Francesco Guccini, l'addio al «Poeta Totale» e la distanza da Bologna: «Aveva capito che un modo di stare insieme finiva e non veniva sostituito da nient'altro»
Corriere della Sera - Cultura

Francesco Guccini, l'addio al «Poeta Totale» e la distanza da Bologna: «Aveva capito che un modo di stare insieme finiva e non veniva sostituito da nient'altro»

Sabato 8 agosto 2026
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Il rapporto con la città e Dalla, il legame conflittuale con la sinistra. «Sono nato lo stesso giorno di Che Guevara, il 14 giugno. Lui non è solo una maglietta, un gadget, una canzone. É la speranza di conquistare giustizia»

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Francesco Guccini, l'addio al «Poeta Totale» e la distanza da Bologna: «Aveva capito che un modo di stare insieme finiva e non veniva sostituito da nient'altro»

di Marco Marozzi

Il rapporto con la città e Dalla, il legame conflittuale con la sinistra. «Sono nato lo stesso giorno di Che Guevara, il 14 giugno. Lui non è solo una maglietta, un gadget, una canzone. É la speranza di conquistare giustizia»

Addio Poeta Totale. Gli uomini di buona volontà dovranno far di tutto perché quel che hai insegnato, seminato, inciso non diventino lacrime nella pioggia. Amen se in tanti non sanno cosa significa poeta totale: lo fu Dante, lo fu — piacerebbe di più a te, nella tua «minorità» — il tuo amico Adriano Spadola, professore e poeta che tu in «Bologna per me provinciale, Parigi in minore» cantasti come Baudelaire. Lo sa Raffaella, tua moglie che si laureò con il tuo amatissimo Ezio Raimondi. 

Non ci ha lasciato «solo» canzoni

Francesco Guccini ci ha lasciato non canzoni: un racconto e una visione del mondo, un modo di affrontarlo, vivere, soli e insieme, un’etica oltre che un’estetica totale. Insegnamenti da lontano e dentro le nostre esistenze: come un Vecchio della Montagna il cui mito continua a coprire la pianura sottostante. Lezione per chi comanda, governa, straparla e per chi subisce comunque poteri e ingiustizie: Guccini va capito e vissuto, per costruire qualcosa di migliore. È un’opera unica, da «Un altro giorno è andato» a «L’ultima Thule». Non eventi per ricordarlo: fatti, pratiche. Un umanesimo che vale per una città e non solo.

Deve essere l’impegno dei pochi che lo salutano a Pàvana, dei tanti e di tutti i colori che lo celebrano dovunque. Pochi politici, intellettuali, maestri più o meno venerati hanno segnato gli anni, le generazioni più di lui. È il maestro del cantare «in minore» l’immenso. Il poeta venuto dalla montagna è morto quattordici anni dopo il marinaio Lucio Dalla. Le loro case raccontano le differenze fra due geni che non sono mai stati amici, ma si sono sempre voluti bene. La dimora patrizia per una vita di Lucio in via d’Azeglio. L’appartamento di via Paolo Fabbri 43 di Guccini. Lucio era Bologna, «Piazza Grande», il figlio. «Bologna» è Guccini del 1981, vent’anni dopo l’arrivo in città. Un amore già a occhi aperti, «fianchi un po’ molli». 

Finché la passione brucia. E per Guccini non è facile. Se ne va una ventina di anni dopo, mentre Bologna seppellisce Dalla. A Francesco non era piaciuta l’interpretazione che Lucio e Gianni Morandi avevano fatto della sua «Emilia», scritta nel 1988 per il tour della coppia: così la incise lui, alla sua maniera colta e catarrosa.

«Aborro Bologna, troppi motori e troppa metropoli»

«Aborro Bologna — raccontava già nel 2010 a Vincenzo Cerami — perché si sta chiusi in casa, vedo le stagioni solo attraverso un giardinetto che adesso comincia a buttare qualche foglia. Troppi motori, troppa metropoli, si perde il suo essere antica, placida, bonaria». «Francesco a Bologna ha cominciato a farsi vedere sempre meno quando ha sentito che un modo di stare insieme finiva e non veniva sostituito da nient’ altro» dice Alberto Bertoni, l’italianista che con Guccini ha scritto «Non so che viso avesse. Quasi un’autobiografia», altro modenese, successore a Bologna di Ezio Raimondi.

Tra Modena e Bologna

Qualcosa si stava sfilacciando. Per i 70 anni, Modena fece grande festa al suo figlio in Piazza Grande. Stessa cosa per gli 80, in epoca coronavirus: via streaming. Bologna niente. Nel 2010 la città era guidata dal commissario Annamaria Cancellieri: il sindaco Pd Flavio Delbono si era dovuto dimettere per uno scandaletto. È stato l’unico a cui Guccini concesse una garbata comparsata elettorale, trascinato da amici alla Festa dell’Unità delle Due Madonne. Delbono candidato lo salutò, poi continuò a chiacchierare con Andrea Mingardi. Seconda e ultima «discesa in campo» su un palco politico di Guccini: la prima era stata a Bologna, in Piazza Maggiore, a fianco di Romano Prodi vincente, nel 2006. «Vittoria risicata, coalizione impossibile», lo avvisò lo stesso amico delle Due Madonne. Il Maestrone si infuriò. Prodi durò due anni.

L’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione. Guccini ha sempre scelto il primo. La Bologna commissariata cercò di rimediare dandogli ex post il Nettuno d’Oro. La laurea honoris causa la prese dall’università di Modena e Reggio assieme all’Unibo. Lui per la prolusione scelse un suo amico, Benedetto Salvarani, teologo laico, signore eclettico come lui, amante di fumetti e musica. Modenese.

La differenza tra Dalla e Guccini

Lucio era l’orgoglio di Bologna. Condiviso anche se «Dark Bologna», inno del 2006, è una delle canzoni più brutte. Guccini è il passaggio che dura mezzo secolo, segna e ti segna e rimane per le glorie di famiglia. Per i nipotini che lo cercano, per ogni avvenimento c’è caccia al suo parere. Lui è contento, bofonchia, lancia pillole di saggezza. Lucio come nessun altro interpreta il mondo, da «Cos’è Bonetti» a «Caruso». Guccini è per cambiarlo. Non avrebbe più usato il termine «aborro».

«Sono nato lo stesso giorno di Che Guevara, il 14 giugno — sospirava —. Lui non è solo una maglietta, un gadget, una canzone. È la speranza di conquistare giustizia. Resta. Vorrei non fosse solo fra la povera gente normale, ma fra chi le cose può mutarle». Si scherniva di essere lui un simbolo. Lui che sedicenne, nel 1956, molto colpito dalla repressione sovietica in Ungheria, aveva fondato a Modena un Movimento laico indipendente, presieduto dal futuro giurista Gladio Gemma e ospitato nella sede del moderato Psdi. Un moderato spinto sempre più da un mondo che non gli piaceva a radicalizzarsi. Senza lacci.

Quando nel 1978 andò al Festival Mondiale della Gioventù a Cuba tornò facendo un racconto fantastico e terribile sui Paesi comunisti europei, persino in musica con i i laotiani che cantavano «Luantalamela». «Se li lasci fare, finisci che qui da noi scelgono stella e corona». Il grande Demetrio Stratos e gli Area, anche loro a L’Avana, si indignarono su Il Manifesto. Seguì dibattito. Rossana Rossanda alla fine concluse che Guccini mica aveva tanto torto.

«Io preferisco Stefano Bonaccini. Raffaella invece Elly Schlein», raccontò alle ultime primarie per la guida del Pd. Con fino all’ultimo un avvertimento: «La sinistra deve trovare unità superando il particulare». Ecumenico non bipolare, come il suo amico cardinal Matteo Zuppi.

«Francesco è patrimonio dell’Italia, di tutti. È importantissimo saperlo, adesso più di prima»: lo piange Rita Allevato, che con Renzo Fantini nel 1976 diventò per 40 anni suo manager, dopo che Fantini (anticomunista buonissimo, come Tobia Righi di Dalla) aveva lasciato la scuderia di Bibi Ballandi. Con loro ha lavorato Teresa, «Culodritto», la figlia di Guccini: «E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto».

Il giorno in cui è nata Teresa

Francesco sapeva quanto è più difficile insegnare a se stesso che agli altri. Lui ricordava Teresa alla sua maniera: «Conobbi Umberto Eco la sera in cui sei nata. Il 14 dicembre. Mi chiamarono dall’ospedale, io avevo lasciato il numero di Vito. Dopo facemmo una tavolata enorme, fu una grande festa. A un certo punto arrivò Roberto Benigni. Era uno sconosciuto che cominciava a fare qualche programma in tivù. Poi vennero le gare in ottava rima, poesie a braccio. Eco era imbattibile, ovviamente. Ma io me la cavicchiavo, lo mettevo in difficoltà. Benigni finiva che la buttava sul volgare». A Guccini hanno dedicato una farfalla, Parnassius Guccinii, un asteroide, un cactus. Adesso sta a noi farlo volare. Con le sue spine.

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