Sud letterario, ecco perché in Cina il mio romanzo è considerato esotico
Corriere della Sera - Cultura

Sud letterario, ecco perché in Cina il mio romanzo è considerato esotico

Martedì 11 agosto 2026
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Lo scrittore si inserisce nel dibattito sulla letteratura del Mezzogiorno e il «turismo culturale»

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Sud letterario, ecco perché in Cina il mio romanzo è considerato esotico

di Massimiliano Virgilio

Lo scrittore si inserisce nel dibattito sulla letteratura del Mezzogiorno e il «turismo culturale»

Foto di Elio Di Pace

Un anno prima della pandemia, partii per un viaggio in Cina da cui non sapevo cosa aspettarmi. Laggiù un mio romanzo, «L’americano», pubblicato in Italia da Rizzoli pochi anni prima, aveva trovato un destino insolito: dapprima era stato tradotto in mandarino, successivamente era stato ritirato per «oscenità e violenza», poi fu liberato dalle segrete dei libri censurati e infine riportato sugli scaffali dove diventò un best seller. 
Per i miei libri, che fino ad allora avevano goduto di buona critica, apprezzamenti ai premi, ma che mai avevano incontrato un pubblico così numeroso, fu una grande novità. Ecco spiegate le ragioni di quell’invito che mi portarono a scrutare, intravedendolo appena, l’affascinante, immenso e a volte incomprensibile (per un occidentale) mondo culturale cinese. 
Tra le prime preoccupazioni di quel viaggio, in virtù di una sindrome dell’impostore mai superata, chiesi alle diverse personalità che mi accompagnarono nelle presentazioni di azzardare una risposta su quale fosse il motivo del successo di quel romanzo presso i lettori della Repubblica popolare cinese. 

La risposta che ho ricevuto posso sintetizzarla in maniera perfetta con le parole che Carlo Pizzati ha usato su «La Stampa» giovedì scorso relativamente all’esotizzazione nazionale della letteratura e del mercato librario in Italia: «Quando i romanzi meridionali trionfano (...) accade perché il Sud ha prodotto storie che il Nord consuma come rappresentazione di ciò che ha perduto». Sostituite al Nord della penisola la Cina del pre-Covid e avrete più o meno la stessa motivazione che fu data a me durante quel viaggio. In pratica, mi dicevano, gran parte dei giovani lettori che avevano reso possibile il successo de «L’americano» vivevano la loro quotidianità immersi in un circuito produttivo e consumistico che li portava a considerare in modo mitico il valore arcaico dell’amicizia celebrato nel romanzo di cui avevano sentito parlare soltanto nei racconti dei loro nonni e bisnonni. Un valore ormai perduto, a detta degli amici cinesi, in una metropoli come Pechino. 

Ecco: senza saperlo, senza volerlo, il mio romanzo per alcuni in Italia «troppo letterario» (espressione che desta in me furenti reazioni verbali e talvolta anche non verbali), il mio romanzo con «venticinque lettori» di lingua italiana era diventato, complice la sua traduzione semplificata rispetto all’originale, un successo commerciale. A un tratto quel libro, che nella considerazione della critica italiana meritava di stare nel pianeta del cosiddetto «letterario» era diventato esotico da quando aveva raggiunto migliaia di lettori cinesi poiché raccontava qualcosa che loro avevano perduto. Tutto questo per dire che ha ragione Pizzati a scrivere ciò che scrive, come hanno ragione Mirella Armiero che ha avuto la brillante idea di innescare il dibattito e Wanda Marasco nel difendere la sua opera in quanto non aderente alla esotizzazione nazionale di cui ha scritto lo stesso Pizzati. E anche io difendo la mia, poiché quel romanzo trattava temi universali e i temi universali sono il campo da gioco della letteratura.

Abbiamo tutti ragione per una ragione molto semplice: i responsabili del misfatto esotico si trovano altrove e risiedono negli uffici commerciali delle grandi case editrici del Nord e nelle stanze degli scrittori e delle scrittrici meridionali che collaborano al sistema avendone furbescamente intuito l’algoritmo per tornaconto personale. D’altro canto, ogni forma di colonialismo funziona seguendo lo stesso schema. Tuttavia qualcuno in questo dibattito ce lo siamo dimenticati, qualcuno che potrebbe dire la sua per orientare in senso opposto il safari del lettore nordico nelle storie del Sud: i lettori e i librai. Troppo spesso chi scrive e pubblica libri dimentica quanto chi li legge e vende possa essere incredibilmente attivo nell’orientare l’immaginario culturale del paese. 

Se oggi i lettori di romanzi sfidassero la pigrizia del marketing e si lanciassero alla scoperta di quelle scrittrici e quegli scrittori marginalizzati, se i librai che hanno ancora godono di qualche indipendenza avessero speranze di sopravvivenza economica nel proporre ai clienti libri di valore, se tutte le biblioteche pubbliche che utilizzano il prezioso bonus promosso dal MIC si rivolgessero ai suddetti librai richiedendo titoli di qualità e non svuotando gli scaffali dell’invenduto, se, insomma, la filiera del libro remasse in direzione ostinata e contraria all’esotico, probabilmente gli uffici commerciali delle case editrici del Nord e gli scrittori meridionali collaborazionisti sarebbero costretti a ragionare in modo diverso. E tra le storie di successo (commerciale e/o letterario) scritte da autori meridionali si anniderebbe più di qualche romanzo in controtendenza. 

A questo punto, la domanda è: è davvero possibile riuscire a invertire la rotta in un paese dove i lettori sono sempre meno, dove si leggono meno giornali, dove la critica letteraria è sempre più marginale, dove la complessità è ormai considerata una bestemmia e l’unica forma di approfondimento è affidato alla viralità di un contenuto su TikTok? Sì, con tutto il rispetto per chi non vede altro che macerie, sarebbe possibile. Ad avere politiche di sostegno alla lettura originali e incisive, come in altri paesi europei avviene da tempo, sarebbe possibile eccome. 

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