Chiara Saraceno: «Nel 1959 negli Stati Uniti scoprii la tv a colori, la lavapiatti e i supermercati. Sognavo di fare l'attrice, ma i miei non erano d'accordo»
Corriere della Sera - Cultura

Chiara Saraceno: «Nel 1959 negli Stati Uniti scoprii la tv a colori, la lavapiatti e i supermercati. Sognavo di fare l'attrice, ma i miei non erano d'accordo»

Lunedì 29 giugno 2026
3 visualizzazioni

La sociologa Chiara Saraceno, professoressa emerita all’Università di Torino, racconta la storia della sua famiglia che in parte ha ispirato e stimolato gli studi a cui ha dedicato tutta la vita

Marito della ministra Roccella disperso: il tuffo, poi Luigi Cavallari è riemerso e ha detto «non mi sento bene», ma la barca era lontana

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Chiara Saraceno: «Nel 1959 negli Stati Uniti scoprii la tv a colori, la lavapiatti e i supermercati. Sognavo di fare l'attrice, ma i miei non erano d'accordo»

di Antonella Frontani

La sociologa Chiara Saraceno, professoressa emerita all’Università di Torino, racconta la storia della sua famiglia che in parte ha ispirato e stimolato gli studi a cui ha dedicato tutta la vita

Chiara Saraceno (nel riquadro) da bambina accanto ai fratelli e alle sorelle

La sua casa è luminosa e accogliente come il sorriso che la precede. Lo sguardo trasmette empatia e un’invidiabile forza vitale. Chiara Saraceno, milanese, classe 1941, è una delle sociologhe italiane di maggior fama riconosciuta per i suoi importanti studi sulla famiglia, sulla questione femminile, sulla povertà e le politiche sociali. Professoressa emerita all’Università di Torino, è stata direttrice del dipartimento di Scienze sociali, del Centro interdipartimentale di studi e ricerche delle donne, nonché membro della Commissione italiana di indagine sulla povertà e l’emarginazione. È stata professore di ricerca al Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung ed è attualmente honorary professor al Collegio Carlo Alberto di Torino. Ha accettato di raccontare la storia della sua famiglia che, in parte, ha ispirato e stimolato gli studi a cui ha dedicato tutta la vita.

In quale contesto è cresciuta?
«Sono la seconda di sei fratelli: dopo la prima figlia e prima del primo maschio, una posizione che ho vissuto come incerta e che forse ha contribuito al mio desiderio di individuare uno spazio mio. I miei genitori avevano radici modeste perché entrambi erano rimasti orfani di padre fin da bambini. Furono costretti, dunque, a lavorare molto presto. Mio papà, lavorando, si diplomò in ragioneria, dopo la nascita della prima figlia e riuscì a laurearsi in economia, dopo la nascita del terzo».

Chi deteneva il potere, tra i genitori?
«Come accade nelle famiglie tradizionali, papà “era il sole attorno a cui ruotava tutto”, diceva mia mamma, ma lei era delegata a decidere. Una dinamica complessa».

Il fratello di suo papà è Pasquale Saraceno, professore di macroeconomia di fama internazionale. Questa figura influenzò in qualche modo il contesto familiare?
«Non direi, salvo che per la condivisione con mio padre e mia madre dell’idea che, insieme allo studio, bisogna contare sulle proprie forze e correre i propri rischi, pur sostenuti dall’affetto familiare. Tra l’altro mio zio abitava a Roma, per cui lo si vedeva di rado. Con lui ho avuto rapporti più frequenti e per me significativi da adulta, quando andavo a Roma per lavoro».

Vigeva una mentalità aperta?
«Nonostante si trattasse di una famiglia dall’impostazione tradizionale, i miei genitori mi lasciarono partire per gli Stati Uniti, in Connecticut, per seguire il penultimo anno di liceo. Era il 1959!».

Lungimiranti e coraggiosi.
«Sì, perché allora era un’esperienza inconsueta, soprattutto per una ragazza. Era un vero salto verso l’ignoto che iniziava con un viaggio in nave di molti giorni. E la comunicazione era affidata alle lettere. Ho impiegato qualche anno ad elaborare quella esperienza».

Cosa capì?
«Fu un’esperienza rivoluzionaria che mi condusse decisamente in “un altro mondo”, per molti versi sconosciuto, salvo che tramite i romanzi. Mi ha addestrata alle differenze culturali».

Come fu accolta?
«Benissimo dalla famiglia, inizio difficile a scuola. Venni inserita in una classe “differenziale” perché non parlavo ancora bene la lingua».

Ci rimase molto lì?
«No, passai in fretta dalla “differenziale” alla “honor class”. Ammetto che non fu molto difficile, dato il livello delle scuole americane rispetto ad un liceo classico italiano».

Quali sono le differenze culturali che la colpirono?
«L’esistenza di una cultura giovanile, con i suoi rituali, già consolidata, di cui faceva parte anche il dating system, che non solo obbligava molto precocemente ad uscire in coppia, ma implicava un “do ut des” nel rapporto uomo donna, che non mi apparteneva. Ne faceva parte anche il rituale della festa dell’ultimo anno di liceo a cui non si poteva andare se non in coppia. Le ragazze dovevano assicurarsi che qualcuno le invitasse e specularmente i ragazzi che qualcuna accettasse il loro invito. Ricordo il senso di ansia che quell’aspettativa generava».

Inoltre, gli Stati Uniti erano già tecnologici…
«Certo, avevano la televisione! A colori e con tanti canali. E la lavapiatti.. Scoprii i supermercati; scrissi a mia mamma: “Comperano la carne incartata nella plastica!”».

Un’amicizia particolare?
«Sì, un amico con cui mi trovavo molto bene con il quale, però, capii il peso delle differenze sociali della società americana. Era ebreo, motivo per cui era reciprocamente proibito frequentarci come coppia».

Cosa sognava da adolescente?
«Di diventare attrice, di studiare al Piccolo di Milano ma i miei non erano d’accordo. Una scelta per cui non lottai e, retroattivamente, un po’ mi dispiace».

Con i suoi genitori nessuno scontro generazionale?
«Ovviamente sì. Le cose cambiarono al mio rientro in Italia dagli Stati Uniti. Avevo un anno in più e avevo acquistato abitudini diverse, mentre loro si aspettavano che tutto tornasse come prima. Il vero atto di ribellione, però, fu entrare a far parte di Gioventù Studentesca (l’antecedente di Comunione e Liberazione). Don Giussani, che lo aveva fondato, era mio insegnante di religione».

I suoi genitori non erano cattolici?
«Sì, erano cattolici praticanti. Ma non apprezzavano quello che ritenevano un eccessivo coinvolgimento in un movimento fortemente identitario. Spesso raccontavo bugie per recarmi agli incontri».

Quando avvenne la rottura con questo mondo?
«Con il Sessantotto. Quando don Giussani e GS “scomunicarono” coloro che partecipavano al movimento, le cui denunce invece io sentivo come coerente con il messaggio evangelico».

Nell’ambito della sua carriera, sente di aver subito torti?
«Un ingiusta bocciatura subita ad un concorso universitario in quanto donna, femminista e di sinistra e, fatto ancora più grave, la restituzione di quattro cattedre per non affidarle a me e ad altri candidati “difficili”. Quella scelta comportò molti effetti negativi su tutto il sistema di sociologia».

Come si definirebbe?
«Una combattente, testarda, ribelle ma in senso costruttivo».

Una debolezza?
«Sembro molto sicura di me ma spesso vengo colta dalla paura di aver fatto qualcosa di sbagliato».

Lei ha ricoperto il ruolo di presidente del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza durante il governo Draghi. Come andò?
«Un’esperienza interessante ma fallimentare. La Commissione doveva fare un monitoraggio e una proposta di riforma, addirittura un articolato di legge, su richiesta del ministro Orlando ma il lavoro non venne neppure proposto al Consiglio dei Ministri».

Perché?
«Per scarso interesse o ostilità di tutte le parti politiche».

Cosa pensa della politica delle famiglie condotta da questo governo?
«Inesistente. Non basta una politica della natalità, oltretutto attraverso i bonus».

Vai a tutte le notizie di Torino

Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino

29 giugno 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Maccio Capatonda a Torino per il lancio di Minions&Monster: il suo saluto nella lingua degli omini gialli

I Minions hanno scelto il capoluogo torinese come città di lancio dell’ultimo episodio della saga

LA PRIMA PAGINA DI OGGI

Condividi questo articolo