A 19 anni vendeva tessuti. Poi ebbe un’idea che cambiò per sempre l’editoria italiana: la straordinaria intuizione di Gaspero Barbera
Il torinese Gaspare Barbera fu il primo a immaginare un’attività industriale legata alla stampa. Nelle lettere agli intellettuali dell’epoca racconta l’evoluzione della sua tipografia in un grande centro di idee innovative
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A 19 anni vendeva tessuti. Poi ebbe un’idea che cambiò per sempre l’editoria italiana: la straordinaria intuizione di Gaspero Barbera
di Carla Piro ManderIl torinese Gaspare Barbera fu il primo a immaginare un’attività industriale legata alla stampa. Nelle lettere agli intellettuali dell’epoca racconta l’evoluzione della sua tipografia in un grande centro di idee innovative
«Devo qui ricordare un fatto, che ebbe qualche influenza nella mia vita: l’ultima volta che ero stato a Genova (nel 1837) in qualità di commesso viaggiatore dei signori Sella, passando nelle Strade Nuove, mi imbattei nella bottega di un libraio, certo Gravier. [..] Quella volta mi vennero fatti notare da detto librajo i quattro Poeti italiani (Dante, Petrarca, Tasso e Ariosto) stampati a Parigi [..]..A quella vista io esclamai tra me e me e me: “Ci si manda libri stampati a Parigi, che nessuna censura impedirebbe di stampare in Italia? Non ci sono editori in Italia, che abbiano coraggio a fare intraprese di esito così sicuro come la ristampa dei nostri classici? Ne trassi argomento di meditazione su la nostra inerzia, e finii col dire che la professione di Editore doveva essere in sul nascere in Italia».
Eccolo qui il diciannovenne Gaspero venditore di tessuti per la ditta Rivotti Comaglia e Bota. Lavora dall’età di 15 anni, ma tutto il suo tempo libero è di lettura. Compra e legge di tutto: «Presto mi venne vaghezza di fermarmi davanti a quei banchetti di libri all’ aria aperta attorno ai pilastri di via di Po dalla parte dell’Università [..]dopo la Frusta e il Messaggero lessi le Lettere del Baretti con infinito gusto; poi libri francesi. Ricordo il Lamennais, le opere di Rousseau, alcuna di Giorgio Sand, poi le Storie del Botta, del Colletta, la Vita del Sarpi, l’Alfieri tutto, il Foscolo e il Parini». È attratto dalla cultura, ma sono gli «spiriti animali» dell’imprenditoria a guidare la sua indole. Saranno i suoi due figli, Piero e Luigi, nel 1883, a raccogliere in «Memorie di un editore» i diari e le lettere scambiate da lui con personaggi del suo tempo per raccontare la lungimiranza dell’uomo che aveva intuito il potenziale dell’editoria di massa e una vita «cominciata nell’oscurità e finita in condizione onorevole e agiata».
Nel 1837, il primo impiego prestigioso: «Quell’aria di mezzo letterato che avevo, o che mi davo, e la pratica di affari, fecero sì che il librajo Fiore, saputo il mio licenziamento, mi accaparrò su due piedi per un posto nel suo scrittojo, e mi assegnò il carteggio con i librai d’Italia». Impiego che però non dura molto, forse per problemi di cuore. «Nipote mio — scrive Gaspero — ti raccomando di non porre mai attenzione a donna che appartenga a un tuo superiore».
La fortuna comunque non lo abbandona: «Rammento che passeggiavo in piazza Castello a godere il sole, che nel novembre a Torino non dispiace, quando mi vien data una lettera da Firenze, scritta dal signor Giuseppe Pomba a me [..] questi mi offriva un posto nello scrittojo del Fumagalli, e ricordo che lo stipendio offertomi era di lire 100 toscane… io lo ringraziai di gran cuore e risposi accettando. Ero pieno d’entusiasmo». A Firenze conosce Felice le Monnier: «Dopo pochi giorni ricevo da Le Monnier un biglietto, col quale m’ invitava a passare da lui. Andai, ed egli mi propose un collocamento nel suo nascente scrittojo [..] Nell’ autunno del 1841 eccomi nello scrittojo angusto e bujo del signor Le Monnier. Uno sgabuzzino formato con vetri e telai di abeto, ove io e il principale stavamo rinchiusi alla sera fino alle 11 a sbrigare la corrispondenza, a trattare di lavori di stampa».
Anni in cui conosce Mazzini, Manzoni, La Marmora. Adesso Gaspero è spinto dal desiderio di mettersi in proprio. Vede nel marchese Filippo Antonio Gualterio un possibile mecenate. «..Notai la sua indole generosa, affabile, signorile. Egli era della mia età; pregiava i giovani non tiepidi nell’ onorare, come ognun poteva, la Patria. Conversava con me volentieri, m’incoraggiava ad emanciparmi e di far da me l’editore con intenti patriottici. [..] un bel giorno presi coraggio a richiederlo d’ajuto: Quanto occorre per metter su una Stamperia?».
Nel 1854 infatti lascia Le Monnier e fonda insieme a Celestino Bianchi la casa editrice Barbèra, Bianchi e Comp., attiva fino al 1860, divenendo un riferimento per i migliori scrittori del secolo: Tommaseo, Capponi, D’Azeglio, Tabarrini, Zanella, Lessona, Mamiani. E sono anche gli anni nei quali incontra molti ingegni allora ignoti, come Carducci e De Amicis, da lui sostenuti.
Inventa la pubblicità per lettera: «Signore, Ci è grato potervi annunziare che sotto il nostro nome abbiamo aperto una stamperia, la quale ha per scopo eseguire lavori, che ci verranno ordinati.]..]A quale specie di pubblicazioni ci dedicheremo, non ancora possiamo dire: pensiamo sia opportuno, innanzi tutto, studiare di quali libri la Penisola più abbisogni, onde per noi non si moltiplichino i libri non utili; i quali, mentre aumentano la svogliatezza nei lettori, arrecano danno ai librai e niuno incremento alle Lettere». Serve con la sua opera di editore — di sentimenti liberali — la causa nazionale. Nel 1854 stampa il primo numero del giornale letterario «Lo Spettatore». Nel ‘56 pubblica il Canzoniere di Dante, la Geografia fisica di Maria Somerville, le Commedie e Satire dell’Ariosto. Viene chiamato a tenere conferenze in Germania, in Francia e in Inghilterra dove «trovai legatori nelle città principali, che conoscevano la mia Collezione». Tra il 1858 e il 1860 diffonde molte pubblicazioni di carattere politico. Nel 1859 stampa il primo numero (e poi i seguenti) del nuovo quotidiano La Nazione, fino al 1870. Di lì a poco si ammala gravemente ma continua a lavorare, a progettare, a intrattenere relazioni epistolari, come quella con Carducci.
«Caro Carducci, rispondo alla sua del 31 maggio. [..] m’ accorsi che prima di morire dovevo fare il sacrifizio di tentare la fondazione di un giornale politico al servizio del pubblico; ed ora non penso più ad altro. Sarà un giornale grande come il Secolo di Milano, e a 5 Centesimi. Presto saprò se la mia offerta all’ex-ministro Bargoni di esserne il Direttore sarà accettata. [..] Un uomo tale è prezioso, vi aggiunga le mie idee un po’ selvagge d’indipendenza, e vedrà che faremo un giornale che potrà dire in alto quello che veramente si dice in basso. Poi la politica non occuperà tutto. Ci ricorderemo d’ essere Italiani; quindi faremo un giornale con la penna più che con le forbici; bandite le inserzioni per compiacere ai compari. Il titolo del giornale sarà La Nuova Italia».
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