Fortunato Ortombina, il sovrintendente che ha guidato Fenice e Scala: «Corriere della Sera grande scuola di Lombardo-Veneto»
Ortombina sui 150 anni del Corriere della Sera: «Negli articoli non si riportavano solo notizie, ma si riconosceva il ruolo del teatro d’opera come letteratura nazionale»
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Fortunato Ortombina, il sovrintendente che ha guidato Fenice e Scala: «Corriere della Sera grande scuola di Lombardo-Veneto»
di Pierluigi PanzaOrtombina sui 150 anni del Corriere della Sera: «Negli articoli non si riportavano solo notizie, ma si riconosceva il ruolo del teatro d’opera come letteratura nazionale»
Fortunato Ortombina è stato sovrintendente alla Fenice di Venezia ed ora del Teatro alla Scala di Milano dove, lo scorso 5 marzo, il «Corriere della Sera» ha festeggiato i suoi 150 anni. Che legame c’è tra il maggior giornale e il maggior teatro del Paese e quale legame con la storia del nostro Paese?
«Il giornalone italiano e il teatrone italiano sono intime espressioni della città di Milano e del Paese, intime nel senso di una comunanza che viene dall’anima profonda. Entrambe sono divenute due istituzioni ed espressioni di Milano e del Paese. Il Corriere della Sera è nato cento anni dopo la Scala, ma fin dal primo momento ha restituito una vita in cui la Scala era centrale: il Corriere ha conferito un ruolo centrale alla Scala e al teatro. Ricordo che quando seguivo gli studi verdiani si studiavano anche gli articoli del Corriere che io stesso andavo a consultare nell’emeroteca a Brera. In quegli articoli non si riportavano solo notizie, ma si riconosceva il ruolo del teatro d’opera come letteratura nazionale».
Il Corriere sostenne anche la modernizzazione della Scala…
«Il direttore Luigi Albertini impegnò il Corriere nella nascita dell’Ente autonomo nel 1920 consentendo alla Scala di passare da proprietà dei palchettisti a quella del Comune. Il Corriere fece un bando per raccogliere finanziamenti per dar vita a questo nuovo soggetto. Non faceva solo cronaca, era un soggetto attivo nella costruzione culturale del Paese mettendo la Scala al centro».
Qualche figura di «Corriere» e Scala si è sovrapposta: Adami, Giacosa, Simoni, il mancato baritono Montale…
«Sì, era la temperie di un mondo di letteratura vera e propria che si esercitava sul palcoscenico e nella redazione. Giuseppe Giacosa fu librettista di Puccini e fondatore del supplemento La Lettura del Corriere. Il padovano Giuseppe Adami su La Lettura pubblicò una commedia e scrisse libretti di Puccini come La rondine e Turandot. Quest’ultima anche con Renato Simoni, critico musicale del Corriere che lasciò la sua biblioteca al Museo teatrale alla Scala. Penso anche all’intenso modo di frequentare la Scala di Gioacchino Forzano, librettista del Trittico di Puccini morto nel 1970. Se penso a Eugenio Montale lo vedo seduto di fianco a Francesco Canessa, redattore culturale di molti giornali e collaboratore del Corriere, insigne critico nonché sovrintendente, e mio maestro, al San Carlo di Napoli: capisci come la Scala sia stata un luogo di incontro culturale».
La Scala luogo di incontro, anche la Fenice?
«E’ successo anche alla Fenice: penso al tempo di Mario Messinis, che è stato direttore, ma anche saggista e studioso. Certo, Milano era anche la città delle grandi case editrici di musica».
Si dice che Antonio Ghiringhelli - Commissario straordinario per la ricostruzione della Scala (1946) e successivamente sovrintendente - passasse verso le due di notte da via Solferino a ritirare la copia del «Corriere» del mattino dopo per leggerlo subito…
«Quand’ero giovane anch’io lo facevo per vedere la Gazzetta di Parma. E anche a Venezia lo si faceva. Solo che ora molti giornali sono stampati fuori città e quindi è impossibile. Ma si fa con l’on-line prima di andare a dormire. Sono convinto che Ghiringhelli non cercasse solo le notizie di musica: era un uomo di relazione e guardava anche la borsa».
Lei quando ha iniziato a sfogliare i giornali? In famiglia?
«Sì, allora i giornali si vendevano e leggevano. A Mantova leggevamo la Gazzetta, ma i miei genitori erano veneti quindi siamo sempre stati sensibili a leggere tutto ciò che riguardava la Pianura Padana. La Gazzetta di Mantova, che è il più antico giornale italiano, aveva una dimensione locale ma molto di qualità mentre si leggeva il Corriere per la dimensione internazionale, che già allora balzava all’occhio. Ero in quarta elementare quando c’è stata la strage di Piazza Fontana il 12 dicembre del ‘69 e ricordo che nel doposcuola siamo stati portati nella sala tv per seguire il funerale in Duomo in diretta: la maestra ci lesse il Corriere. All’epoca non c’erano i gruppi editoriali e ogni giornale locale era diverso, aveva una sua specificità».
Come entra nella sua vita il Corriere del Veneto?
«Era la fine del 2002, ero stato contattato dalla Scala per l’incarico di responsabile della direzione artistica, proprio nel giorno in cui leggevo la prima copia del Corriere del Veneto. Una curiosa coincidenza, visto che Venezia poi è diventata la mia città».
Mantova, Venezia, Milano (più Parma): lei è l’uomo del Lombardo-veneto per eccellenza…
«Sono tre capitali sia per la storia dei giornali e dell’editoria che per quella storia del teatro. Da piccolo venivo a Milano da Mantova per trovare la zia che abitava a Brera: ricordo che i taxi erano seicento multiple e a Mantova non ce n’erano. Ho vissuto praticamente lungo l’autostrada Serenissima o quasi. Non voglio parlare di Padania, ma queste tre città hanno una forte relazione tra loro. A me piace tantissimo il Lombardo-Veneto».
E quando percorrendo l’autostrada torna in Veneto cosa prova?
«C’è un percepire il territorio. Tutto in pianura, tutto nell’umidità… ma quando c’è il cielo limpido fare la Milano-Venezia presenta anche il meraviglioso spettacolo delle Prealpi alla sinistra. E così penso alle cime ciclistiche del Veneto oppure a Learco Guerra impegnato nella mitica tappa da Milano a Mantova. Poi ti viene incontro la luce del mare e capisci che più in là c’è Venezia. È una modulazione paesaggistica che mi piace tantissimo. Anche il Corriere della Sera ha sempre vellicato questa una parte d’Italia, è presenza del Nord che è nella mia vita».
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