Perché gli altri vincono e noi no?
Dovremmo aver capito che le squadre nazionali di successo sono una miscela di etnie. Il calcio è una strada che si apre davanti ai nuovi arrivati, che ci mettono fantasia, grinta e spirito di sacrificio, personale e familiare
Perché gli altri vincono e noi no?
Beppe Severgnini | 27 giugno 2026Dovremmo aver capito che le squadre nazionali di successo sono una miscela di etnie. Il calcio è una strada che si apre davanti ai nuovi arrivati, che ci mettono fantasia, grinta e spirito di sacrificio, personale e familiare
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Gli USA non vinceranno il Mondiale, ma hanno il genio del business. Senza clamore, hanno trasformato il calcio in un gioco con quattro tempi, come il basket. Un intervallo più lungo, nel mezzo, e due hydratation breaks. Una remunerativa ipocrisia, buona per la pubblicità televisiva. Tant’è vero che non li hanno tolti, quand’è piovuto e di idratazione non si sentiva la necessità.
Il «break» pone anche un problema linguistico. Si pronuncia «bréik» non «brèk», ma vallo a spiegare ai nostri euforici telecronisti. Li perdòno perché li capisco, e un po’ li invidio: un Mondiale di calcio è una festa mobile, ed è magnifico esserci, al di là dei risultati. Ricordo Germania 2006: quanto accadeva fuori dagli stadi era bello come ciò che succedeva dentro (be’, quasi, considerato che noi italiani abbiamo vinto).
L’entusiasmo delle tifoserie al Mondiale 2026 è evidente. Gli USA aiutano, in questo: sono una nazione-mosaico, in cui ogni tessera si ritiene — giustamente — importante. E, quando può, vuol farsi riconoscere e festeggiare. L’atmosfera gioiosa che s’è creata è una prova che Donald Trump non ha neppure compreso il senso del Paese che governa. La caccia all’immigrato è nauseabonda.
A proposito: ormai dovremmo aver capito che le squadre nazionali di successo sono una miscela di etnie. Il calcio — lo sport in genere — è una strada che si apre davanti ai nuovi arrivati, che ci mettono fantasia, grinta e spirito di sacrificio, personale e familiare.
Restiamo all’Europa. Francia: Mbappé (padre del Camerun, madre algerina), Dembélé (Mali+Mauritania/Senegal), Olise (Nigeria+Algeria), Doué (Costa d’Avorio+Francia). Spagna: Yamal (Marocco+Guinea), Nico Williams (entrambi i genitori del Ghana). Inghilterra: insieme a Kane e Rice, giocano Bellingham (Irlanda+Giamaica) e Saka (entrambi i genitori nigeriani). Germania: Musiala (Nigeria+Germania), Pavlovic (Serbia+Germania). Olanda: Van Dijk (Olanda+Suriname), Dumfries (Aruba+Suriname) e Malen (padre del Suriname, la mamma olandese l’ha cresciuto da sola, facendo la tassista di notte).
In Italia c’è stato Balotelli, ci sono Kean e Udogie. Non basta, come abbiamo visto. Quanto lavoro, per Giovanni Malagò.
27 giugno 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Beppe SevergniniPerché gli altri vincono e noi no?
Sabato 27 giugno 2026 di Giuseppe RemuzziIl futuro è curarsi in casa
Venerdì 26 giugno 2026 di Paolo Salom«Unità etnica» blitz di Pechino sulle minoranze
Venerdì 26 giugno 2026 di Daniele MancaSegnali dal Sud, ma non bastano
Venerdì 26 giugno 2026 di Paolo LepriAllarme istituzioni. Rischio nichilismo
Venerdì 26 giugno 2026 di Telmo PievaniIl caldo non può sorprenderci
Giovedì 25 giugno 2026 LEGGI TUTTI Beppe SevergniniLe Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti