccato, non facevano che esprimere la medesima tensione verso l’esotico. Quella tensione realizzabile nello spostamento fisico del turismo, oppure nel viaggio mentale, nell’uscita da sé della lettura. E così arriviamo ai nostri giorni. Alla divisione del lavoro culturale tra editori al Nord e scrittori al Sud. Alle acute osservazioni di Carlo Pizzati, intorno al Meridione come equivalente dell’India per il pubblico di Kipling o Forster. Con l’industria editoriale italiana che balza sull’occasione per rallentare il proprio declino, facendo ricorso all’esteso bacino della scrittura meridionale. Un delta del Gange coperto di lussureggianti mangrovie, attraversato da un continuo scorrere di cadaveri. Ed eccoci al corteo di commissari, sanguigni oppure sentimentali con l’occhio a mezz’asta, in ogni caso detentori di una capacità divinatoria che fa loro scorgere quanto al lettore-appuntato è precluso. A ciò si aggiunga la processione di guaritrici, maghe, diavolesse, zolfare. Più le saghe familiari di lontana ascendenza gattopardesca (a scusante del povero Tomasi di Lampedusa: nessuno è responsabile dei propri epigoni). Quella stessa famiglia che può degenerare in legame di clan, snodo di alleanze, radice di faide e motore di epopee camorriste da milioni di copie. Per tutto questo non c’è altra definizione: esotismo. Ovvero la risposta a una domanda culturale che muove, sempre, dalla nostalgia per ciò che le cosiddette conquiste della modernità avrebbero fatto smarrire. Così è dentro questo flusso di narrazioni meridionali – più o meno fruste o avvincenti – che il lettore padano ritrova quanto la sua quotidianità ha obliterato. L’autenticità, la femmina-femmina, il masculo-masculo, la naturalità del rapporto tra i sessi. La forza del passato, le spinte primordiali dell’esistenza, spesso censurate dalla mente moderna. Il rapporto primario con voracità, cibo, eros, passioni e pulsioni, tabuizzate da una concezione amministrativa ed europea della vita quotidiana, incline a normare, prescrivere, autorizzare l’intero spettro delle attività umane. 

Allora non rimane che evadere con un’avventura verso il Sur, all’interno di quello che Pizzati, con ragione, definiva come esotismo controllato. In questo senso, l’offerta narrativa di ambientazione mediterranea finisce per ricalcare il modello dei villaggi-vacanza, con quella peculiare capacità di soddisfare l’esigenza di insolito senza, però, destabilizzarne più di tanto il portatore o la portatrice. Si dà luogo, perciò, a un esotismo di prossimità ben attento a non cacciare nei guai il gentile ospite, così come la produzione romanzesca meridionale quasi mai si azzarda a mettere il lettore realmente con le spalle al muro. Il massimo del consentito è dare il brivido. Come nelle sere d’estate al mare, quando comincia a fare freschetto e le signore avvolgono in uno scialle di seta le loro spalle di seta. Così, proprio come in un ideale villaggio turistico sorto nel Sud del mondo, questa produzione di storie meridionaleggianti adagia il lettore sopra una comoda amaca di luoghi comuni, dove venire cullato dal proprio abbandono alle storie. Storie capaci di diluire l’ignoto nel risaputo, dentro un soft drink di personaggi caratteristici che consentono un’avventura testuale in ciabatte da mare. 
E la Letteratura, in questo scialo di narrativa e narrazioni? Come risposta mi torna in mente una circostanza autobiografica. Molti anni fa mi trovavo in un piccolo centro del Marocco, non così turisticizzato. L’albergo conservava un’impronta coloniale marcatamente francese, noi europei ce ne sentivamo protetti. Una sera, la mia compagna di viaggio ed io ci allontanammo in una sortita per quelle strade male illuminate, spopolate da una sorta di coprifuoco. A qualche isolato di distanza percepimmo un vociare che si avvicinava. Si sarebbero detti soldati della guarnigione in libera uscita, parecchio alticci. La mia accompagnatrice si allarmò; ci scambiammo un’occhiata e decidemmo di non sfidare la sorte, tornando nella hall dagli altri. Ecco: quelle voci inquietanti, quella scommessa con l’ignoto sono la Letteratura, il suo viaggio senza garanzie al termine della notte. Il resto no vi prego, non scherziamo.      

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