Premio Campiello, Ermanno Cavazzoni e la «Storia di un'amicizia»: due vite tra passioni letterarie, incontri e spirito affine
Il libro ripercorre il rapporto tra l'autore e Gianni Celati, scrittore del secondo Novecento: «Memorie e appunti che qui cerco di recuperare e fare brillare; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia»
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Premio Campiello, Ermanno Cavazzoni e la «Storia di un'amicizia»: due vite tra passioni letterarie, incontri e spirito affine
di Francesca VisentinIl libro ripercorre il rapporto tra l'autore e Gianni Celati, scrittore del secondo Novecento: «Memorie e appunti che qui cerco di recuperare e fare brillare; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia»
«In quella primissima epoca, durante la seconda metà degli anni Ottanta, andavamo spesso a cena da Angeli, via San Petronio Vecchio, a Bologna... Aveva una giacchetta bianca di ordinanza, da cameriere di prima classe, veniva al tavolo con la sua espressione imparziale e astratta e il tovagliolo pendente sull’avambraccio sinistro». Ermanno Cavazzoni narra la sua amicizia (divertente e struggente) con Gianni Celati, scrittore del secondo Novecento, nel volume Storia di un’amicizia (Quodlibet, 242 pagine, 16 euro), uno dei cinque libri finalisti al Campiello, il Premio letterario di Confindustria Veneto.
«È un libro di memorie e appunti dedicato a Gianni Celati - chiarisce subito Cavazzoni - , scrittore che ci ha beneficiato con i suoi libri e con la sua pulita esistenza, che qui cerco di recuperare e fare brillare. Non è una biografia, né una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia». Ricordi, avventure, trattorie, ristoranti e pasti condivisi, ironia, «furie» («gli vengono dalla sua famiglia, suo padre usciere della banca d’Italia, aveva tirato un calamaio al direttore della filiale di Sondrio per una parola che non gli era piaciuta»), libri: un Celati raccontato negli anni e nei dettagli, fin da quella prima volta. «Come ci siamo conosciuti? Beh, c’era un piccolo convegno di fotografi e scrittori nella casa di Ludovico Ariosto, vicino a Reggio Emilia, 1985...». In quel convegno Cavazzoni stava ironizzando su uno scrittore, Celati si era convinto che parlasse di lui e gli si era lanciato contro per picchiarlo, ma arrivato a metà strada, si era reso conto che Cavazzoni stava ridicolizzando un altro autore, che anche Celati non sopportava. Lì scocca la scintilla dell’amicizia, cominciano a chiacchierare dei personaggi dell’Orlando furioso con un entusiasmo quasi calcistico.
Quel «riconoscimento» li rende inseparabili. Anni felici di affetto solido, gite, chiacchiere fitte, libri, osterie, molti interessi in comune, divertimento. Cavazzoni racconta l’umanità di Gianni Celati, l’allergia al potere, l’amore per l’artigianato della scrittura e anche il malinconico finale della malattia. «Nei primi tempi dopo che ci siamo conosciuti Celati ci teneva a farmi vedere le zone acquitrinose del delta del Po, zone della bassa ferrarese, da cui proveniva sua madre». E ancora: «In quei primi anni di fervente amicizia, per chiacchierare meglio prendevamo la macchina e andavamo a caso per le campagne, specie dove finivano le zone bonificate e iniziavano le distese d’acqua salmastra...». Ermanno Cavazzoni con Celati aveva anche creato la rivista Il semplice, pubblicata da Feltrinelli tra il 1995 e il 1997, nata per promuovere una scrittura libera e legata al racconto orale.
Cavazzoni è scrittore (e sceneggiatore, ha collaborato con Federico Fellini a La voce della luna) che negli anni è piaciuto molto alla giuria dei letterati (e letterate) del Campiello, già nel 2018 l’avevano portato in Cinquina con La gelosia dei dementi (La nave di Teseo). E pure in quest’edizione, la giuria l’ha voluto in Cinquina con un volume che è un ritratto intimo (anche privato e personale) di un amico. Il Celati «intellettuale contro» emerge tutto dal libro, come la nostalgia dell’autore. La vita dei due amici scorre fino all’ epilogo, «la fine finale». «Questa lunga amicizia, questa lunga intesa che al mondo è rara, se ne sta andando via, e non c’è niente da fare. Sono le leggi impietose della natura che operano, e non c’è modo di sottrarsi, anzi, riducono le persone in uno stato tale che meglio per loro che se ne vadano, da questa comparsata in terra che illude e di cui alla fine resta poco...».
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