Il Sud letterario non è l'India coloniale di Kipling
Corriere della Sera - Cultura

Il Sud letterario non è l'India coloniale di Kipling

Sabato 8 agosto 2026
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A proposito del dibattuto sul «turismo culturale» nei romanzi meridionali: la sociologia non può sostituire la critica letteraria

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Il Sud letterario non è l'India coloniale di Kipling

di Marco Demarco

A proposito del dibattuto sul «turismo culturale» nei romanzi meridionali: la sociologia non può sostituire la critica letteraria

Fotografia di Mimmo Jodice

La bassa Italia di questo secolo non è l’India coloniale di Kipling: incantata e felice di essere governata dagli inglesi. Bisognerebbe partire da qui. Dal tempo che passa e dai contesti che cambiano. Eppure c’è ancora chi guarda il rapporto tra Nord e Sud con le categorie di allora. 
A Milano, Venezia e Torino, scrive Carlo Pizzati su La Stampa, si leggono le storie meridionali come nella Londra vittoriana si leggevano i romanzi ambientati nelle periferie dell’impero. Di più. Il Nord sceglie i romanzi del Sud per un interesse analogo: per domesticare l’esotico, per fare turismo emotivo, per ritrovare nel confronto con un altrove vicino ciò che sente di avere perduto. “È una questione di geopolitica culturale”, dice Pizzati ricorrendo a una formula allusiva come poche. E destinata inevitabilmente a mettere in allarme i lettori ignari di tanta complicità. Ciò che è perduto, ad esempio, lo è in senso nostalgico? O, al contrario, è proprio il superamento di quel mondo a produrre al Nord un senso di liberazione, se non addirittura di superiorità? Giornalista e scrittore che da anni vive in Asia, Pizzati non a caso richiama esplicitamente Edward Said e, implicitamente, il suo libro più celebre, «Orientalism» (1978). In quel saggio l’Oriente non è descritto come una realtà oggettiva, ma come una costruzione culturale dell’Occidente: un altro mondo grazie al quale l’Europa definisce meglio la propria identità. Non solo attraverso autori dichiaratamente imperialisti, ma attraverso un intero sistema di conoscenze, rappresentazioni e categorie. È con questo apparato interpretativo che Pizzati passa in rassegna le classifiche dei bestseller italiani, le mette in relazione con il mercato editoriale e con i dati sulla lettura e arriva alla sua conclusione. 
Il Nord legge più del Sud, ma quando legge narrativa italiana legge soprattutto il Sud: le sue aristocrazie decadute, le faide familiari, i territori rifugio dell’arcaico, quelli dove il sedersi a tavola conserva ancora un significato rituale.
E quando un romanzo meridionale conquista le classifiche o i premi più prestigiosi, ciò non avviene per una questione di riconoscimento o di inclusione compensativa, ma di geopolitica culturale, appunto. “È una nostra esotizzazione nazionale”. La provocazione è ben congegnata e proprio per questo Mirella Armiero ieri l’ha opportunamente segnalata in queste pagine. Ma, proprio perché è teoricamente ambiziosa, la tesi di una convergenza “neocoloniale”, nella quale il Nord orienta i canoni della ricezione e il Sud finisce in qualche modo per rispecchiarli, richiederebbe una dimostrazione sistematica. Mancano invece proprio i due casi che considero più problematici, anche se il secondo è ascrivibile al settore narrativo solo con un certo arbitrio: «Gomorra» di Roberto Saviano e «Terroni» di Pino Aprile. Due libri che il Nord ha molto letto e amato. Ma può Gomorra rientrare nello schema di Pizzati riducendolo al mero racconto di uno scontro tribale rispetto al quale sentirsi oltre? Viceversa, per Terroni una convergenza c’è stata: ma politica, non emotiva, tra due separatismi molto affini sin dal tempo di Gianfranco Miglio, quello paleoleghista e quello neoborbonico. C’è poi la questione del valore letterario delle opere citate, curiosamente quasi tutte firmate da donne, che non viene neanche minimamente considerato. Come se la loro diversa qualità letteraria fosse irrilevante. «Di spalle a questo mondo» di Wanda Marasco e «L’alba dei Leoni» di Stefania Auci giocano in campionati diversi, ha già detto Mirella Armiero. Ma cosa hanno in comune entrambe con la leggerezza autoironica di «Baciami al Caffè di Napoli» di Chiara Gily? Ciò che importa è solo il modo in cui le opere vengono accolte. Questa narrativa, sostiene Pizzati, che è letta come “alterità controllata” più che come “voce autonoma”, anche in virtù del fatto che è quasi sempre mediata da grandi case editrici del Nord. Ed ecco l’approdo di tutto il ragionamento: al Sud c’è una narrativa alternativa che rimane invisibile perché non rientra in questo “inconscio desiderio di esotismo”. È implicita l’esistenza di un colpevole. Chi può essere, se non l’imperialismo culturale nazionale? Ma qualcosa non torna. Said parla di un impero che costruisce il sapere sul colonizzato. Qui, invece, gli autori sono parte dello stesso Stato, scrivono nella stessa lingua, appartengono allo stesso spazio letterario. Inoltre, quale narrativa meridionale - nell’epoca dei libri autoprodotti, dei social e del passaparola digitale - può davvero restare invisibile? 
Diverso è il discorso sulla debolezza strutturale dell’editoria meridionale. È un fatto, ma proprio qui l’orientalismo in salsa italiana potrebbe deviare oltre misura saldandosi a un certo vittimismo sudista: la tendenza, cioè, a intravedere la mano del Nord rapace ovunque ci siano ritardi, responsabilità e inadempienze da Napoli in giù. La cultura, come ricordava Said, “non è un placido regno di raffinatezza apollinea”. È spesso un campo di battaglia. Ma proprio Said metteva poi in guardia da ogni forma di essenzialismo: dalla riduzione a un’unica dimensione di ciò che è per sua natura complesso, dalle letture totalizzanti che, pretendendo di spiegare tutto, finiscono per non spiegare abbastanza. Perché al fondo c’è anche questo: la sociologia culturale ha grandissimi meriti, ma non può sostituire, e meno che mai annullare, la critica letteraria.

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