Io, scrittrice del Sud, non inseguo l'esotismo
La vincitrice del Campiello s'inserisce nella discussione sul «colonialismo letterario» e sui romanzi che piacciono ai lettori settentrionali
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Io, scrittrice del Sud, non inseguo l'esotismo
di Wanda MarascoLa vincitrice del Campiello s'inserisce nella discussione sul «colonialismo letterario» e sui romanzi che piacciono ai lettori settentrionali
Wanda Marasco
Ma si può dire qualche verità a proposito di ciò che è o non è il tentativo di fare letteratura? Dialogo con Carlo Pizzati che giovedì ha pubblicato su «la Stampa» un articolo di pregio. I temi: il divario numerico tra i lettori del Nord e quelli del Sud, scrittori e scrittrici del Sud accomunati nel produrre narrazioni lette dal Nord come rappresentazioni del «perduto», con il risultato di un’esotizzazione nazionale della scrittura e del gusto. Condivido l’articolo di Mirella Armiero che, dalle colonne del «Corriere del Mezzogiorno» riflette sull’analisi di Pizzati: il rischio dell’esotico in tanta narrativa del Sud è accertato. Io stessa, confesso, mi arrabbio ogni volta che incappo in un libro imitativo, ammiccante, teso a inseguire il filone del successo ottenuto dai primi romanzi che hanno narrato storie ispirate a uomini e donne del Sud.
Ma, dal momento che nell’articolo di Pizzuti è stato tirato in ballo Di spalle a questo mondo, sono costretta a chiedermi perché Pizzati ha citato il mio libro accorpandolo ad altri testi, assai diversi, credo, per stile, contenuto e finalità, per avvalorare, in una quantomeno discutibile generalizzazione, la tesi di una letteratura del Sud in qualche modo oleografica e folcloristica che ripropone modelli stereotipati del bel tempo andato che piace tanto ai lettori colti e progressisti del Nord. Non spetta a me parlare del mio lavoro, ma posso (e devo) prenderlo come esempio di una letteratura che non rientra in quella di genere con la quale viene così superficialmente etichettata quella del Sud. Capita che in qualche romanzo di autori del Sud si parli di amore, di guerra, dell’iniquità della Storia, della lotta tra il bene e il male, che il personaggio sia dramatis persona tesa a rappresentare oscurità e luci della nostra vita, temi universali al di sopra di ogni configurazione regionalistica, anche se a volte espressi in dialetto (che non è sempre ammiccamento o fortunato modello da copiare, ma necessità letteraria).
In questi casi sono assolutamente inapplicabili le categorie di «alterità controllata» o di «compassione a distanza». Se è letteratura, l’«alterità» diventa immedesimazione, la compassione è coinvolgente, entra nelle coscienze. Probabilmente l’errore della generalizzazione (così frequente oggi) dipende dal limitarsi a etichettare un libro considerando le vicende e gli ambienti narrati, senza entrare nel merito del valore letterario. Verrebbe da pensare che anche Shakespeare e Manzoni, narrando di amori contrastati, di prepotenze, di violenze e di inganni, se avessero ambientato i loro capolavori in un paesino del Sud, magari con alcuni dialoghi in dialetto, sarebbero stati considerati scrittori da «sceneggiata».
Anche se non condivido la mancanza dei dovuti (a mio parere) distinguo, per il resto sono d’accordo con Pizzati, e lo ringrazio. L’intelligenza delle sue riflessioni è preziosa. Ma c’è un’ultima cosa che vorrei capire: quali sono i «meccanismi di potere» in cui Pizzati include Di spalle a questo mondo? Da chi sarebbe stato manovrato il cosiddetto «successo» del libro? Ho sicuramente dei limiti di comprensione, ma ho anche la necessità di ribadire il carattere della mia appartenenza alla scrittura: è una piccola storia fatta di volontà, di solitudine e persino di candore. Nessun potere, nessuna acquiescenza a forme di potere.
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