La disumanità dietro uno schermo
la tragedia della ministra roccella: cresce l’aggressività nel dibattito pubblico. I seminatori d’odio sanno cosa fanno: non comprendono però le conseguenze delle loro parole
La disumanità dietro uno schermo
Beppe Severgnini | 29 giugno 2026la tragedia della ministra roccella: cresce l’aggressività nel dibattito pubblico. I seminatori d’odio sanno cosa fanno: non comprendono però le conseguenze delle loro parole
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Anche una tragedia può farci capire cosa siamo diventati. Non tutti, ma troppi. Mentre continuano le ricerche dell’ingegner Luigi Cavallari, scomparso sabato nel lago di Vico, la moglie Eugenia Roccella viene coperta di insulti, sarcasmo e insinuazioni. La sua colpa? Essere un personaggio pubblico. Un ministro del governo che ha espresso opinioni e ha preso decisioni.
Alcuni non le condividono, com’è normale. Ma niente giustifica la colata di assurdità che ha riempito i social. Dov’era possibile commentare — i post Instagram dei siti d’informazione, per esempio — sono apparse molte affermazioni stupide, altre disgustose; alcuni riuscivano a essere disgustosamente stupidi. Una piccola selezione, sgradevole ma necessaria.
«Il marito di qualsiasi donna non fa notizia mentre i parenti dei politici riempiono i tg!». «Forse una tragedia potrebbe farle cambiare le idee che ha». «Poteva fare a meno di tuffarsi mentre c’è chi muore in mare andando in cerca di cibo per i suoi cari». «Il karma è arrivato fino al lago!». «Mi dispiace per questo ricco signore sulla sua bella barca». «Vorrei che questo dolore rendesse Roccella più empatica e umana. Anche se non credo. Chi non ha cuore non ce l’avrà mai». In un post su X, Giorgia Meloni ha definito «ignobili e disumani» i commenti contro Eugenia Roccella. «Qualcosa che fa rabbrividire», ha aggiunto. Difficile non essere d’accordo.
Ma non abbiate dubbi: se la tragedia avesse toccato un esponente dell’opposizione, l’odio sarebbe stato simile: becero, immotivato, crudele. La passione politica, per alcuni, giustifica tutto
Li chiamiamo haters. Ma il nome inglese rischia di farli apparire sofisticati: sono solo squallidi odiatori, incapaci di vergognarsi.
Dieci anni fa potevamo illuderci che certe uscite fossero dovute alla scarsa conoscenza dello strumento. C’è chi parlava di «impulsivi digitali», sottolineando così l’eccesso di emotività e la mancanza di autocontrollo. Al «Corriere» ci facevamo meno illusioni: nel 2017, due copertine di «7-Sette» erano dedicate ai «bruti digitali».
Perdonate loro perché non sanno quello che fanno, si poteva pensare allora. Oggi, quelle attenuanti non ci sono più. Gli aggressivi, gli offensivi e i molestatori sono consapevoli dei propri comportamenti. Hanno trovato nei social il loro palcoscenico — gratuito, sempre aperto, potenzialmente immenso — e lo occupano, con sadismo travestito da spontaneità.
I seminatori d’odio, in altre parole, sanno cosa fanno. Non comprendono le conseguenze, però.
Resta una domanda, che non interessa loro, ma preoccupa noi: perché lo fanno?
Una prima spiegazione è questa: alcuni movimenti politici, a turno, all’interno delle democrazie, allevano i frustrati, li aizzano, li giustificano. Perché? Semplice: il risentimento si è dimostrato un serbatoio di voti (più della tolleranza, delle proposte, del buon governo). Perché tanti elettori ci cascano? S’illudono di sconfiggere l’ansia crescente — guerre, minacce, redditi, tenuta sociale — trovando un nemico e urlandogli contro.
Lo sfogo aggressivo, agli sprovveduti, appare come la medicina. Invece è una malattia. Spietata.
Per trovare una seconda spiegazione a certi eccessi, possiamo partire da questo aggettivo: spietati, senza pietà. Alcuni personaggi — pensate all’amministrazione Trump — glorificano la forza, la ferocia, la crudeltà; e fanno proseliti. Chi sente compassione viene considerato un debole; chi non prova sentimenti, un vincente. Non serve il Vangelo per sapere che è vero il contrario: basta riguardarsi un film con John Wayne.
Ma gli spietati di oggi non guardano, non leggono, non ascoltano: scorrono uno schermo, alla ricerca di un’occasione. Il dramma della ministra Roccella e di suo marito questo è stato, per loro: un pretesto. Presto passeranno ad altro.
La terza e ultima spiegazione è più caritevole, forse troppo. C’è un verbo quasi scomparso dalla lingua italiana: brontolare. Una manifestazione di insoddisfazione bonaria, una lamentela terapeutica che richiedeva compagnia: la famiglia, il dopolavoro, il bar, lo spogliatoio, la comitiva, il circolo. Oggi il brontolio è stato sostituito dall’insulto. Che non è né bonario né sociale. È l’urlo di persone sole.
Questo non vuol dire che dobbiamo giustificarle. Compatirle, semmai. Convincerle, magari, se ci sentiamo eroici. E aiutarle, anche se sarà difficile. Gli algoritmi delle piattaforme premiamo infatti l’aggressività, che porta gli utenti a trascorrere più tempo online, a reagire, a partecipare. Engagement, si chiama: questo importa ai signori del web, nient’altro. E se, per ottenerlo, s’infierisce su una donna angosciata e su un uomo scomparso in un lago, qual è il problema?
29 giugno 2026
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