La Russia di Stalin vista dall’alto nei taccuini dell’aviatore-inviato
Vittorio Beonio Brocchieri sorvolò nel 1934 l’immenso Paese. I suoi articoli per il «Corriere della Sera» sono pubblicati da De Piante editore
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La Russia di Stalin vista dall’alto nei taccuini dell’aviatore-inviato
di Marzio BredaVittorio Beonio Brocchieri sorvolò nel 1934 l’immenso Paese. I suoi articoli per il «Corriere della Sera» sono pubblicati da De Piante editore
Vittorio Beonio Brocchieri e il suo biplano
Lo colpisce che nella Russia sovietica molti ripetano «bùdet», sarà, tempo futuro del verbo essere, per esprimere fiducia nel sistema, sicuri che in avvenire «tutto sarà meglio». E magari pensa che in mezz’Italia si usa invece il tempo presente se ci si riferisce al domani, avendo perso appunto la capacità di progettare il futuro (riflessione che Leonardo Sciascia avrebbe poi elevato a metafora della Sicilia). Fatto sta che quando nel 1934 Vittorio Beonio Brocchieri attraversa per 17 mila chilometri l’impero di Stalin coglie già da un dettaglio linguistico ed esistenziale il doppio standard tra loro e noi. Gli è inconcepibile la fede dogmatica in ciò che realizzerà il comunismo e, anche se lui viene da uno Stato fascista, ancora non crede che il nostro totalitarismo abbia obiettivi così spietati e radicali da divorare il senso critico della gente. In ogni caso, quel Paese lo affascina.
Con un aereo Caproni monoposto a elica lo sorvola per tre mesi, da Odessa alla Siberia. Tocca terra qua e là, in un continuo slittamento di confini e fusi orari. E cerca di capire. Beonio Brocchieri è uno degli ultimi stranieri a visitare la più sterminata Nazione del mondo. Presto scatteranno le purghe staliniane e il terrore repressivo, con il quale l’Urss si chiuderà, isolandosi. Lui ha il vantaggio di muoversi libero e solo, evitando spesso i percorsi concordati.
Scrive un diario di bordo, che ondeggia tra reportage giornalistico e analisi storica, antropologica, geopolitica. Un testo ibrido in cui si riflette la sua identità plurale: docente di Storia delle dottrine politiche a Pavia, saggista che introduce in Italia la filosofia di Spengler, «inviato volante» del «Corriere della Sera», per il quale firma resoconti dai luoghi più remoti. E proprio la frenesia del volo spiega come in lui il gusto per l’avventura si incroci con il gusto per l’azione tipico dei futuristi.
Gli appunti del suo taccuino, usciti sulla Terza Pagina del «Corriere», diventano un libro nel 1935 e oggi riappaiono sotto il titolo di Al vento delle steppe (De Piante editore). Rileggerli è importante perché rievocano la genesi della violenta metamorfosi che il regime impone a 160 milioni di persone.
Un popolo «romantico e lirico che subisce la storia», è l’empatico giudizio. Allude a uomini schiacciati da controlli arcigni e ossessivi, eppure pronti a prendersi spazi di libertà, appena ci riescono. Tuttavia, con il loro carattere generoso e disciplinato, si adattano alla sfida cui Stalin vuole prepararli e della quale l’aviatore italiano coglie nitidi indizi, ignorati dall’Europa. La sua premonizione indica tre dati di fatto: 1) la mobilitazione permanente di una società che si sente sempre sotto la minaccia di attacchi esterni; 2) il riemergere di un nazionalismo atavico che si fonde con l’utopia internazionalista marxista; 3) il crescere di un enorme potenziale bellico supportato dalle grandi capacità industriali e tecnologiche. Insomma, altro che laboratorio sociale destinato a fallire. La «Santa Russia» è tutta in trincea, e non solo psicologicamente. E lungo l’intero «secolo breve», e persino ora, l’Occidente dovrà fare i conti con questa realtà.
Nel suo epico volo, Brocchieri tratteggia con sguardo da etnografo scenari diversissimi e assorbe il significato di particolari rivelatori. Sulla spiaggia di Odessa, per esempio, osservando la magrezza patologica dei ragazzi capisce cos’è stata la carestia del ’32 in Ucraina. All’Est estremo incontra la faccia coloniale del regime, e si impietosisce per le grame esistenze delle comunità di nomadi costretti a diventare stanziali. E si sgomenta di fronte al destino di chi è relegato a morire di lavoro nelle zone minerarie.
Infinite storie, sulle quali spiccano tre incontri straordinari, sottolineati nell’acuta prefazione di Antonio Armano. Quello con il drammaturgo Maksim Gor’kij, padre del realismo socialista, che Beonio Brocchieri con la descrizione del suo teatrale abbigliamento («berretto a cencio, calzonacci da scavaterra, scarpe chiodate da carovana») marchia come «il bolscevismo fatto carne». Quello con la vedova di Lenin, circonfusa di un’aura mistica, che parlando in francese rievoca le stagioni in Siberia, dove «cantava i poeti con il marito», proprio lui: Lenin. E infine il malinconico incontro con il figlio di Lev Tolstoj, Sergej, nella campagna di Jasnaja Polijana, che gli confida i suoi ricordi del padre. Coincidenza: il cocchiere che lo accompagna in un boschetto è lo stesso che 24 anni prima aveva aiutato l’autore di Guerra e pace nella sua ultima fuga e che ora gli indica con un cenno la tomba nascosta fra gli alberi.
9 agosto 2026
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