Un futuro senza manodopera
La carenza di autisti è l’esempio di cosa accadrà in altri settori per il calo demografico. La soluzione è l’innovazione
Un futuro senza manodopera
Stefano Paleari E Ferruccio Resta | 27 giugno 2026La carenza di autisti è l’esempio di cosa accadrà in altri settori per il calo demografico. La soluzione è l’innovazione
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Ha suscitato grande risalto mediatico la notizia che a livello europeo mancano almeno 100.000 autisti di mezzi pubblici; in Italia il fabbisogno è di 10.000, con le carenze più acute nelle grandi città dove, peraltro, è maggiore il costo della vita. È riduttivo limitarsi all’appeal perduto della professione: siamo di fronte a un capitolo della transizione demografica che, tra invecchiamento e denatalità, sta erodendo la popolazione attiva in tutta Europa. I nodi, come si dice, arrivano al pettine.
Ecco allora che la risposta prospettata, quella di cercare all’estero gli autisti, in particolare in Nordafrica (Tunisia e Marocco), si misura con un contratto che parte da 1.300 euro al mese e che comprende turni e non poche responsabilità.
La soluzione è emblematica di un approccio che crea più problemi di quanti ne risolva. Come si sostiene una famiglia a Milano in quelle condizioni? E alzare gli stipendi, pur comprensibile, significherebbe scaricare i costi sui contribuenti o sui viaggiatori, aprendo rivendicazioni legittime da parte di molte altre categorie (giovani laureati, infermieri e molti altri).
Una parte decisiva della risposta a queste tendenze ineluttabili si chiama invece tecnologia. Non come slogan, ma come scelta strategica di sistema e urgente.
Lo shortage di autisti non è un’anomalia: è l’antipasto di ciò che investirà molti settori nei prossimi 10-20 anni. Tamponare con manodopera a basso costo non è affatto la soluzione. Occorre utilizzare appieno quello che le tecnologie ci mettono oggi a disposizione prima che lo tsunami ci travolga, sia demografico sia migratorio.
Nel caso specifico, serve uno sforzo eccezionale sulla guida autonoma. Il percorso esiste ed è praticabile: si parta dai tracciati semplici quasi guidati come quelli nelle aree dei sedimi «protetti» (es: aeroportuali) e poi, con progressiva confidenza, la si estenda al trasporto pubblico. Non si tratta di sostituire l’uomo con la macchina, ma di aggiungere tecnologia per preservare il servizio e non produrre nuovi strati di lavoratori sottopagati.
L’Italia ha le competenze per farcela. Il Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile ha presentato una decina di prototipi sviluppati con grandi aziende e università, coprendo un arco che va dai droni ai veicoli autonomi per la logistica, dai mezzi d’opera alle automobili. Probabilmente oggi rappresenta la realtà europea con la maggiore densità di soluzioni prototipali in questo campo. E startup come Niulinx, nata dal Politecnico di Milano e capace di attrarre 38 milioni di euro in un recente round, dimostrano che esistono già progetti maturi, con capitali, competenze industriali e visione strategica, in un settore ancora dominato da Stati Uniti e Cina.
C’è anche una dimensione che rischiamo di sottovalutare: la guida autonoma non è solo una risposta ai deficit di manodopera, è una delle grandi opportunità industriali del nostro tempo. La filiera che essa richiede — sensori, software di percezione, sistemi di controllo, infrastrutture di connettività, piattaforme di gestione della flotta — è esattamente il terreno su cui un Paese come l’Italia, con una solida tradizione manifatturiera e un ecosistema di PMI tecnologicamente avanzate, può e deve giocare un ruolo da protagonista. Mentre l’industria dell’auto tradizionale attraversa una delle sue crisi più profonde, la mobilità autonoma e le sue applicazioni offre la possibilità di riposizionarsi su segmenti ad alto valore aggiunto, dove la qualità progettuale e la capacità di integrazione di sistema contano più della scala produttiva. Non cogliere questa finestra significherebbe perdere un’occasione storica di riposizionamento industriale, proprio nel momento in cui l’Europa cerca disperatamente nuove traiettorie di competitività.
Ciò che deficita per tutto ciò non è dunque la tecnologia. Manca la comprensione dell’efficacia e dell’urgenza da parte del quadro regolatorio. La domanda non deve essere «se» si può fare, ma «come» farlo e in fretta. Le tensioni sociali già emerse in Irlanda e Svezia — legate a un’immigrazione non governata — non devono lasciarci tranquilli: devono spronarci a superare quelle inerzie normative di cui l’Italia e troppo spesso l’Europa sono capaci per frenare se non impedire la diffusione delle nuove tecnologie. E se proprio dobbiamo attrarre lavoratori da altri Paesi, facciamolo per talento e competenze che portano appresso, non per tappare buchi che la tecnologia può chiudere. Voltarsi all’indietro o rinviare su questi temi oggi è più di una scelta, è una colpa.
27 giugno 2026
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