Enrico Rava, re del jazz italiano nel mondo
Corriere della Sera - Cultura

Enrico Rava, re del jazz italiano nel mondo

Mercoledì 24 giugno 2026
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Fin da ragazzino sognava di fare il jazzista. A vent’anni lavorava nell’azienda di trasporti di famiglia, ma di notte andava a suonare. Storia di un talento della musica, che rivoluzionò il concetto stesso di quartetto di jazz moderno

MERCOLEDì 24 GIUGNO

Enrico Rava, re del jazz italiano nel mondo

Fin da ragazzino sognava di fare il jazzista. A vent’anni lavorava nell’azienda di trasporti di famiglia, ma di notte andava a suonare. Storia di un talento della musica, che rivoluzionò il concetto stesso di quartetto di jazz moderno

di Helmut Failoni

Enrico Rava è nato il 20 agosto 1939 a Trieste, città di mare, con il quale ha un rapporto d’amore, come ripete lui stesso, ma a distanza, nel senso che lo guarda, gli piace, ma, parole sue «non ne fa uso». Quando era ragazzino fare il jazzista per lui era come volere essere un cowboy.A vent’anni lavorava nell’azienda di trasporti di famiglia. Ma non ne voleva minimamente sapere. Ci lavorava sì, ma di notte poi andava a suonare. 

Allora, agli inizi amava, ma la ama tuttora la musica di Bix Beiderbecke. Rava ha un grande pregio, un vantaggio. Piace agli avanguardisti e piace ai tradizionalisti.Piace a chi ascolta le schegge impazzite del nuovo jazz, che sono sempre dietro l’angolo, e piace anche a chi non può fare a meno dello swing, di quell’irresistibile forza motoria endogena che ti fa battere il tempo col piede e ondulare il corpo. Per lui, aggiungiamo - perché è una cosa molto importante all’interno della sua poetica - un brano deve sempre e comunque avere una melodia chiarissima, leggibilissima. E per uno che è stato anche un campione del free jazz il concetto assume ancora più forza.

Stilisticamente Rava ha ridisegnato il jazz alla luce di una nuova classicità, affiancando il concetto tradizionale di melodia alla libertà della ricerca di un linguaggio individuale, dove convivono tanto Bix Beiderbecke e Louis Armstrong quanto João Gilberto, Steve Lacy, Giovanni Battista Pergolesi, Astor Piazzolla, Giacomo Puccini, Cecil Taylor, Georges Bizet... Ha saputo riunire elementi solo apparentemente antitetici, come il melodismo naif di Don Cherry, l’approccio intellettuale di Miles Davis, la dolcezza del suono di Chet Baker, l’urlo informale del free e l’amore per il melos, che, in fondo, è forse il suo vero (e prezioso) segreto.

È il musicista di jazz italiano più noto, più amato e apprezzato a livello internazionale. Uno che ha scritto una parte della storia del jazz italiano.Che ha fatto accendere i riflettori internazionali sul nostro jazz. Uno che ha aiutato, sostenuto, i giovani talenti più di chiunque altro nel nostro Paese. Nella sua musica, nel suo fraseggio, il suo suono, immediatamente riconoscibile, anche in quelle sue impennate repentine con lo strumento verso i registri acuti e sovracuti con le note strozzate, quel modo di improvvisare sul tempo in uno stile tutto suo, dà un senso ad ogni nota, creando tensione, letteralmente fisica, in chi lo ascolta.

Tantissimi i dischi che ha registrato. Il primo nel 1966 con Steve Lacy The Forest and the Zoo, il prossimo, 60 anni dopo, Corners, in uscita a ottobre per l’etichetta Ecm con il suo gruppo Fearless Five (oltre a lui, composto da Matteo Paggi, Francesco Diodati, Francesco Ponticelli, Evita Polidoro). In mezzo tanti capolavori.Citiamo Rava Noir (Label Bleu, 1997; contiene fra l’altro anche un racconto a fumetti di Altan) con il gruppo Electric Five: due chitarre, Domenico Caliri e Roberto Cecchetto, Giovanni Maier al contrabbasso e Umberto Trombetta/U. T. Gandhi alla batteria). E poi ancora Tribe (Ecm, 2011) con Gianluca Petrella al trombone, Giovanni Guidi al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso, Fabrizio Sferra alla batteria e Giacomo Ancillotto alla chitarra.

A metà anni Settanta, Enrico Rava rivoluzionò in qualche modo il concetto stesso di quartetto di jazz moderno,inserendo spesso la chitarra al posto del pianoforte, a fianco di batteria e contrabbasso. Sue incisioni storiche di quel periodo furono realizzate per una delle etichette più aperte e «avanti» dell’epoca, la tedesca Ecm di Manfred Eicher. Pensiamo a due dischi: The Pilgrim and the Stars del 1975 e The Plot dell’anno successivo (entrambi con la chitarra di John Abercrombie e la ritmica di Palle Danielsson e Jon Christensen). Molti i chitarristi che si sono alternati nei gruppi di Rava: Harry Pepl, Marc Ducret, Gerard Pansanel, i citati Domenico Caliri e Roberto Cecchetto e Francesco Diodati.

Rava per un periodo abbandonò l’utilizzo della sei corde. Dopo aver ascoltato per la prima volta Stefano Bollani e Giovanni Guidi, il pianoforte tornò ad entrare con forza nella sua musica. 

Nell'immagine: Enrico Rava in uno scatto di Roberto Cifarelli Ecm Records.

Su «la Lettura» #760, in edicola e in questa App, la conversazione tra Stefano Bollani ed Enrico Rava,a cura di Helmut Failoni, in occasione dell'uscita di un loro nuovo progetto che comprende un docufilm, un disco e una tournée, in partenza dal 29 giugno.

24 giu 2026 | 10:43

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