Cosmonauti Borghesi: «Il nostro pop nel segno di Roma Sud, con orgoglio»
Corriere della Sera - Cultura

Cosmonauti Borghesi: «Il nostro pop nel segno di Roma Sud, con orgoglio»

Mercoledì 12 agosto 2026
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La band romana pubblicherà il 28 agosto un nuovo album, «In analogico dirsi ti amo», che presenterà dal vivo il 4 settembre al Monk

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Cosmonauti Borghesi: «Il nostro pop nel segno di Roma Sud, con orgoglio»

di Paola Medori

La band romana pubblicherà il 28 agosto un nuovo album, «In analogico dirsi ti amo», che presenterà dal vivo il 4 settembre al Monk

I Cosmonauti Borghesi

Sono andati veloci. Forse troppo. In pochissimo tempo i Cosmonauti Borghesi hanno collezionato il kit completo del pop emergente: Sanremo Giovani, X Factor, il Circo Massimo, il Primo Maggio. Poi, invece di continuare a correre, hanno deciso di fermarsi. 

Un trio di ventenni

Tre ventenni — Leonardo Rese, Alessandro Mastropietro e Marco Cestrone — si sono chiusi in una casa di campagna, lontani dalla Capitale e dal rumore dell’industria musicale, per ricordarsi perché avevano cominciato a fare musica. Il risultato è In analogico dirsi ti amo (in uscita venerdì 28 agosto per CinicoDisincanto/Artist First), un album che prova a rimettere al centro quello che rischiamo di perdere: le emozioni senza filtri, le relazioni senza schermi, perfino il coraggio di dirsi «ti amo» guardandosi negli occhi. Il 4 settembre lo presenteranno dal vivo al Monk. «Questo disco è il nostro modo di ricordarci perché abbiamo iniziato», dice la band.

Ci si ama spesso più solo via social. Il vostro è un disco fuoritempo?

«In teoria dirsi “ti amo” dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Invece la nostra generazione vive immersa nei filtri. Nel disco riprendiamo le sonorità del passato per recuperare sensazioni che stiamo perdendo».

Perché farlo uscire nel pieno delle vacanze?

«Come tutte le nostre scelte, non ci abbiamo pensato troppo. Volevamo evitare la ressa autunnale e dare al disco uno spazio tutto suo. Ma soprattutto era un’esigenza nostra: nasce dopo un anno di lavoro in cui avevamo bisogno di fermarci, chiuderci e capire cosa ci stesse succedendo davvero».

Anche il vostro nome è una contraddizione: cosmonauti e borghesi. Chi siete dei due?

«Siamo un ibrido, proprio come l’ossimoro del nostro nome. Il cosmonauta sovietico e il borghese sulla carta non possono coesistere, ma noi nella vita siamo così: un po’ borghesi dell’Eur e un po’ no. Ci piace questa contrapposizione, si riflette anche nella nostra musica».

«Sanremo Giovani», Circo Massimo a Capodanno, Primo Maggio. Poi vi siete chiusi in campagna.

«Roma la viviamo sempre, ma la città a volte è cosparsa di troppi filtri. Quando scriviamo, dobbiamo isolarci per ritrovare la realtà. Stare tra di noi, suonare, capire. Essere una band è come un matrimonio: sono quattro anni che ci vediamo tutti i santi giorni e la sfida è scegliersi ogni mattina».

Sonorità euforiche e spensierate, ma nei testi c’è parecchia ombra. Vi fa paura la leggerezza?

«Anche se facciamo pop, non raccontiamo le favole. In un brano come Gocce di limone, sotto una veste sonora pop, affrontiamo un tema duro come la depressione e i momenti bui che abbiamo visto attraversare dalle persone intorno a noi».

C’è stato anche il capitolo «X Factor», dove vi siete fermati ai Bootcamp.

«Quando entri in certi meccanismi televisivi, se non hai principi saldi rischi che ti facciano finire la carriera in un attimo. A «X Factor» hanno capito che non potevano manipolarci. Non facevamo quello che volevano loro. È una scelta: preferiamo metterci vent’anni, ma costruire qualcosa di vero».

Come si fa a non diventare un prodotto?

«La forza nostra è nata fin dall’inizio: sappiamo chi siamo. Non accettiamo dinamiche che non ci appartengono. Crediamo in quello che facciamo».

Molti dei vostri colleghi prendono il volo per Milano. Voi restate a Roma Sud.

«Il mito di Milano per noi è deceduto. Roma bisogna conquistarla e noi abbiamo fatto la gavetta vera, suonando ovunque: nei centri sociali, nelle chiese, per terra, per strada a Garbatella. Essere una band romana per noi è un orgoglio».

Ai ragazzi della vostra età che vi ascoltano, cosa volete far arrivare?

«Che bisogna credere nei sogni. Vediamo molta rigidità e troppa paura di non farcela, negli studi come nel lavoro. Si pensa e si calcola troppo. A volte bisognerebbe solo lasciarsi andare, ed è quello che facciamo noi con la musica: emozionarci, prima di tutto». 

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