Cartoline dalla Cina/ 4: Il Paese dei robot
Nella Repubblica Popolare il futuro è già arrivato. Il successo tecnologico è l’esito delle scelte del Partito comunista. Il testo che pubblichiamo qui sotto è il quarto di una serie che il fisico Carlo Rovelli dedica alla Cina
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Cartoline dalla Cina/ 4: Il Paese dei robot
di Carlo RovelliNella Repubblica Popolare il futuro è già arrivato. Il successo tecnologico è l’esito delle scelte del Partito comunista. Il testo che pubblichiamo qui sotto è il quarto di una serie che il fisico Carlo Rovelli dedica alla Cina
Vi ricordate il futuro che ci aspettavamo quando eravamo ragazzi? Megalopoli ultra-tecnologiche, efficientissime, pulitissime, ordinatissime, auto silenziose, robot che fanno questo e quello? È arrivato: in Cina.
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Mi sveglio nel mio lindo letto d’albergo a un discreto segnale sonoro. Apro, e un piccolo robot mi porta il cappuccino fumante ordinato ieri sera. L’ascensore sa il piano a cui devo andare senza che io debba schiacciare il pulsante. I soldi sono spariti: nessuno ne ha in tasca. Tutto passa per due semplici app sul cellulare, che sembrano capaci di fare qualunque cosa di cui si ha bisogno. Perfino in un antico tempio, per lasciare una piccolissima offerta per il bastoncino di incenso da accendere a Buddha, invece della feritoia per le monete c’è un codice visivo con cui pagare dal telefono. A Pechino robot umanoidi servono il gelato a uno stand. Alla stazione, che sembra più un aeroporto che una stazione, non ci sono biglietti né di carta né codici sul telefono: il treno si prenota con il proprio documento di identità e si accede alla piattaforma presentando questo a un lettore automatico. Nel campus dell’università non serve neppure quello: una telecamera riconosce gli studenti.
Ma quella che lascia a bocca aperta è Shanghai. Una sterminata distesa di torri di oltre trenta piani. La più alta ne ha più di centoventi: quattro grattacieli Pirelli di Milano uno sopra l’altro. Trenta milioni di abitanti, oltre dieci volte Roma o più di tre volte New York. I numeri non rendono lo splendore, la grandiosità, gli spazi, la ricchezza diffusa, le gallerie d’arte, gli splendidi musei con resti di archeologici che risalgono a ottomila anni fa, le folle di famigliole benestanti che si assiepano in questi musei. Ho tenuto una conferenza nel Museo di Scienza e Tecnologia. Il pubblico era pieno di bambini affascinati dai buchi neri. Il museo è uno splendore: supertecnologico, ricchissimo, stupefacente, gremito di persone. Il direttore mi elenca i messaggi che il museo si propone di trasmettere: la scienza è affascinante e ci è amica, il Pianeta è delicato e va protetto perché è uno solo e l’umanità tutta intera deve prendersene cura tutti assieme...
Quarant’anni fa la Repubblica Popolare era analfabeta. Oggi l’analfabetismo è sparito. Quarant’anni fa c’erano ottocento milioni di persone sotto la soglia di povertà estrema. Oggi, in numeri sono delle Nazioni Unite, non ce ne sono più. Ogni anno la Cina produce il doppio dei laureati degli Stati Uniti in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Fra i dieci più produttivi centri di ricerca scientifica del mondo elencati da «Nature», la più prestigiosa rivista scientifica, sette sono cinesi.
Nessuna economia è riuscita a raggiungere simili risultati in un tempo così breve nella storia del mondo. A realizzare tutto questo, bisogna ripeterselo per crederci, è stato un Partito comunista, una organizzazione gerarchica di un centinaio di milioni di tesserati, che guida il Paese con ferrea mano leninista, decisione e coraggio, che ha fatto errori clamorosi, li ha corretti, ha cambiato strada ripetutamente e oggi gode la fiducia della maggioranza. Dopo quattro decenni di crescita economica attorno al 10% annuo, il benessere è aumentato in maniera talmente spettacolare che in media ciascuno è quaranta volte più ricco dei propri genitori.
Un economista italiano venuto a studiare il sistema cinese mi descrive entusiasta l’efficienza di questo sistema. Le aziende sono in competizione feroce. Molte iniziano, poche sopravvivono. Vendono sottocosto. Creatività e efficienza della produzione sono massimizzate. Ma lo Stato guida con decisione. Se decide che è opportuno avere auto elettriche, spinge le banche perché aprano i crediti, le amministrazioni locali perché mettano spazi urbani a disposizione, e via via. In tre anni le auto delle maggiori città sono diventate elettriche, di innumerevoli modelli diversi. La Germania che produceva auto per il mondo è in crisi, e pensa di convertire le sue famose fabbriche di auto in fabbriche — ahimè — di armi.
A tavola un professore indiano cita la teoria marxista. Fra i commensali ci sono due giovani donne cinesi che mi sembra ridano nervosamente. Non è la prima volta che osservo questa reazione al parlare di marxismo. Dopo il pranzo chiedo loro perché. Mi raccontano la loro confusione. Nate negli anni Ottanta, sono cresciute in una Cina che indicava gli Stati Uniti come modello da copiare. Ma la dottrina ufficiale, i testi scolastici, restavano fondati sul collettivismo marxista, l’idea che il bene collettivo debba prevalere sull’individualismo. Il modello Stati Uniti, propagandato dal governo, sembrava contraddire i valori dichiarati insegnati a scuola. A complicare tutto, ora gli Stati Uniti sono di nuovo percepiti, dopo anni di ammirazione, come un antagonista che guarda la Cina in cagnesco.
L’altalena fra collettivismo e individualismo è strutturale. Questa Cina è emersa dal grande esperimento storico e ideologico, la grande scommessa, messa in moto negli anni Ottanta e Novanta da Deng Xiaoping, il grande leader e ideologo del Paese dopo Mao Zedong. Un equilibrio delicato che permette la coesistenza di due modelli prima considerati inconciliabili: da una parte libera iniziativa economica, accumulazione di capitale, differenziazione fra cassi, concorrenza; dall’altra, un controllo fermo di un partito che mantiene saldamente il governo globale del sistema, orienta, indirizza, corregge, sostiene, con l’obiettivo di massimizzare il bene comune.
In fondo non è che una versione molto radicale della socialdemocrazia europea. Massimizzare l’efficacia della competizione all’interno di una struttura di controllo che eviti che il potere economico di pochi diventi eccessivo potere politico. Il partito è il garante del bene comune. Il Paese esplora la sua via al difficile rapporto fra successo individuale e bene collettivo. Non è ovvio che il grande progetto reggerà. Il partito potrebbe cadere nelle mani del capitale. O finire per soffocare l’economia, come predicano da anni i Soloni occidentali che le previsioni sulla Cina finora le hanno sbagliate tutte. L’esperimento è di peso. Il mondo, curioso, sta a guardare.
Il fallimento del grande esperimento storico del comunismo sovietico, incapace di garantire sufficiente crescita economica e incapace di assicurarsi cruciale consenso interno, aveva convinto l’umanità dell’inefficacia di un partito comunista al potere. Il clamoroso successo storico del Partito comunista cinese, proprio su questi due terreni chiave, crescita economica e consenso interno, nel secondo Paese più popoloso del mondo (dopo l’India), riapre quantomeno la questione.
28 giugno 2026 ( modifica il 28 giugno 2026 | 20:17)
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