Petruccioli: «Il rapimento Cirillo fu un test: gestire l’emergenza terroristica dopo il trauma del caso Moro»
Corriere della Sera - Cultura

Petruccioli: «Il rapimento Cirillo fu un test: gestire l’emergenza terroristica dopo il trauma del caso Moro»

Mercoledì 24 giugno 2026
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L'ex direttore de L'Unità rilegge quell'avvenimento in un libro: «Stato e Br cercavano una via d'uscita»

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Petruccioli: «Il rapimento Cirillo fu un test: gestire l’emergenza terroristica dopo il trauma del caso Moro»

di Marco Demarco

L'ex direttore de L'Unità rilegge quell'avvenimento in un libro: «Stato e Br cercavano una via d'uscita»

Dieci anni fa Claudio Petruccioli legge Morte di un uomo felice, il romanzo di Giorgio Fontana ambientato nella Milano del 1981, negli anni estremi e più violenti della lotta armata. La storia è quella di un giovane magistrato impegnato a contrastare una nuova formazione terroristica, responsabile dell’omicidio di un esponente democristiano. Quelle pagine riportano Petruccioli a una stagione che conosce bene.
Negli stessi anni era all’Unità e, nel marzo 1982, fu proprio lui ad autorizzare la pubblicazione dei falsi documenti sul caso Cirillo: il sequestro dell’assessore regionale campano rapito dalle Brigate Rosse e liberato dopo una controversa trattativa accompagnata dal pagamento di un ingente riscatto. Una decisione, quei titoli su Cirillo e sugli incontri in carcere con Cutolo, che gli costò le dimissioni, a soli sei mesi dalla nomina a direttore. Nasce così Spie vere & carte false. Il caso Cirillo e l’Unità (Rubbettino), un libro, per molti versi, fuori dagli schemi, perché profondamente radicato nella cronaca, nella vicenda personale dell’autore e nella storia nazionale. E che non pretende di rivelare verità assolute. È, semmai, un invito a riflettere sulle troppe coincidenze e contraddizioni emerse nel corso del tempo.

Te lo chiedo anche con la curiosità di un tuo ex redattore: perché hai deciso di scrivere questo libro proprio oggi e non ieri o un anno fa?
«L’idea mi é venuta nel 2012, dopo un incontro con De Sena, il capo della Mobile romana che aveva rapporti con Rotondi, l’autore dei falsi. Avevo già letto molto, per non dire tutto, sul terrorismo e sull’Italia di quegli anni. Ma decido allora di recuperare anche le carte processuali. Poi esce il libro di Fontana e comincio a scrivere. Una versione dopo l’altra, non so più quante».

De Sena diventerà poi senatore del Pd, eletto in Calabria.
«Sì, non credevo si trattasse della stessa persona». 

La tua convinzione è che Rotondi non agì da solo.
«Leggendo i verbali e riflettendo sui fatti ho avuto l’impressione che di quella trattativa molti sapessero già molto. E che Rotondi non fosse affatto una figura marginale. Cambia spesso versione, tranne che su un punto: ogni volta ribadisce che ha operato in solitudine». 

Una excusatio non petita?
«Un chiaro messaggio. Mentre quando fa rivelazioni importanti, queste vengono verbalizzate solo anni dopo e incidentalmente». 

Molti già sapevano?
«Per dare un’idea. Quando si comincia a parlare di trattativa segreta e incontri in carcere con Cutolo non risultano interrogazioni parlamentari del Pci e del Psi. E neanche della Dc, ma solo una del democristiano Costamagna». 

La tua interpretazione va oltre il caso giornalistico. Tu suggerisci che attorno alla liberazione di Cirillo si sperimentò, dopo il trauma Moro, una diversa modalità di gestione dell’emergenza terroristica, in cui si intrecciano politica, apparati dello Stato, criminalità organizzata e interessi internazionali. È questa la chiave di lettura più corretta del libro?
«Esattamente. Con Cirillo si sperimenta quella che io definisco la piccola trattativa». 

Perché piccola?
«Perché, dopo Moro, sia lo Stato sia le Br cercavano una via d’uscita dal terrorismo. E con Cirillo si trovò: con la “vergognosa eccezione” della trattativa e del pagamento del riscatto rispetto alla linea della fermezza. Quello fu un test». 

E la grande trattativa?
«Quella che si concluderà con l’ufficializzazione del memoriale Morucci».

Ovvero?
«Con il sostenere tutti che le Br fossero un fenomeno autoctono».

Più volte richiami la centralità di Napoli. Che cosa rivela il caso Cirillo sul ruolo che la città e la Campania ebbero negli equilibri politici e nei conflitti di potere di quegli anni?
«Erano gli anni del terremoto, del precario equilibrio che teneva in vita le giunte Valenzi, dell’appoggio esterno della Dc di Gava…». 

Il libro non è soltanto una ricostruzione del caso Cirillo. È anche una riflessione sul Pci. Alludi a forme di reticenza, ma anche al tuo recupero dopo le dimissioni da direttore dell’Unità da interpretare come un messaggio alla Dc. Quasi a dire: sappiate che sappiamo.
«Non solo alla Dc. Quando fui eletto presidente della Rai non mancarono le polemiche, ma nessuno usò l’argomento dell’Unità e dei nostri titoli di allora. Su quanto accadde nel Pci, invece, vi sarebbero molte implicazioni da richiamare; consentimi perciò di rinviare alle pagine del libro».

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