«Io, mamma di tre figli, lasciata sola mentre aspetto il quarto»
Corriere della Sera - Cultura

«Io, mamma di tre figli, lasciata sola mentre aspetto il quarto»

Martedì 23 giugno 2026
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Borse in rosso, ondata di vendite sul tech: Seul a picco, Wall Street parte da -2%, giù SpaceX e Alphabet. Anche Milano in calo

«Io, mamma di tre figli, lasciata sola mentre aspetto il quarto»

risponde  Aldo Cazzullo

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Caro Aldo,
all’entrata del consultorio di Rimini c’è un volantino che cita: «Sei incinta? Non sei sola!». Eppure io, seguita dal consultorio, non mi sono mai sentita più sola. Sono una mamma lavoratrice a tempo pieno di tre bellissimi bambini, ora incinta del quarto. Abbiamo scelto di avere una famiglia numerosa e, nonostante le difficoltà, grazie a qualche congedo, il lavoro non mi ha mai spaventato. Invece adesso, durante la gravidanza, il lavoro mi spaventa eccome. Mi spaventa l’orario a tempo pieno, il caldo, l’ipotensione con continui capogiri. Mi spaventano le varici e le gambe pesanti, la stanchezza e la continua necessità di stendersi, stare a riposo. Mi spaventa stare fuori quasi 8 ore e tornare dai miei bimbi, accudirli e prendermi carico della gestione della casa. Eppure tutte queste paure di una donna incinta non interessano a nessuno. Il datore di lavoro ti ricolloca in una postazione non a rischio, senza variazione di orario. Al consultorio, i ginecologi e i medici degli accertamenti ti dicono che «le donne incinte possono scalare le montagne» e che non possono aiutarti. In Italia non basta essere incinta e dover accudire tre bambini a casa per poter vivere la gravidanza in serenità; ogni istituzione o professionista che sia si nasconde dietro «eseguiamo gli ordini». Ma dietro questi ordini, queste direttive e scartoffie burocratiche, c’è sempre una donna, una mamma che è rimasta sola.
L. T.

Gentile signora,
la ringrazio per la sua preziosa testimonianza, cui ho lasciato lo spazio che meritava. È vero, fare un quarto figlio lavorando oggi è difficilissimo. Mi verrebbe da dire eroico; ma sarebbe sbagliato. Fare figli non dovrebbe essere da eroi; dovrebbe essere — per chi lo desidera — il modo di completare la propria personalità, di dare un senso e un futuro alla propria vita, ai propri valori. Questo ovviamente non significa che la maternità e la paternità siano un dovere, o che non ci si possa realizzare anche senza fare figli. Ma deve essere una libera scelta, non un’imposizione dovuta alla mancanza di denaro, di tempo, di servizi. Qui invece sembra che diventare madre o padre sia uno sghiribizzo, una cosa poco importante o comunque strettamente privata. Così siamo passati dal milione e più di neonati del 1964 ai 325 mila del 2025: in pratica, ci siamo avviati sulla strada dell’estinzione. E parliamo di invasione migratoria, e si fondano partiti per riportare gli immigrati «a casa loro».
In questi giorni ho girato una trasmissione televisiva nelle vie di Roma: via Caetani, via Montalcini, via Fani. Può immaginare a quale personaggio sia dedicata la puntata. Ho visto passare decine di cani. Tutti belli e pasciuti, amatissimi. I ragazzi della troupe li hanno coccolati, qualcuno si è fermato a giocare con loro. È passato un solo bambino. Uno solo. Ha dieci mesi, si chiama Ludovico, e il suo sorriso mi ha rischiarato la giornata.

23 giugno 2026

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