A Maura Delpero la massima onorificenza di Laives: «È una vera ambasciatrice della cultura locale»
Alla regista bolzanina autrice di «Vermiglio» sarà consegnato l’Anello d’Onore del paese in cui è cresciuta
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A Maura Delpero la massima onorificenza di Laives: «È una vera ambasciatrice della cultura locale»
di Silvia M. C. SenetteAlla regista bolzanina autrice di «Vermiglio» sarà consegnato l’Anello d’Onore del paese in cui è cresciuta
Lunedì prossimo, alle 19.30, il Teatro di San Giacomo, a Laives, consegnerà l’Anello d’Onore a Maura Delpero. È il tributo più alto della città in cui è cresciuta la regista bolzanina, deliberato all’unanimità dal Consiglio comunale per celebrare una carriera che ha portato il nome del territorio sui palcoscenici del mondo. «Un riconoscimento alla sua capacità di esplorare la realtà con sguardo limpido e viscerale, facendosi vera e propria ambasciatrice della cultura locale». Per la cineasta altoatesina si tratta dell’ennesimo riconoscimento, ma quello delle sue radici è un ritorno a casa che profuma di gratitudine reciproca.
Nata a Bolzano nel 1975 e diplomata tra gli atenei di Bologna, della Sorbona di Parigi e le aule di drammaturgia a Buenos Aires, Delpero sta vivendo una stagione straordinaria. Mentre non si è ancora spento l’eco del successo internazionale di «Vermiglio», vincitore del Leone d’Argento a Venezia, di quattro David di Donatello e inserito nella shortlist degli Oscar, l’attenzione degli addetti ai lavori si sta già spostando sul suo prossimo lungometraggio: «Klimt», un progetto sostenuto dalla seconda call 2026 di Idm Alto Adige per la pre-produzione. Mantenendo la partnership con la casa di produzione bolognese Cinedora, l’autrice abbandonerà temporaneamente i paesaggi agresti per firmare una storia di finzione intimista e ad alta densità psicologica. La trama ruota attorno alle dinamiche di tre componenti di uno stesso nucleo familiare, mettendo a nudo segreti e complessità esistenziali per leggere, attraverso questo microcosmo, le fragilità della contemporaneità.
Un nuovo capitolo per una firma divenuta già punto di riferimento del cinema d’autore. Dagli esordi documentaristici fino al folgorante «Maternal», il percorso artistico di Delpero si è sempre nutrito di un legame viscerale con la memoria e i territori. Come per «Vermiglio», ambientato nell’immediato dopoguerra e ispirato a un ricordo del padrescomparso. «È un luogo dell’infanzia a cui non avevo più pensato razionalmente e a cui sono tornata con la morte di mio papà - rivela Delpero -. Dietro c’è stato un sogno del babbo che è venuto a trovarmi da bambino e quindi ho iniziato a ritornare in quei luoghi di alta montagna. Io per la scrittura mi immergo nel luogo, frequento le persone, ho fatto tantissime interviste perché il film parla del 1944-45 e c’è stato un lavoro sulla memoria e sull’immaginario».
Un’opera radicata nelle comunità alpine, da cui è nata anche la scelta rigorosa di utilizzare il dialetto trentino e coinvolgere attori locali. «Per me era importantissimo per una questione proprio filologica di rispetto storico. Vermiglio è un posto dove adesso non si parla in italiano, figuriamoci se mi sarei permessa di fargli parlare in italiano nel 1944 - rivela la regista -. Questo poi ha dettato anche una serie di scelte del film. C’è stata un’immersione in questa musica della valle, un dialetto molto specifico perché di confine, che da una parte sento molto duro e dall’altra di una dolcezza enorme».
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La cifra stilistica di Delpero risiede nel raccontare l’emancipazione attraverso la necessità quotidiana. «Mi sono resa conto che ho raccontato sempre persone che, per classe sociale, ambiente o situazioni di genere, nascono in una situazione di limite e mi emoziona come affrontino momenti straordinari nell’ordinario, superando questi limiti e mantenendo una grande dignità. Quando ci si concentra sul locale, soprattutto sui grandi temi, sui sentimenti che tutti gli esseri umani provano, si riesce a far conoscere qualcosa di molto identitario e allo stesso tempo parlare guardando oltre». Dopo la conquista del David di Donatello, prima regista donna della storia del premio, l’artista riflette con disincanto e tenacia sul proprio cammino. «Eravamo la maggioranza, tre registe donne su cinque: stiamo ribaltando un po’ le statistiche e speriamo che si normalizzi, che non lo noteremo più - auspica Delpero -. Sento che è arrivato un riconoscimento di tanti anni di lavoro, partito dal nulla e in salita ripidissima». Ora, tra l’Anello d’Onore della sua Laives e il nuovo film, per la regista è il tempo di raccogliere i frutti prima di ritrovare la dimensione della scrittura. «A un certo punto dovrò chiudere la porta e rimettermi in solitudine. Sto ricevendo molte proposte da fuori e mi sto ascoltando: vediamo dove mi porteranno».
11 agosto 2026 ( modifica il 11 agosto 2026 | 15:41)
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