Antonio Locatelli, perché la memoria resiste nei luoghi della città, nonostante il coinvolgimento con il fascismo
Corriere della Sera - Cultura

Antonio Locatelli, perché la memoria resiste nei luoghi della città, nonostante il coinvolgimento con il fascismo

Sabato 27 giugno 2026
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La morte 90 anni fa in Etiopia dell'aviatore e podestà di Bergamo. Il docente di Storia, Panizza: «Assurdo pensare di rimuovere il nome da vie e monumenti»

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Antonio Locatelli, perché la memoria resiste nei luoghi della città, nonostante il coinvolgimento con il fascismo

di Stefano Arosio

La morte 90 anni fa in Etiopia dell'aviatore e podestà di Bergamo. Il docente di Storia, Panizza: «Assurdo pensare di rimuovere il nome da vie e monumenti»

Antonio Locatelli, aviatore durante la Seconda guerra mondiale

Busti in bronzo, come quello plasmato dall’arte di Manzù e conservato all’istituto Paleocapa, ma anche quello nella Torre dei Caduti forgiato da Avogadri. E poi la fontana a ridosso della funicolare per Città Alta, quei caratteri incisi da Bergonzo sul Palazzo della Libertà nell’omonima piazza e intitolazioni sparse per la provincia. Che piaccia o meno, il nome e la vita di Antonio Locatelli danno del tu alla quotidianità dei bergamaschi, anche oggi che sono trascorsi 90 anni dalla sua morte a Lechemti, nella guerra coloniale italiana in Etiopia, il 27 giugno 1936. La tragica fine ha contribuito ad alimentare il mito del Locatelli aviatore, che decollò 523 volte con i bombardieri del regio esercito nelle truci guerre del periodo fascista. Prima di morire, nelle lettere alla madre, Locatelli non nascondeva l’entusiasmo per i bombardamenti effettuati, nel contesto di una guerra in cui gli italiani, tra le altre cose, usarono armi chimiche sulla popolazione civile. Al regime Locatelli aderì con convinzione, divenendo poi di Bergamo podestà e garante della conformazione urbanistica di Città Alta.

L’impresa che Locatelli non seppe mai di dover affrontare è quella legata alla sua memoria, chiamata 90 anni dopo a districarsi fra valutazioni critiche e controversie rimaste insolute. Nessuna cancel culture è riuscita a mettere in soffitta il suo nome, eppure la responsabilità di quel passato fascista è qualcosa con cui continua a misurarsi. Iniziative di ostracismo negli anni non sono mancate: quella del Progetto Adriana — nato per ribattezzare alla partigiana Adriana la via Antonio Locatelli — ne è solo un esempio.
«Le polemiche ci sono state, ma è indubbio che la sua sia una figura che a livello locale ha importanza evidente. L’errore sarebbe quello di cadere ora nell’equivoco di buttare il tutto in politica». A dirlo è Cesare Panizza, storico e ricercatore in UniBg. Che dell’aviere vicino a D’Annunzio riconosce la forza di essere riuscito a non farsi zavorrare dai soli trascorsi fascisti: «Colpisce il peso che questa figura ha, banalmente, proprio nella toponomastica. E i segni di memoria recenti, nonostante il suo legame con il regime. Tenuto conto poi che siamo in una città del Nord Ovest. Altrove il processo di rimozione è iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. È accaduto dove il mondo socialista ha avuto il proprio ruolo nel periodo post bellico, ma Bergamo ha una storia diversa e questo ha contribuito alla sopravvivenza del nome di Locatelli con i connotati che oggi conosciamo».

L’incisione a lui dedicata su Palazzo Libertà e la fontana nell'omonima sono state più volte imbrattate negli anni

La disamina di Panizza ha il distacco di chi appartiene a un altro territorio. Nel suo caso, quello piemontese. «Di questa lettura di Locatelli ha contribuito il suo profilo antecedente al periodo fascista, legato alle gesta della Prima guerra mondiale. E il suo essere un avventuroso, di aver viaggiato attorno al mondo». Una sintesi che dice molto, ma non tutto. In un Paese campanilistico come l’Italia, Locatelli ha prodotto immedesimazione territoriale e beneficiato del senso di appartenenza di una comunità. «Aspetto di cui forse neanche ci sarebbe bisogno — prosegue Panizza — visto che Bergamo resta la Città dei Mille, simbolo di una causa più compatibile con i valori repubblicani. Sono d’accordo con l’Istituto storico di Resistenza bergamasco in cui si invita a leggere Locatelli alla luce del suo contesto, ma al tempo stesso sono contrario a pensare a rimozioni che sarebbero ridicole. Se non sono state fatte nel 1945, non avrebbero senso ora. Servirebbe però contestualizzare in modo migliore, giusto per evitare che parlando di Locatelli si sintetizzi con un “vedi che il fascismo qualcosa di buono l’ha fatto?”».

Il ritratto di Locatelli resta anche quello di un personaggio romantico: «È stato un uomo che ha fatto il giro del mondo con la macchina fotografica, una figura moderna che la modernità la interpreta in modo spericolato: questo lo rende interessante». Il Locatelli uomo e il Locatelli personaggio storico si intersecano: «La sua fine violenta in Etiopia si collega a quello che credo sia l’aspetto cruciale: nella memoria collettiva di alcuni aspetti della guerra fascista c’è stata rimozione. E i responsabili sono innanzitutto a sinistra: nel tentativo di riabilitare il popolo italiano, dopo il XXV Aprile si è detto che certi fatti — come quelli in Etiopia — erano stati commessi dal fascismo e non dagli italiani stessi: è stato un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto. Al giorno d’oggi, però, dobbiamo ancora compiere un salto di maturità: parte delle forze di governo non ha affrontato del tutto certi temi del passato e si è limitata a non rivendicare più quell’ identità. Ma senza chiedere “scusa”, ha impedito una rottura seria. Per parlare di personaggi come Locatelli sarebbe quindi opportuno ricostruire il suo percorso storico e usare il presente come strumento di memoria. Così da rileggere con equilibrio i segni che la storia ha depositato».

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