David Byrne al Lucca Summer Festival: intelligenza pura applicata alla musica e all’arte
Tredici musicisti sul palco e spettacolo senza ombre giovedì in piazza Napoleone a Lucca
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David Byrne al Lucca Summer Festival: intelligenza pura applicata alla musica e all’arte
di Roberto De PontiTredici musicisti sul palco e spettacolo senza ombre giovedì in piazza Napoleone a Lucca
Ci sono concerti che è difficile spiegare, o anche semplicemente raccontare. Perché trascendono il semplice aspetto musicale, o visivo, o emozionale. In una parola, sono «altro». E l’unica soluzione è dire a quanta più gente possibile: devi assolutamente vederlo.
David Byrne è intelligenza pura applicata alla musica in particolare e all’arte più in generale. Se ne accorgeranno, se ancora non hanno avuto occasione di farlo, i fortunati che si sono conquistati un biglietto (lo spettacolo è sold out) per la tappa di Lucca di Who Is the Sky?, il tour che la testa pensante (e cantante) delle Teste Parlanti sta portando in giro per il mondo con una band di dodici elementi tra musicisti, cantanti, ballerini (ruoli interscambiabili e sovrapponibili peraltro) che ripropongono vecchi brani dei Talking Heads ovviamente (da Heaven, apertura del concerto, a Once In a Lifetime giusto per citarne un paio , ma alla fine saranno ben undici) ma anche della carriera solista di Byrne, con ben cinque canzoni di Who Is the Sky?, l’ultimo album che dà il titolo al tour.
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A che cosa assisteranno i fortunati di cui sopra? Come detto, difficile da raccontare. Tre schermi giganti utilizzati con sopraffina intelligenza circonderanno i tredici attori, in tuta da lavoro blu o arancione a seconda dell’umore (o della lavanderia...), impegnati in evoluzioni che lasciano poco o zero spazio all’improvvisazione. Niente amplificatori on stage, nessuno strumento fisso sul palco, anche le percussioni sono portate a spalla dai musicisti (all’incirca tre, talvolta pure quattro, per mettere insieme un set di batteria completo): quasi un gruppo di musicisti di strada. La coreografia è essenziale, semplice all’apparenza ma in realtà di una rigida complessità. E in mezzo a tutto e tutti lui, David Byrne, primus inter pares, a dare un senso all’intera macchina scenica.
In questa scenografia minimalista eppure lussureggiante, i musicisti sembrano come fluttuare. Fateci caso, i protagonisti sul palco (sottoilluminato) non hanno ombra, e l’unica volta che l’ombra pedina Byrne (nell’intro di Psycho Killer) perde la strada.
In scena si canta e si danza, con l’autoironia che contraddistingue mister Byrne (certo, non c’è più la arcinota giacca grigia extra extra extra extra large indossata in Stop Making Sense, ma chissenefrega?), mentre gli schermi sfruttano ogni pixel per ambientare fino al minimo dettaglio le canzoni.
Apprezzerete l’intera compagnia cantante (e suonante, e ballante) esibirsi con lievità sulla superficie della luna, e sullo sfondo la terra vista da lontano. Farete un giro nell’appartamento newyorkese di Byrne, il suo buen retiro dove ha scritto molte delle sue ultime canzoni (My Apartment Is My Friend). Scoprirete la placida tranquillità di un paradiso bucolico sulle note di This Must Be the Place (Naive Song), ed è sicuro che vi alzerete in piedi per l’occasione. Vi rivedrete nelle immagini di un 25 aprile italiano in pieno Covid, mescolato con le immagini di beffarde fughe in bicicletta dagli sgherri dell’Ice o di guerre di ogni ordine e grado in Life During Wartime (con stoccate sui maxischermi, «Make America Gay Again» o «It Feels Like We Keep Going in Circles», per la serie la storia si ripete). Rimarrete elettrizzati (quasi letteralmente) e ipnotizzati dallo schermo psichedelico che accompagnerà le ultime note di Burning Down The House, la trascinante hit con cui si chiude lo spettacolo.
E alla fine, entusiasti, penserete: non avevo mai visto nulla di simile.
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23 giugno 2026 ( modifica il 23 giugno 2026 | 08:14)
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