L’idroelettrico e il prezzo dimenticato dei territori
La questione che dovrebbe interessare il Paese è: a quali condizioni si concede l’uso dell’acqua per produrre energia, e quale posto hanno i territori che da oltre un secolo sopportano gli effetti delle infrastrutture idroelettriche?
L’idroelettrico e il prezzo dimenticato dei territori
Gianfranco Pederzolli | 28 giugno 2026La questione che dovrebbe interessare il Paese è: a quali condizioni si concede l’uso dell’acqua per produrre energia, e quale posto hanno i territori che da oltre un secolo sopportano gli effetti delle infrastrutture idroelettriche?
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Riceviamo e volentieri pobblichiamo.
Caro direttore,
il dibattito trentino su Dolomiti Energia è arrivato alla stampa nazionale attraverso la porta più facile: la Borsa. È comprensibile. La quotazione di una grande utility territoriale interessa il mercato, divide la politica, richiama il tema del rapporto tra pubblico e privato. Ma se ci fermiamo lì, guardiamo la parte più rumorosa e meno decisiva della vicenda. La questione che dovrebbe interessare il Paese è un’altra: a quali condizioni si concede l’uso dell’acqua per produrre energia, e quale posto hanno i territori che da oltre un secolo sopportano gli effetti delle infrastrutture idroelettriche?
Una società energetica può avere bisogno di capitali, alleanze, competenze manageriali, piani industriali. Sono temi seri, ma richiedono numeri, informazioni e competenze specifiche. Il dibattito pubblico rischia invece di trasformarli in una contrapposizione sterile tra chi vede nel mercato la modernità e chi vi vede una minaccia.
La questione vera è precedente: a quali condizioni una risorsa naturale viene concessa per produrre energia? Chi partecipa alla definizione di quelle condizioni? Quale ruolo hanno i territori che da più di un secolo convivono con dighe, invasi, condotte, derivazioni, servitù, vincoli paesaggistici, rischi e trasformazioni profonde del proprio ambiente?
L’idroelettrico italiano è una grande storia nazionale. Ha contribuito all’industrializzazione del Paese, all’elettrificazione delle aree rurali, alla sicurezza energetica, e oggi torna centrale nella transizione ecologica. Ma è anche una storia di territori montani profondamente trasformati. All’inizio fu una stagione largamente predatoria: l’acqua delle valli serviva allo sviluppo di pianure e industrie lontane. Poi venne una stagione più negoziale, con le prime grandi regole pubbliche sulle acque. Le tragedie del Gleno, del Molare e poi del Vajont hanno ricordato, nel modo più drammatico, che l’idroelettrico non è mai solo energia: è territorio, sicurezza, paesaggio, comunità.
La legge del 1953 sui sovracanoni BIM aprì una fase risarcitoria importante. Riconobbe che la produzione idroelettrica genera valore generale, ma incide su luoghi specifici. Non fu un favore. Fu il riconoscimento istituzionale di un equilibrio necessario. I Comuni montani non chiedevano di chiudere l’acqua dentro i propri confini. Chiedevano che il Paese riconoscesse il prezzo territoriale del proprio sviluppo energetico.
Oggi quella fase non basta più. Dopo decenni di convivenza, l’idroelettrico è cambiato. Le imprese sono più efficienti, più tecnologiche, più finanziarizzate. Gli impianti sono spesso controllati da remoto. La forza lavoro locale che un tempo innervava il rapporto tra centrale e valle si è ridotta fino ad esaurirsi. Il nesso tra impresa e territorio si è indebolito. Restano le infrastrutture, restano gli impatti, resta la risorsa. Ma il valore tende ad allontanarsi.
È qui che si apre la nuova questione nazionale. Nei prossimi anni molte concessioni idroelettriche dovranno essere rimesse in ordine. La legge ha spinto verso le gare, anche per rispondere alle regole europee sulla concorrenza. Oggi si discute di una possibile «quarta via»: riassegnare le concessioni agli attuali gestori in cambio di investimenti negoziati. In mezzo stanno società miste, partenariati, project financing, proroghe, procedure regionali diverse.
FederBIM non fa una battaglia ideologica sulla formula. Gara, società mista o rinnovo negoziato non sono, da sole, né il bene né il male. La vera domanda è un’altra: i territori saranno dentro la definizione delle regole oppure resteranno fuori, mentre Stato, Regioni e concessionari decidono tra loro?
Se la partita resta una triangolazione tra amministrazioni concedenti, grandi operatori e norme sulla concorrenza, sarà un’occasione perduta. L’acqua non è una materia prima qualunque. Non nasce in
un bilancio societario. Nasce in bacini concreti, attraversa comunità, regola ecosistemi, alimenta agricoltura, turismo, acqua potabile, paesaggio, sicurezza idrogeologica. Chi vive in quei territori non può essere convocato solo alla fine, per ricevere un ristoro o sopportare una decisione.
Non si tratta di chiedere prebende, assunzioni artificiali o rendite locali. Sarebbe un errore opposto e altrettanto grave. Si tratta di costruire una nuova territorialità dell’impresa idroelettrica. Le società che utilizzano l’acqua devono tornare a essere parte di strategie di sviluppo locale: manutenzione dei bacini, sicurezza delle dighe, prevenzione del dissesto, gestione forestale, monitoraggio ambientale, formazione tecnica, comunità energetiche, servizi ecosistemici. Non compensazioni occasionali, ma impegni misurabili e stabili.
Questo è il passaggio da un idroelettrico estrattivo a un idroelettrico generativo. Estrattivo è un modello che preleva risorsa e concentra valore altrove. Generativo è un modello che produce energia per il Paese e, insieme, capacità, cura e futuro nei territori che rendono possibile quella produzione.
FederBIM rappresenta questa memoria e questa competenza. I Consorzi BIM non sono un residuo del passato. Sono nati prima che molte delle categorie oggi di moda entrassero nel linguaggio pubblico: beni comuni, sostenibilità, servizi ecosistemici, partecipazione territoriale. Da più di settant’anni presidiano il punto esatto in cui l’interesse nazionale all’energia incontra la vita concreta delle comunità montane.
Ora quella funzione va aggiornata. Non basta più il ristoro. Serve corresponsabilità. Le comunità locali non devono sostituirsi alle imprese, né pretendere di gestire ciò che richiede competenze industriali. Devono però partecipare alla definizione degli obblighi, degli investimenti e delle ricadute.
Il caso trentino è importante perché riguarda un sistema autonomistico avanzato. Ma il tema è italiano. Se perfino nei territori più attrezzati il dibattito rischia di ridursi agli assetti finanziari di una utility, significa che il Paese non ha ancora messo a fuoco la domanda principale.
La transizione energetica non sarà giusta se parlerà solo di concorrenza, megawatt e investimenti. Sarà giusta se saprà riconoscere i territori non come riserve naturali da utilizzare alla bisogna, ma come soggetti della transizione.
Prima della Borsa, prima delle gare, prima delle formule giuridiche, viene l’acqua. E con l’acqua vengono le comunità che la custodiscono.
* Presidente FederBIM
28 giugno 2026
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