La Grazia di Deledda
Corriere della Sera - Cultura

La Grazia di Deledda

Domenica 9 agosto 2026
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Il 15 agosto 1936, moriva l’unica italiana vincitrice del Nobel per la Letteratura, assegnato per il 1926. È stata una scrittrice «straniera» soprattutto nel suo Paese; investita dal livore di Pirandello, il quale pensava che fosse troppo brutta per essere quel genio che ritenevano a Stoccolma (ricorda qualche triste dibattito recente?)

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La Grazia di Deledda

di Marcello Fois

Il 15 agosto 1936, moriva l’unica italiana vincitrice del Nobel per la Letteratura, assegnato per il 1926. È stata una scrittrice «straniera» soprattutto nel suo Paese; investita dal livore di Pirandello, il quale pensava che fosse troppo brutta per essere quel genio che ritenevano a Stoccolma (ricorda qualche triste dibattito recente?)

Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871- Roma, 15 agosto 1936; foto Alinari)

Questo articolo è tratto da «la Lettura» #767 del 9 agosto.

Persino in una nazione al limite dell’incidenza culturale come la nostra gli anniversari letterari servono, e servono per ragioni specifiche che hanno a che fare con quanto noi, italiani, sappiamo o pensiamo di sapere su noi stessi. Una di queste ragioni, a mio parere la più importante, consiste nell’idea che il passato sia semplicemente qualcosa che abbiamo, non tanto attraversato, ma superato. Noi abbiamo il mito dei tempi migliori, l’illusione cioè di rappresentare l’ultimo gradino dell’evoluzione. Eppure, una scuola funzionante, o, più semplicemente, la frequentazione di librerie e biblioteche, ci direbbe che spesso il nostro destino è legato alla coscienza che dopo il gradino che noi consideriamo la vetta ce n’è un altro e dopo un altro ancora. Il mistero del futuro, la sorpresa del presente sono molto spesso il risultato di un’idea semplificata del mondo e del rifiuto patologico dell’idea stessa di complessità.

Lo stupore per il Covid, per esempio, è ingiustificabile per una nazione che ha a disposizione la Storia della colonna infame o il prologo del Decameron. In altre parole la Letteratura non è semplicemente un diletto che possiamo o non possiamo permetterci, ma, molto più che la Storia, un materiale attivo, un nucleo incandescente che rende il nostro passato, superato magari, ma non certo archiviato. Per questo gli anniversari letterari sono più utili di quello che sembrerebbe. Essi rappresentano piccoli compleanni della nostra elaborazione, della capacità che abbiamo o non abbiamo di fare collegamenti, di mettere in rapporto, non semplicemente lineare gli avvenimenti. La Letteratura, a differenza della Storia, non si rappresenta come una scala, un gradino dopo l’altro, ma come l’intreccio, impetuoso e pulsante di un Dna in cui, a furia di torsioni, elementi apparentemente distantissimi nel tempo e nello spazio si toccano, entrano in contatto, si riconoscono.

L'autore

Marcello Fois (Nuoro, 1960), autore di questo testo per «la Lettura», ha firmato nel 2016 per Einaudi Quasi Grazia, omaggio letterario che esplora vita, voce e coraggio della scrittrice sarda, divenuto un film diretto da Peter Marcias (su «la Lettura» #754 del 10 maggio). A settembre uscirà per Rizzoli Scriverò sempre male, raccolta di 52 novelle di Deledda curata da Elisabetta Manetti con prefazione di Fois (pp. 516, euro 14)

Nella Storia, la Grecia delle origini, la Spagna del Seicento e l’America del maccartismo, sono distantissime, nella Letteratura Ulisse, Don Chisciotte e il Giovane Holden vanno a cena insieme. La Storia ci racconta quello che abbiamo fatto, la Letteratura ci dice perché l’abbiamo fatto, e, eventualmente, se sia il caso o meno di rifarlo. Ah se Hitler avesse letto Guerra e pace!

Per questo, dimenticare un anniversario letterario è come dimenticare la data del nostro matrimonio o il compleanno di nostro figlio. Quest’anno cadono i cent’anni dalla consegna del Premio Nobel a Grazia Deledda. Anniversario di cui non c’è stata traccia fra gli argomenti dell’ultimo esame di maturità della nostra scuola. Un avvenimento non così fondamentale si direbbe, ma mi permetto di dissentire, e non tanto per questioni campanilistiche, consigliando di considerare bene, fino a che punto, la vita di questa donna, relegata a un mero fatto storico, sia rivelatrice di un passato che non solo non è superato, ma ancora insuperato.

La parabola di Deledda dalla provincia più remota, e punitiva, dell’impero al cospetto del re di Svezia per ricevere il più importante riconoscimento letterario al mondo, ha una caratura stupefacente. Siamo una nazione che ritiene un fatto straordinario essere governato da una donna, ma che, paradossalmente, si dimentica, o rimuove, una delle sue donne più rappresentative.

A ricordarselo dentro al territorio di questo centenario si potevano intavolare varie discussioni. Si poteva per esempio parlare di quanto esaltante poteva essere questa performance in un Paese dove alle donne era concesso di studiare non oltre la quarta elementare. E di conseguenza raccontare ai nostri ragazzi che c’è stato un tempo recentissimo in cui la scuola non era un diritto acquisito e dunque che la tendenza anti scolastica, le imboscate all’istruzione attuali, non sono affatto un progresso, ma un palese regresso. Direi niente affatto male per un elaborato all’esame di maturità. Ma tant’è.

Deledda rappresenta il destino delle donne in un Paese che si ritiene evoluto e che anzi lasciandosi rappresentare da una donna pensa di aver risolto il problema endemico delle pari opportunità. Deledda rappresenta un traguardo che ancora non abbiamo nemmeno sfiorato. Deledda ha descritto donne immensamente più evolute protagoniste della loro vita di quanto possano fare le consolanti postine, levatrici, tipografe, maestre, pastore, infermiere, che intasano con copertine fotocopia le nostre librerie. Perché proprio nella stagione di una donna al timone pare ci sia bisogno di modelli femminili docili, sacrificali, accudenti, consolatori appunto. Ma bastava leggere Deledda per trovare un universo femminile, anche contraddittorio, raccontato in una complessità che forse a qualcuno, che corre a comprare l’ultima pescatrice o panettiera in libreria, pare roba vecchia, nella migliore delle ipotesi per sentito dire.

Dunque in questo Paese di Grazia Deledda, di Sibilla Aleramo, di Matilde Serao, di Fausta Cialente, di Anna Maria Ortese, di Natalia Ginzburg, di Elsa Morante, di Lalla Romano, di Michela Murgia, di Serena Vitale, di Fleur Jaeggy, di Bianca Pitzorno, di Dacia Maraini, non si parla a scuola e dunque non esistono. Da quei banchi Umberto Eco, morto da dieci anni, pare essere l’ultimo scrittore pubblicato e, per l’insegnante medio, ma soprattutto per i canoni ministeriali, Cesare Pavese e Italo Calvino paiono essere gli scrittori più contemporanei che abbiamo a disposizione. Figurarsi se si può perdere tempo a festeggiare e analizzare la consegna del Premio Nobel all’unica donna che in questo Paese l’abbia ricevuto per la Letteratura. Dunque forse è bene diradare qualche nebbia intorno a questo conferimento.

Grazia Deledda era nell’elenco dei candidati al premio svedese da un decennio prima che le fosse attribuito. Non è stato estemporaneo, né concessivo. Ma ponderato nei minimi particolari. Deledda era una scrittrice «straniera» soprattutto per gli italiani. È nata in una regione, la mia, che ancora oggi soffre di un atroce complesso del figlio cadetto, che ha cercato di accreditarsi come realtà avanzata e la cui accademia per vario tempo ha vissuto con imbarazzo questo riconoscimento, quasi che Grazia l’avesse indebitamente sottratto a scrittori più degni e di sesso maschile. Deledda in vita è stata investita dal livore influentissimo di Pirandello, il quale pensava che fosse troppo brutta per essere quel genio della scrittura che ritenevano dalle parti di Stoccolma. Quando, ben sei anni dopo, quel premio fu conferito anche a lui, cambiò repentinamente idea sull’Accademia e smise di attaccare ufficialmente la scrittrice nuorese, smorzò i toni, cessò l’abitudine di chiamare suo marito, Palmiro Madesani, Grazio Deleddo. E ciò per raccontare ai nostri ragazzi che questo centenario deleddiano potrebbe servire per dipanare nello specifico tristi dibattiti «letterari» recenti e ribadire che non basta essere scrittori eccezionali, a volte geniali, per essere brave persone.

Deledda non era povera né, tantomeno, analfabeta. Suo padre era stato sindaco di Nuoro, di un villaggio in cui tuttavia esercitavano Sebastiano Satta, poeta avvocato, che era un allievo e amico di Giosue Carducci; Francesco Ciusa che nel mondo, tranne che in Italia, è considerato, al pari di Vincenzo Gemito da Napoli e Medardo Rosso da Torino, uno dei traghettatori nel guado tra il vecchio e il nuovo attraversato dalla scultura contemporanea. Lì, in quel villaggio, abitava Antonio Ballero, pittore e fotografo eccezionale, amico e allievo prediletto di quel Giuseppe Pellizza da Volpedo che ha dipinto Il quarto stato. E Deledda, giovanissima, li frequentava tutti, nella sua casa, magari modesta agli occhi di un proprietario terriero filogermanico girgentino, ma assai signorile per la Nuoro del passaggio tra Ottocento e Novecento.

Dunque la leggenda chapliniana della nullatenente baciata da un destino favorevole è totalmente da rivedere. Deledda ha frequentato per due volte, e fu una concessione all’autorevolezza di suo padre, la quarta elementare, e da lì, con una determinazione che dovrebbe essere un ulteriore motivo per non dimenticarla, studiò in proprio, consumò la biblioteca che aveva in casa. Anche a Nuoro c’era chi comprava libri. Imparò per tutta la vita senza mai ritenersi arrivata. Parlò di divorzio e di pari opportunità con più capillarità di quanto si fosse mai fatto prima. Scrisse di una Sardegna che era una Macondo decenni prima di Macondo. Costrinse il mondo a venire a casa sua senza che fossimo noi sardi ad andare per il mondo col cappello in mano. Lasciò che la candidassero simbolicamente alle elezioni per il Parlamento nel marzo 1909, nonostante alle donne non fosse concesso il voto. Altro diritto che parrebbe assodato, ma che forse questo centenario avrebbe potuto rimettere in capo come memento.

A guardarci bene dunque il mondo visto attraverso gli occhi della Letteratura è assai più pericoloso di quello apparentemente oggettivo descritto nei libri di Storia. Perché, altro elemento che non si considera abbastanza, Deledda (che morì a Roma il 15 agosto 1936, novant’anni fa) nel Dna della Letteratura è assai più determinante che nella scalinata della Storia. Ha una scrittura di una limpidezza olimpica, assai più leggibile e piena di strati, di quanto sia quella di molti suoi coevi, maschi, che sono intoccabili nel nostro Pantheon. Ah, per chi volesse preparare una torta con 155 candeline, il 27 settembre sarà il suo compleanno.
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9 agosto 2026

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