Spiegelman & Mouly, la coppia più visionaria del fumetto
Attesi lunedì 29 giugno a Milano alla Milanesiana per ricevere da Elisabetta Sgarbi la «Rosa d'Oro», i due artisti negli anni Settanta sono riusciti a trasformare le strisce in arte. E volevano «contaminare il loro mondo con idiomi culturali diversi». Ci sono riusciti
domenica 28 giugno 2026
Spiegelman & Mouly, la coppia più visionaria del fumetto
Attesi lunedì 29 giugno a Milano alla Milanesiana per ricevere da Elisabetta Sgarbi la «Rosa d'Oro», i due artisti negli anni Settanta sono riusciti a trasformare le strisce in arte. E volevano «contaminare il loro mondo con idiomi culturali diversi». Ci sono riusciti
di CHIARA SEVERGNINIArt Spiegelman e Françoise Mouly sono la coppia più influente del fumetto mondiale (a Milano lunedì 29 giugno riceveranno la Rosa d'Oro della Milanesiana, manifestazione ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi). E a guidarli, da subito, è stata la medesima bussola. «All’origine della nostra unione», spiega Mouly a "la Lettura", «c’erano tutte le cose che Art desiderava per quello che amava e che, secondo lui, aveva un potenziale enorme». Ovvero, per dirla in breve, il fumetto inteso come arte.Sembra banale dirlo oggi, non lo era negli anni Settanta, all’inizio della loro carriera (e del loro amore). Prima della rivista «Raw», l’incubatore con cui hanno aiutato il fumetto underground a diventare grande. E soprattutto prima di Maus, il capolavoro di Spiegelman: un fumetto sulla vita di suo padre Vladek,ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, innovativo al punto da spiazzare tutti gli editori (che in un primo momento rifiutarono di pubblicarlo).
Ma il desiderio di realizzare una «storia a fumetti che avesse bisogno del segnalibro»- la definizione è di Spiegelman stesso, allergico all’etichetta «graphic novel» - era solo la punta dell’iceberg di un desiderio più grande, e ambizioso. Un desiderio che questa formidabile coppia di artisti è riuscita a realizzare: sdoganare, definitivamente, il fumetto. Anche esercitando l’arte della curatela. Dettaglio non da poco: saper scegliere, quando si tratta di legittimare un’arte e riscriverne da capo le regole, conta quanto saper fare. Ed è decisivo anche oggi, nell’era degli algoritmi e dell’IA, e in un contesto editoriale di ormai costante sovrabbondanza. «Quando abbiamo iniziato», spiega Spiegelman, «i fumetti non venivano presi sul serio. La situazione è cambiata in modo sbalorditivo negli ultimi 25 anni, al punto che ora il problema è la sovrapproduzione: l'offerta è così ampia che è difficile capire a che cosa valga la pena prestare attenzione».
Se oggi selezionare è indispensabile per non affogare in un mare di prodotti non sempre validi, ai tempi di «Raw» (edita dal 1980 al 1991) era funzionale ad allargare i confini di ciò che il fumetto poteva fare. Per questo, dice Spiegelman, lui e Mouly andavano in cerca di «artisti che assomigliavano a sé stessi più che a chiunque altro», capaci di «ridefinire cosa il fumetto potesse essere». Negli Usa, ma anche - programmaticamente - in Europa e Asia: «Volevamo contaminare idiomi culturali diversi»,spiega il fumettista. «Fin dall’inizio», prosegue Mouly, «io e Art abbiamo cercato punti di vista diversi. Non ci interessava dire ai lettori “guarda questo modo di vedere le cose”, ma piuttosto “guarda dentro questo caleidoscopio”».
Un’immagine utile per capire anche altre operazioni di curatela cui la coppia si è dedicata negli anni. Come la serie di comics per l’infanzia «Little Lit» (per cui coinvolsero autori come Paul Auster e il creatore di Where the Wild Things Are Maurice Sendak). O l’antologia di classici per bambini Toon Treasury of Classic Children’s Comics. Ma lo stesso spirito ispira anche il metodo con cui Mouly, dal 1993, interpreta il suo ruolo di art editor del New Yorker, e dunque di responsabile delle sue iconiche copertine. Un mestiere spesso frainteso. «Molti - spiega - pensano si tratti di scegliere un bravo artista e dirgli cosa fare. Ma non bisogna chiedere agli artisti di illustrare le idee degli editor, bensì permettergli di contribuire al dibattito pubblico con ciò che hanno da dire attraverso le immagini». Lasciare loro spazio, insomma, anziché invaderlo. E fidarsi.Perché, argomenta, «gli artisti sono come catalizzatori culturali: colgono ciò che c’è nell’aria e lo trasformano in immagine».
Nell'immagine: Art Spiegelman e Françoise Mouly nel 2003 (foto Ap/ Archivio Corsera).
Su «la Lettura» #761 in edicola e in quest'App una conversazione, a cura di Chiara Severgnini, fra Art Spiegelman e Françoise Mouly che domani, lunedì 29 giugno, riceveranno riceveranno la Rosa d'Oro della Milanesiana, manifestazione ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.
27 giugno 2026 ( modifica il 27 giugno 2026 | 19:12)
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