Vino, «Sulle rotte delle Malvasie»: il viaggio in barca a vela per riscoprire il vitigno simbolo della Serenissima tra storia e gastronomia
Il progetto promosso dal giornalista Maurizio Crema toccherà i principali porti dell'Adriatico. La storia del vino tra Medioevo e Rinascimento: appassionò anche Leonardo da Vinci
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Vino, «Sulle rotte delle Malvasie»: il viaggio in barca a vela per riscoprire il vitigno simbolo della Serenissima tra storia e gastronomia
di Giacomo CandoniIl progetto promosso dal giornalista Maurizio Crema toccherà i principali porti dell'Adriatico. La storia del vino tra Medioevo e Rinascimento: appassionò anche Leonardo da Vinci
La barca a vela Jancris che seguirà la rotta delle Malvasie
«Siamo quello che mangiamo», scriveva nell’Ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach. Ma siamo anche quello che beviamo, ci permettiamo di aggiungere duecento anni più tardi. Perché la cultura enogastronomica di un popolo è una delle chiavi per comprenderne le tradizioni, la storia e i legami verso l’esterno. Ed è da qui che prende spunto «Sulle Rotte delle Malvasie senza confini», progetto culturale che vuole riscoprire l'antichissima storia di un vitigno - il Malvasia - che si è diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo grazie alla Repubblica di Venezia.
Promotore di quest’iniziativa è il giornalista Maurizio Crema, partito il 6 giugno da Chioggia (Venezia) a bordo della barca a vela Jancris per ricucire i fili di una storia che affonda le sue radici nel XIII secolo. Il viaggio tocca i principali porti della costa adriatico-balcanica, da Trieste a Ragusa passando per Zara e Spalato per concludersi in Grecia, a Malvasia (Monemvasia in greco): «Dove il mito cominciò», spiega Crema.
Con lui ci sono i due armatori e skipper Alfredo e Nicoletta Giacon, il progettista culturale Pietrangelo Pettenò, il presidente della delegazione universitaria di Roma della Lega navale italiana Renato Carafa e Patrizia Loiola, vicepresidente di Slow Food Veneto.
Un prodotto di lusso di Medioevo e Rinascimento
Quando raggiungiamo Crema al telefono, si trova a Trieste. Ha da poco concluso la visita all’unica rompighiaccio italiana, ancorata proprio nel porto giuliano, e inizia a ricucire con passione i fili della storia: «Durante gli anni di dominio veneziano sui mari, i mercanti della Serenissima raggiunsero il Peloponneso e la città di Monemvasia. Qui i Greci coltivavano un vitigno da cui ricavavano un vino dolce e profumato di cui i veneziani capirono subito il potenziale». Il vitigno e il vino vengono ribattezzati «Malvasia» e quest’ultimo diventa presto un prodotto di lusso, venduto con prezzi fino a cinque volte superiori rispetto agli altri vini: «È l’oro del Medioevo e del Rinascimento, trova spazio solo sulle tavole della nobiltà e del clero», spiega Crema.
Nonostante sia prezioso, è un vino «navigato e navigante, che può essere trasportato senza pericolo di essere rovinato» e in breve raggiunge le corti di tutta Europa. Il malvasia «diventa il primo vino di riferimento sul mercato, un brand, come il prosecco oggi. Chi produceva un vino mediamente buono lo chiamava "malvasia" per attirare clienti», prosegue Crema. Non c’è da stupirsi dunque se perfino Leonardo da Vinci inizia a coltivarlo. Oggi in Italia ci sono 17 vitigni chiamati Malvasia e molti altri sono stati piantati tra il Mediterraneo e l'Atlantico, fino alle isole Canarie e al Brasile. Il legame più speciale rimane però quello con Venezia, dove si può passeggiare per calle Malvasia, calle larga de la Malvasia o attraversare il sotoportego della Malvasia.
Un viaggio lento lungo l'Adriatico
Per comprendere questa diffusione bisogna tornare al periodo della conquista turca dei territori controllati dalla Serenissima, quando i veneziani iniziarono a estirpare i vitigni e ripiantarli risalendo la costa adriatica: Istria, Dalmazia, Friuli e Veneto.
E qui si trova una delle chiavi della «spedizione» di Crema, sostenuta dall’azienda vinicola Bottega e da Banca della Marca: «Vogliamo raccontare la fatica e la nostra storia, una storia che abbiamo un po' dimenticato, mettendo in luce quello che ci unisce a questi territori». Gli aspetti in comune sono molti, a partire dagli «incroci di civiltà», che fanno sì che oggi a Venezia ci siano il ponte dei Greci e la calle degli Albanesi. Ma anche, specifica Crema, «la cultura del viaggio, la lingua costiera dei marinai e l’idea di una vita salutare e attenta a quello che offre il territorio».
Un viaggio lento e sostenibile è dunque l’ideale per tornare indietro nel tempo e avvicinarsi ai mercanti veneziani del Trecento: «Ascoltare e raccontare le loro storie e le loro gesta alle persone che incontreremo nel nostro viaggio è un modo per tornare a connetterci col presente. Vogliamo che l’Adriatico torni a essere un ponte e non un muro, sciogliendo le diffidenze che ancora persistono». Con un brindisi e un calice di malvasia.
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