Segnali dal Sud, ma non bastano
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Segnali dal Sud, ma non bastano

Venerdì 26 giugno 2026
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Per la crescita la politica dovrebbe sfruttare l’anno che ci separa dalle elezioni

Volkswagen, piano choc: fino a 100 mila tagli e chiusura di fabbriche per rilanciare il gruppo. Che succede al colosso dell’auto?

Segnali dal Sud, ma non bastano

Daniele Manca | 26 giugno 2026

Per la crescita la politica dovrebbe sfruttare l’anno che ci separa dalle elezioni

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Cresciamo poco. La stima preliminare dell’Istat relativa al 2025 è di un aumento del prodotto interno lordo dello 0,5 %. Con un Mezzogiorno che sale di poco di più, dello 0,6%. E con un’ombra di una prima parte del 2026 che subirà tutti gli effetti della guerra che ha portato Stati Uniti e Israele a bombardare l’Iran.
Una crescita fragile. Che in questi anni ha potuto contare peraltro sulla spinta e sui fondi di Pnrr e Superbonus per centinaia di miliardi. Ma se il risultato è quel magro +0,5%, la maggioranza di governo dovrebbe concentrare i suoi sforzi in questo ultimo scorcio di legislatura sulle misure da adottare per lo sviluppo. Altrettanto dovrebbe fare l’opposizione mettendo al centro del dibattito la crescita. Lasciando sullo sfondo entrambi, maggioranza e opposizione, le sin troppo facili battaglie identitarie.

Non può essere un alibi il fatto che in Europa siamo in buona compagnia, dalla Francia alla Germania se non della Spagna che invece continua la sua corsa. E non si pensi che questi lunghi mesi di incertezza con due focolai di guerra vicini a noi, uno in Europa (quello della Russia contro l’Ucraina) e in Medio Oriente, non pesino sulle scelte di risparmiatori e imprese relative a consumi e investimenti.
È un’ottima notizia se nell’anno mobile siamo riusciti sull’export a superare un Paese come il Giappone. Un risultato da consolidare.
Ma che si deve in larga misura alle imprese, alla loro capacità di reazione, di diversificare i mercati di approdo dopo le crisi determinate dalle nuove scelte dell’amministrazione Trump basate su dazi e politica della forza, più che sul dialogo.

La buona notizia di un Mezzogiorno che ha messo a segno una crescita leggermente superiore a quella del Centro-Nord, va compresa e analizzata, tentando di estendere o rafforzare quei provvedimenti che hanno mostrato di funzionare. Tenendo a mente i valori assoluti. Il Centro ha una produzione di circa 430 miliardi, il Nord Est 480, il Nord Ovest 680 miliardi. Il Sud e le Isole si fermano a 420 miliardi con il 34% della popolazione. Questa seppur minima maggior crescita del Mezzogiorno, potenzialmente, può iniziare a essere uno degli elementi della soluzione al «rebus sviluppo» contribuendo al Pil nazionale in maniera crescente. Tanto più che al Sud c’è stato uno scatto dell’occupazione dell’1,5% mentre a livello nazionale la media è stata dell’1,1% a livello nazionale, con una crescita inferiore al Nord, tra lo 0,8 e lo 0,9%. Si tratta di vedere di che tipo di occupazione stiamo parlando, se a basso o ad alto valore aggiunto. Come pure di non illudersi sui divari strutturali che ci sono con le altre aree del Paese.

Ma nemmeno sottovalutare ciò che ha prodotto quei risultati. Hanno contribuito almeno due elementi. Ben il 40% degli investimenti dell Pnrr era indirizzato al Sud. E, sia detto per inciso, Pnrr per il quale non abbiamo mai ringraziato abbastanza l’Europa, perché è vero che 123 miliardi sono di debito, molto agevolato, ma 72 miliardi dei quasi 195 complessivi, erano a fondo perduto.
L’altro elemento positivo è stata la Zes. Si tratta della Zona economica speciale per il Mezzogiorno. Inizialmente era prevista per 8 Regioni del Sud, poi il governo di Giorgia Meloni l’ha unificata a partire dal 2024, estesa infine anche a Marche e Umbria. Un provvedimento che prevede incentivi fiscali (credito d’imposta) per chi fa investimenti fino a 100 milioni, ma anche una notevole semplificazione in caso di avvio di nuove attività tramite uno sportello unico. E gli investimenti sono arrivati. Ogni volta che si parla di agevolare la crescita si pensa sempre alle risorse da trovare per sostenere le attività economiche. Ma per un Paese che ha un debito come il nostro e che si trova a dover pagare cifre oscillanti attorno e oltre gli 80 miliardi l’anno di interessi (nel 2026 dovrebbero essere 88), quello delle risorse è un ostacolo importante. Ecco perché una Zes unica completa nazionale sarebbe difficile.

Ci sono riforme che però non costano. Come le semplificazioni. Che cosa impedisce di mettere allo studio e varare uno sportello unico digitale per chi vuole avviare un’attività? O perlomeno estendere intanto nelle zone Zes lo sportello unico digitale a tutte le attività e non solo quelle industriali. Si tratta di misure che non costano o quasi ma che potrebbero ottenere anche un via libera bipartisan. Va ricordato, infatti, che fu il governo Gentiloni ad avviare le Zes.
L’Europa intera sta discutendo e mettendo a punto il 28mo regime che prevede esattamente il fatto che attraverso pochi clic online si possano costituire società che siano immediatamente attive in tutta l’Unione senza sottostare alle varie normative nazionali. Dobbiamo aspettare che accada in Europa o si può già iniziare a lavorarci nel nostro Paese?

E ancora, si dice spesso che in Italia ci sono pochi laureati. Ma ci si occupa pochissimo del fatto che dopo il diploma solo un giovane su due prosegue gli studi in una università. In Francia e Spagna siamo a 3 su 4. Che cosa costerebbe orientare di più i nostri giovani verso un migliore e più ampia formazione? E ormai è acclarato che università e lauree siano uno degli snodi decisivi per la competitività e la crescita di un Paese.
Certo, non stiamo parlando di questioni decisive come quelle dei salari, che sono ben indietro in Italia nel confronto con i partner europei. E nemmeno di un Fisco che a forza di rattoppi, tra flat tax e bonus mai ridotti, ha perduto mano mano quasi del tutto la sua capacità redistributiva. Si tratterebbe, queste sì, di riforme da inizio legislatura. Ma, a meno di novità, a governo e Parlamento resta un anno. Che però non va certo sprecato.

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