Diplomazia smarrita per Kiev
Quinta estate di combattimenti tra Russia e Ucraina e non si intravedono spiragli. L’Europa deve mediare
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Diplomazia smarrita per Kiev
Andrea Riccardi | 10 agosto 2026Quinta estate di combattimenti tra Russia e Ucraina e non si intravedono spiragli. L’Europa deve mediare
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Dopo l’invasione russa, l’Ucraina sta vivendo la quinta estate di combattimenti e si avvia verso un nuovo inverno di guerra. L’inverno preoccupa i responsabili ucraini. Il Paese dovrà combattere su due fronti: quello bellico con la chiara debolezza nella copertura contraerea e i bombardamenti russi sempre più distruttivi, e quello della sopravvivenza della popolazione con temperature estremamente fredde e senza nessuna centrale termoelettrica intatta, come ha dichiarato il presidente Zelensky. Tanta gente ha ormai lasciato il Paese e si è sparsa per l’Europa. Taluni valutano quasi dieci milioni (compresi quelli sotto controllo russo). L’Ucraina è in forte calo demografico dagli anni Novanta. Un Paese in grave crisi. Questo non vuol dire che non reggerà ai prossimi attacchi russi. C’è solo un’enorme sofferenza imposta a un popolo dall’aggressione russa. È un tema su cui riflettere, anche se, dopo quattro anni e mezzo, gli ucraini hanno imparato dolorosamente a vivere in questa terribile condizione.
È una guerra tipica del XXI secolo: asimmetrica ma anche, per la forza degli armamenti in campo, capace di eternizzarsi senza vinti né vincitori. Qualcosa di simile è avvenuto in Siria, con un conflitto durato dodici anni, con un prezzo enorme di morti e devastazioni, oggi faticosamente recuperabili. Un conflitto di fronte al quale i paesi europei sono rimasti spettatori. Porsi la domanda sulla fine della guerra in Ucraina non vuol dire cedere alla Russia e abbandonare Kiev, come talvolta si dice anche aggressivamente. Significa pure sondare i russi. La domanda, così centrale, è soffocata dalla logica bellica, ma in Europa anche dall’abitudine provinciale di ridurre tutto ai dibattiti di politica interna in vista della campagna elettorale. L’Europa non riesce a lanciare un’azione diplomatica, perché — come Giampiero Massolo ha ben scritto su queste pagine — gli europei sono troppo deboli per risolvere e troppo schierati per mediare. Aggiungerei divisi non nella comune e dichiarata solidarietà all’Ucraina, ma nel modo di sentire questa guerra. Il che non è secondario.
Per baltici, polacchi, nordici e tedeschi (ma molto di meno), sostenere l’Ucraina è sentito quasi come una guerra preventiva contro la Russia, di cui si teme l’espansione. Non è così per italiani, francesi, spagnoli e altri.
Sta di fatto che l’Ue non è riuscita ad esprimere un mediatore per rispondere alla proposta russa di Schröder (irricevibile per gli europei) non fosse che per mettere alla prova la serietà dell’iniziativa di Mosca. È stato un test di debolezza politico-diplomatica, per un’Europa che si infiamma per le paventate «invasioni» di migranti o per le resuscitare scaramucce d’altri tempi fra Paesi «fratelli». Ma l’Ue non sa mettere in prospettiva le grandi questioni. Così tutti sono prigionieri di una spirale che impone di continuare la guerra. E chi paga il maggior prezzo sono gli ucraini. Nessuno ha una visione così larga da potersi liberare dall’agenda quotidiana dettata dai fatti bellici. Benedetto Croce scriveva a Einstein nel 1944: «La guerra è la guerra e non ubbidisce ad altro principio che al suo proprio». Ricordava poi un proverbio: «Le lingue legano le spade».
La logica del conflitto può trascinarci in una guerra più grande (e il pericolo nucleare è sempre sullo sfondo) o — se va bene — circoscrivere il conflitto negli attuali confini per lungo tempo. L’unico Paese, che potrebbe intervenire, sono gli Stati Uniti, con il presidente Trump che ha inizialmente condiviso la politica di Putin, ma ha mantenuto anche legami con l’Ucraina, con cui poi ha migliorato un po’ i rapporti. Ma possono gli Usa oggi impegnarsi in un altro scenario oltre quello mediorientale? E soprattutto il presidente americano non pare aduso alle complessità del lavorio diplomatico, tanto necessario in questo caso. Eppure, finora, rimane l’unica strada. Del resto, anche la ripetuta convinzione, che un dialogo si possa aprire solo dopo un cessate il fuoco, è un mito. Nel caso di tregua tra russi e ucraini, sarebbe già una sorta di «pace fredda». Dubito che gli ucraini la vorrebbero.
Si può cominciare a parlare, preparare un’agenda, anche mentre si combatte, com’è avvenuto in altri casi. Il problema è la volontà di porre fine alla guerra in modo giusto. Ha ragione Leone XIV quando, recentemente, ha ricordato i morti in Ucraina, mettendo fretta: «È tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace». Sono parole che sgorgano da una visione globale e dal senso del bene comune universale, ormai dimenticati in questa età della forza che porta al «tutti contro tutti». E poi c’è davvero fretta per tanti motivi e perché ci si sta preparando a un inverno di guerra.
10 agosto 2026
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