Tinto Brass scrive a Mattarella: «Presidente, vivo in un borgo di Roma dove ai bambini è preclusa la scuola e a noi anziani il diritto alla salute. Faccia qualcosa per Isola Farnese»
Corriere della Sera - Cultura

Tinto Brass scrive a Mattarella: «Presidente, vivo in un borgo di Roma dove ai bambini è preclusa la scuola e a noi anziani il diritto alla salute. Faccia qualcosa per Isola Farnese»

Martedì 30 giugno 2026
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La lettera del regista al presidente della Repubblica: «Ho 93 anni e ho fatto i conti con la morte. Ma non posso accettare che alla comunità che vive in un paese colpito dalle frane di cinque mesi fa venga negata la libertà»

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Tinto Brass scrive a Mattarella: «Presidente, vivo in un borgo di Roma dove ai bambini è preclusa la scuola e a noi anziani il diritto alla salute. Faccia qualcosa per Isola Farnese»

di Tinto Brass

La lettera del regista al presidente della Repubblica: «Ho 93 anni e ho fatto i conti con la morte. Ma non posso accettare che alla comunità che vive in un paese colpito dalle frane di cinque mesi fa venga negata la libertà»

Tinto Brass e la frana a Isola Farnese

Egregio Presidente,
Le scrivo dal borgo di Isola Farnese, in cui risiedo da oltre mezzo secolo, affidando queste parole — poiché le mie condizioni di salute non mi consentono altro — a mia moglie Caterina. Mi rivolgo a Lei, nella più alta carica istituzionale dello Stato e quale garante della Costituzione, per sottoporLe una vicenda al tempo stesso personale e collettiva: la testimonianza di un'emergenza più ampia, che oggi grava su un'intera comunità. Questo borgo non è per me semplice dimora, ma il luogo in cui ho amato, lavorato e dato forma alla mia opera, scrivendo e montando ogni mio film. Pur avendo conosciuto molti luoghi e molte stagioni, è qui che ho scelto di radicarmi: e ne sento perciò il destino indissolubilmente legato al mio.

Nel gennaio scorso, due eventi franosi hanno dissestato il costone su cui sorge il Castello Farnese, precludendo per quattro mesi ogni via d'accesso al borgo, tanto carrabile quanto pedonale. Ne è derivata una crisi profonda — sociale, economica, sanitaria e insieme religiosa — che ha sottratto persino ai bambini la scuola. In quel tempo, ogni necessità del vivere quotidiano doveva piegarsi a un'unica, angusta via: una scalinata di 141 gradini, percorribile soltanto attraverso la proprietà privata del Castello. Un percorso impervio, precluso agli anziani, alle persone con disabilità, alle donne in attesa e a chiunque versi in condizioni di fragilità — quelle nelle quali, ahimè, mi trovo anch'io.

A distanza di mesi, la situazione resta irrisolta. L'arteria principale, riaperta in via provvisoria, viene nuovamente preclusa in modo automatico a ogni allerta meteo di livello giallo o all'attivarsi dei sensori d'allarme: è sufficiente un temporale di passaggio perché l'intero borgo ritorni isolato, e la scalinata resti l'unica via percorribile, percorso che le temperature di questi giorni rendono ancora più impervio.

Dietro la reiterazione di tali divieti non scorgo, Egregio Presidente, una reale e lungimirante cura della pubblica incolumità, ma il riflesso di una più profonda inerzia: privati e amministrazioni pubbliche si trincerano ciascuno dietro le proprie responsabilità, in attesa che venga finalmente messo in sicurezza il costone del Castello Farnese. E nel protrarsi di questa attesa, l'amministrazione, pur di porsi al riparo da ogni addebito, opta per la soluzione più comoda e meno coraggiosa: serrare l'accesso e con esso sospendere la libertà di un'intera comunità.

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Vi è di più. Mentre si invoca il principio dell'incolumità pubblica per chiudere la via principale, la stessa amministrazione considera formalmente percorribile una via secondaria: una strada priva agli atti di qualsiasi collaudo o relazione tecnica che ne attesti la viabilità, già teatro di ribaltamenti di veicoli, e che i residenti, per fondate ragioni di sicurezza, si rifiutano di percorrere.

Prima della frana, le mie condizioni erano pienamente soddisfacenti, frutto di un attento e ininterrotto percorso di cure, affidato a una équipe di specialisti che ne assicurava il costante monitoraggio. La chiusura del borgo ha interrotto bruscamente tale regime assistenziale, venendo a mancare la sorveglianza clinica necessaria a prevenire le complicanze cui sono esposto: complicanze che, a pochi giorni dalla riapertura della strada, si sono puntualmente manifestate in una grave setticemia che ha messo a repentaglio la mia vita, rendendo necessari due ricoveri ospedalieri ravvicinati.

Da allora, le ricorrenti interdizioni della strada si sono tradotte in una catena ininterrotta di ostacoli al mio diritto alla salute e alla cura, e alla più semplice e umana delle necessità: sentire accanto l'affetto dei propri cari nell'ora della fragilità. Mia moglie Caterina, che mi è stata accanto con dedizione incrollabile in questi momenti difficili, è stata così costretta alla scelta umiliante di scavalcare le transenne, per raggiungermi in ospedale entro gli orari di visita e per rientrare a casa. Più volte, nel cammino faticoso della convalescenza, ci siamo trovati costretti a rinviare le prestazioni di assistenza domiciliare, spezzando quella continuità di cure che la mia condizione richiederebbe; e, nelle emergenze, è stata lei stessa a doversi accertare personalmente che la via fosse aperta, affinché i soccorsi potessero intervenire nel più breve tempo possibile.

Mi creda, Egregio Presidente: giunto alla soglia dei novantatré anni, ho da tempo fatto i conti con la morte, e la guardo come un fatto naturale, senza timore alcuno. Sono stato un uomo felice, e tale ancora mi sento: ho potuto realizzare appieno me stesso, e nulla di ciò che mi attende potrà mai privarmi di quanto la vita, nella sua generosità, mi ha dato. Se mi rivolgo a Lei, dunque, non è per la mia sorte, che accetto serenamente. Alla libertà ho dedicato ogni mia opera e ogni mio giorno, e non saprei restarle fedele se tacessi ora, vedendola negata alla mia gente. È a loro che penso: agli anziani, che non concepiscono altra dimora che questa; ai bambini, ai quali è stata tolta la scuola; alle famiglie, che ogni giorno lottano per una vita normale. A loro mi legano vincoli profondi e generazionali, un affetto radicato nel tempo, che si tramanda come la più preziosa delle eredità.

La tensione sociale ha ormai raggiunto il limite: nei giorni scorsi si è giunti ad accese contestazioni tra la Polizia Locale e i residenti esasperati. Il Comitato dei Residenti del Borgo di Isola Farnese ha più volte invocato una revisione dell'ordinanza sindacale secondo criteri di proporzionalità e adeguatezza rispetto al rischio effettivo, oltre alla messa in sicurezza della strada, senza che ad oggi sia seguito alcun provvedimento.

Egregio Presidente, mi rendo conto che dietro questa vicenda non vi è soltanto una strada interdetta, ma qualcosa che tocca le fondamenta stesse del nostro vivere insieme: il diritto a curarsi, a muoversi liberamente, a non essere separati dai propri affetti, a coltivare il lavoro, lo studio e la fede.
Sono i diritti che la Costituzione affida alla Repubblica perché li protegga, e che proprio per questo non possono cedere il passo alla comodità di un divieto o alla lentezza di chi dovrebbe agire. Tanto più si è fragili, tanto più essi dovrebbero essere difesi.

Mi rivolgo dunque alla Sua alta autorità morale e istituzionale, nella fiducia che vorrà richiamare le competenti autorità locali — e segnatamente il Comune di Roma — all'adempimento dei propri obblighi e all'adozione di provvedimenti concreti e improcrastinabili, a tutela di questa comunità. Mi sia permesso aggiungere che la vera sicurezza non nasce dalla chiusura, dalle transenne e dal rinvio, ma dalla lungimiranza, dall'opera e dalla responsabilità di chi è chiamato a governare il bene comune; perché proteggere un cittadino non significa rinchiuderlo, bensì restituirgli la strada e con essa la dignità.

Nel ringraziarLa per l'attenzione che vorrà riservare a queste righe, Le porgo, Egregio Presidente, i miei rispettosi saluti.

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