Il discorso che forgiò il nuovo volto dell’Italia
Il 10 agosto 1946 alla Conferenza di pace di Parigi Alcide De Gasperi difese la dignità della nazione. Accolto in un clima gelido, lo statista sostenne il ruolo della giovane Repubblica nell’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale
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Il discorso che forgiò il nuovo volto dell’Italia
di Gianfranco AstoriIl 10 agosto 1946 alla Conferenza di pace di Parigi Alcide De Gasperi difese la dignità della nazione. Accolto in un clima gelido, lo statista sostenne il ruolo della giovane Repubblica nell’ordine internazionale uscito dalla Seconda guerra mondiale
Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi del 10 agosto 1946
«Signori delegati (...) vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia. Un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano». Del discorso pronunciato da Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi,in quel 10 agosto 1946, la frase conclusiva è fra le meno citate. Per altro, non in molti dei volumi dedicati ai grandi discorsi della storia ha trovato spazio quell’intervento dello statista trentino. Eppure il carattere del suo dire, la sede in cui prendeva la parola ebbero a definire, per decenni, sia la postura internazionale del nuovo Stato, sia i blocchi di partenza dello scenario che si profilava sulle macerie del secondo conflitto mondiale. Da quel contesto non incoraggiante sarebbe scaturito anche, tuttavia, un inedito ruolo per il nostro giovane Stato nato nel 1861, abbandonate tronfie e vuote parole d’ordine della dittatura e valutato, con lungimiranza, il cambiamento d’epoca in atto che avrebbe fatto giustizia delle antiche logiche che avevano accompagnato in precedenza la definizione degli equilibri in Europa e nel mondo.
La presenza dell’Urss, figlia della Rivoluzione d’Ottobre, avrebbe introdotto elementi di competizione fra sistemi sin lì ignoti, mentre si annunciava il poderoso processo di decolonizzazione e indipendenza di interi continenti.
Torniamo sulle parole degasperiane: Repubblica, «cosa di tutti», la nuova forma di Stato proclamata poco meno di due mesi prima. Popolo lavoratore, in contrapposizione alla retorica dell’Italia «grande proletaria», utilizzata dal fascismo a giustificazione delle avventure coloniali, accompagnata dal divieto per gli italiani di emigrazione stabile. L’associazione a costruire un mondo più giusto e più umano, vocazione espressa nei suoi 80 anni di vita, sin dalla Costituzione, dalla Repubblica. Scelta che, va sottolineato, non sarebbe stata assecondata dalla compagine delle potenze vincitrici nella guerra in quel frangente, eccezion fatta per un’apertura da parte statunitense.
L’intervento dello statista — discorso della dignità nazionale — ben meriterebbe di essere accostato a quello di un presidente Usa come Franklin D. Roosevelt sulle quattro libertà (1941) e faceva tesoro di quello tenuto nel marzo 1946 da Winston S. Churchill a Fulton (Missouri), sulla «cortina di ferro» caduta sulle scene così recentemente illuminate «dalla vittoria degli Alleati» scesa «da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico», per iniziativa della «Russia sovietica».
La Repubblica Italiana assumeva la gravosa eredità della monarchia e del regime fascista e, forte della lotta di Resistenza, del contributo delle sue Forze Armate all’indomani della dichiarazione di guerra al Reich tedesco, con una esperienza quindi unica tra gli ex Paesi dell’Asse, prendeva la parola alla Conferenza. Accompagnato da Ivanoe Bonomi, primo presidente del Consiglio designato dal Comitato di Liberazione Nazionale, da Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea Costituente, De Gasperi sarebbe stato accolto in un clima gelido, in cui a prevalere era il risentimento nei confronti di un Paese che nella logica delle potenze vincitrici era intervenuto vigliaccamente nel conflitto colpendo chi si trovava già a terra dopo l’aggressione nazista.
Dei 21 Paesi della Conferenza, ad accostarsi al presidente del Consiglio italiano dopo il suo intervento sarebbe stato il solo Segretario di Stato Usa, James Byrnes.
Si comprende quindi il tono dell’incipit di De Gasperi in quell’occasione, più volte citato e portato ad esempio di eloquio asciutto, austero, pieno di dignità. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione». Per rivendicare di sentire «la responsabilità e il diritto di parlare come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica (…) rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire». Con «il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano».
Ci sono discorsi destinati ad incidere nella coscienza dei popoli e, ottant’anni dopo quell’agosto, quello di De Gasperi è un esempio che rimane. L’Italia diDe Gasperi non si presentava con il cappello in mano e, contemporaneamente, rifuggiva atteggiamenti che, in una guerra invece vinta, avevano caratterizzato la delegazione italiana dopo la Prima guerra mondiale, e che si sarebbero rivelati velleitari.
Quale era l’ambizione che muoveva l’antifascista cattolico? Fare ripartire l’Italia, ridarle un ruolo nelnuovo mondo che si affacciava, sottrarre il Paese all’infelice destino che avrebbe segnato le altre potenze dell’Asse: Germania, occupata dalle potenze alleate sino al 1955 e Giappone, occupato sino al 1952.
Per il leader trentino il trattato di pace con l’Italia prospettato era «estremamente duro» e, tuttavia, se questo era il prezzo per ricostruire la cooperazione internazionale «il sacrificio» avrebbe avuto un compenso: l’ingresso dell’Italia «sia pure vestita con il saio del penitente» nell’Onu.
Perché a essere in gioco era esattamente questo: la partecipazione alla pari alla realizzazione del nuovo ordine internazionale preconizzato dalla Carta Atlantica (1941) e dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1° gennaio 1942 firmata da 26 Stati in guerra con le potenze dell’Asse. Tre anni dopo, infatti, il 25 aprile 1945 avrebbe preso le mosse la Conferenza di San Francisco con la creazione ufficiale dell’Onu. A essere invitati gli Stati che, entro il marzo 1945, avevano dichiarato guerra alla Germania e al Giappone e sottoscritto la Dichiarazione del 1942. Il Regno d’Italia aveva (governo Badoglio) dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943, mentre data 15 luglio 1945 la dichiarazione di guerra al Giappone (governo Parri).
La Repubblica Italiana avrebbe presentato domanda di ammissione all’Onu il 7 maggio 1947 ma l’aspirazione di De Gasperi sarebbe andata delusa a lungo.
La collocazione dell’Italia in ambito occidentale avrebbe ritardato sino al 1955, per il reiterato veto posto dall’Urss, l’ingresso alle Nazioni Unite, che avvenne insieme, fra gli altri, ad Austria, Finlandia, Irlanda, Portogallo, Spagna. In parallelo, gli Stati Uniti avevano posto il veto all’ingresso di Bulgaria, Romania, Ungheria, Paesi destinati anch’essi all’ingresso nel 1955.
Sulla contraddizione tra i valori affermati nel quadro delle Nazioni Unite e imposizioni del Trattato di pace gioca a Parigi De Gasperi che invita a guardare al futuro e a non utilizzare categorie del passato — la memoria corre agli errori dei Trattati di Versailles e Saint-Germain dopo la Prima guerra mondiale — che, lungi dallo stabilizzare un contesto di pace, posero premesse per successivi conflitti. Il leader della coalizione di governo rammenta i principi dello Statuto uscito da San Francisco: bando dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, in base al principio della sovrana eguaglianza dei membri Onu, impegnati a garantirsi vicendevolmente l’integrità territoriale e l’indipendenza politica. Insomma, dice il presidente del Consiglio, «l’Italia avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale». Punge: «Ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio». E cita la frontiera orientale del Paese — con un severo richiamo alla condizione che si profilava per gli italiani delle terre assegnate alla Jugoslavia — e quella occidentale, chiedendosi cosa fosse avvenuto dal vertice di Potsdam di un anno prima quando si riconosceva nel comunicato delle grandi potenze che «l’Italia fu la prima delle Potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone», per proseguire: «L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un governo e istituzioni democratiche».
La stessa Conferenza di Potsdam aveva indicato come la conclusione del Trattato di pace «avrebbe permesso di soddisfare il desiderio di dare esito alle richieste italiane per l’appartenenza alle Nazioni Unite».
De Gasperi era tuttavia consapevole: l’equilibrio raggiunto tra le grandi potenze alla Conferenza di Parigi corrispondeva più alla logica di compromesso raggiunto a Jalta nel febbraio 1945 tra Roosevelt, Stalin e Churchill, che ai principi della Carta dell’Onu.
Occorreva allora non demordere, non arrendersi, e costruire, mattone su mattone, la nuova credibilità internazionale del Paese. L’Italia entra così a far parte tra il 1946 e il 1947 di numerose agenzie dell’Onu, della Fao, dell’Unesco, dell’Organizzazione mondiale della sanità, aderisce al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Nel 1949 è tra i fondatori del Consiglio d’Europa e della Nato.
L’irrompere della Guerra Fredda mutava il quadro delle relazioni internazionali.
La Repubblica, abbandonata la retorica dei vuoti ultimatum, del fatto compiuto, del complotto internazionale contro la nazione, imboccava un’altra strada. Con l’impronta degasperiana veniva completamente riabilitata e assumeva un ruolo nel contesto globale. Si consolidava quella costituzione materiale — citata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’ultima Conferenza degli Ambasciatori d’Italia — che, dalla lezione di De Gasperi «ha guidato senza discontinuità il nostro Paese nello scenario internazionale, basandosi su pace, dialogo, multilateralismo, europeismo, legame atlantico».
10 agosto 2026
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