Giorgio Aiazzone, il «geometra» del «provare per credere» nel ricordo della figlia: «Mi educò da maschio, ma fece arrivare un elicottero alla mia festa»
Corriere della Sera - Cultura

Giorgio Aiazzone, il «geometra» del «provare per credere» nel ricordo della figlia: «Mi educò da maschio, ma fece arrivare un elicottero alla mia festa»

Domenica 28 giugno 2026
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Elisabetta Aiazzone: «Fu il profeta dell’arredamento di massa. Più di un commerciante: era un comunicatore. L'incidente aereo? Sono cresciuta di dieci anni in un attimo»

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Giorgio Aiazzone, il «geometra» del «provare per credere» nel ricordo della figlia: «Mi educò da maschio, ma fece arrivare un elicottero alla mia festa»

di Timothy Ormezzano

Elisabetta Aiazzone: «Fu il profeta dell’arredamento di massa. Più di un commerciante: era un comunicatore. L'incidente aereo? Sono cresciuta di dieci anni in un attimo»

Rosella Piana, Giorgio Aiazzone e le figlie Elisabetta, Giorgia e Marcella (foto: archivio personale
di Elisabetta Aiazzone)

Quarant’anni fa, il 6 luglio 1986, Giorgio Aiazzone moriva in un incidente aereo. Aveva appena 39 anni. «Non arriverò agli anta», diceva. In poco più di un decennio, con sua moglie e socia di vita Rosella Piana, era passato dalla bottega di famiglia a guidare uno dei più straordinari successi imprenditoriali d’Italia, isole comprese, anticipando modelli commerciali e televisivi che avrebbero fatto scuola. Poi, all’improvviso, la caduta, la morte: sembra la fine di un’epoca. Oggi a raccontare l’uomo dietro il personaggio è la figlia maggiore, Elisabetta, residente a Lugano. Lo fa per ricucire il confine tra mito e realtà di una storia spesso ridotta a slogan, leggende e luoghi comuni. Tra felicità sfrenate e paure profonde, intuizioni geniali e presentimenti inquietanti, emerge il ritratto di un padre carismatico e imprevedibile. E si scopre la storia, meno conosciuta e forse ancora più sorprendente, della madre Rosella: «Per finanziare il progetto investirono le loro doti: mamma mise il capitale, vendendo uno chalet in Valle d’Aosta, papà l’esperienza e la sua bottega. Hanno dato vita a un’avventura imprenditoriale unica. Dopo la tragedia mia madre sostenne da sola l’eredità di famiglia: il mobilificio Aiazzone, il primo store di 4.500 mq inaugurato nel 1974, ma anche la Gat, terzo gruppo televisivo nazionale, e lo sviluppo del concept della Città del Mobile».

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I suoi genitori in un’immagine?
«L’inizio della loro storia, immortalati mentre ballano alla festa dei 18 anni di mia madre. Si sono conosciuti nel 1969: amore a prima vista. Papà era orgoglioso di aver incontrato una donna speciale con cui costruire la propria vita. Hanno superato distanze e contrasti familiari. Nel 1972 si sposano a Oropa e nasco io. Poi arrivano le mie sorelle, Marcella e Giorgia». 

Che padre era Giorgio Aiazzone?
«Esigente, carismatico. Proveniva da una famiglia di commercianti modesta ma operosa. Cominciò a lavorare giovanissimo, nella bottega di suo papà Giuseppe Mario. Diplomato geometra, a 24 anni era già padre: vivace, ribelle, creativo. Mi educò come avrebbe fatto con un maschio, e questo mi fece molto arrabbiare con lui. A cinque anni guidavo il trattore, poco dopo la moto. Mi ha trasmesso forza, determinazione, durezza: ho la sua tempra».

E sua madre? Chi era Rosella Piana?
«Una donna libera ed emancipata, capace di sfidare tutti anche con i suoi silenzi. Dopo il diploma magistrale, si iscrisse a Lettere: cercava la libertà, economica e intellettuale, rifiutava l’autorità patriarcale. A 35 anni si trovò sola alla guida di tutto. Trasformò il dolore in responsabilità. Era una leader generosa e tenace. Nel 1988 divenne Cavaliere della Repubblica e nel 1998 cedette il marchio: la mia famiglia non ha nulla a che fare con il successivo crack del 2009. Morì prematuramente il 28 settembre 2002, a soli 51 anni. Il mondo intorno a noi crollò come un domino. Le persone che frequentavo erano soprattutto avvocati; non ebbi il tempo di elaborare ciò che stava accadendo. La mia malattia autoimmune esplose, come conseguenza di un peso a lungo trattenuto».

Suo padre veniva chiamato il Geometra.
«Indossava quel nome con orgoglio. Era fiero della sua appartenenza alla classe media e del lavoro che lo aveva portato fin lì, anche se nel Biellese patria del tessile non fu subito accettato. Oggi invece il Geometra a Biella ha lo stesso peso simbolico dell’Avvocato a Torino».

Quando ha capito che suo padre era diventato un personaggio nazionale?
«Quando dicevo il mio cognome e mi chiedevano se ero l’Aiazzone del “provare per credere”. E quando i compagni di scuola iniziarono a discriminarmi pesantemente. Viaggiavamo molto: India, Brasile, Filippine, Cina. Ma il privilegio non doveva diventare distanza dagli altri, eravamo ancorate alla realtà. Anche se alcune giornate sembravano irreali».

Un esempio?
«Penultimo giorno di scuola, l’ultimo nostro momento insieme: papà mi venne a prendere e volammo a Roma. Mi mise due milioni di lire in mano e mi disse di andare da Bulgari, scortata dai piloti in alta uniforme, per comprare un regalo di compleanno a mamma. Altre volte capitava di andare all’Elba in giornata, sempre con l’aereo privato. Papà amava le sorprese e i gesti fuori misura: trasformava l’affetto in meraviglia. Una volta per il mio compleanno lo sfidai: “Fai arrivare un elicottero”. Lo fece. A volte mi chiedo se sia successo tutto veramente...».

Aiazzone ha cambiato il modo di fare impresa in Italia?
«Sì, diventò il profeta dell’arredamento di massa. Era più di un commerciante: era un comunicatore. Poco dopo una brutta esperienza con le cambiali nella bottega del padre maturò l’idea di democratizzare l’acquisto dell’arredamento. Lo slogan “provare per credere”, con quella gestualità, lo inventò mio padre, non un’agenzia pubblicitaria o Guido Angeli. Voleva zittire chi diceva “quei mobili sono di cartone”. Il messaggio era chiaro: “Venite, avvicinatevi: guardate con i vostri occhi”. I clienti potevano visitare l’esposizione, sedersi sui divani, aprire gli armadi».

Era l’epoca dei rapimenti.
«Non è stato affatto facile. I miei genitori avevano costruito intorno a noi una sorta di cordone di sicurezza: eravamo seguite a vista, accompagnate a scuola con le macchine blindate e la scorta. Con noi viveva il mitico Depa, autista e guardia del corpo. Una notte io e le mie sorelle venimmo prelevate e portate alla svelta in un’isola greca, lontano da tutto. Era il settembre 1982, pochi mesi dopo avrebbero rapito i giovani figli del commercialista biellese Baù».

Suo padre aveva un rapporto particolare con la morte.
«Sentirlo dire che non sarebbe arrivato ai 40 mi procurò un brivido alla schiena. Un’altra volta disse al telefono: “Quando toccherà a me, mettetemi ad Oropa”. Proprio dove oggi riposa, in una cappella vicina al santuario. Piansi per mezz’ora, inconsolabile, sulle sue ginocchia. Due giorni prima di morire ci spedì un telegramma a San Vito Lo Capo: “Elisabetta si calmi, la vita è lunga. Un bacio anche a Giorgia e Marcella”. Ero arrabbiata perché non era con noi».

Poi, l’incidente aereo.
«Alle 23.30 vedo arrivare mia madre atterrita. Le chiedo: “È morto papà?”. Credo di essere cresciuta di dieci anni in un attimo. Siamo salite sul primo aereo per Linate, dove siamo state assalite dai paparazzi. Ricordo un enorme senso di vuoto. I funerali hanno bloccato Biella, con il corteo dal mobilificio al Duomo. Tutti dietro alla salma: papà ha ricevuto il saluto che meritava».

Cosa direbbe oggi a Giorgio e Rosella?
«Li ringrazierei per avermi resa una donna libera e indipendente, capace di trovare la propria identità pur portando un nome così famoso. Oggi mi sento la custode di questa storia e dei loro valori».

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