San Giovanni Battista, il farò e la torcia contesa da sindaco e principe: una devozione lunga 14 secoli, tra rito pagano e culto religioso
Nel Basso Medioevo il farò ha significati che precedono la devozione al patrono: il fuoco è purificazione e protezione del nuovo ciclo estivo. Con la cristianizzazione la celebrazione del solstizio si sovrappone alla figura di San Giovanni Battista, precursore della luce
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San Giovanni Battista, il farò e la torcia contesa da sindaco e principe: una devozione lunga 14 secoli, tra rito pagano e culto religioso
di Carla Piro ManderNel Basso Medioevo il farò ha significati che precedono la devozione al patrono: il fuoco è purificazione e protezione del nuovo ciclo estivo. Con la cristianizzazione la celebrazione del solstizio si sovrappone alla figura di San Giovanni Battista, precursore della luce
Molto prima di fuochi, droni e processioni, la storia di San Giovanni a Torino si intreccia con quella dei Longobardi. Assicurato al municipio da ferri pesanti, il Codice della Catena — nel quale erano raccolti gli statuti concessi alla città dal Conte Verde — recitava: «Regnando l’anno di nostra salute 602, Re Agilulfo, Duca di Torino, con Teodelina sua moglie, fondò la chiesa in onore del precursore San Giovanni Battista». Il mitico Agilulfo — dux Turingorum de Taurinis —, di stirpe turingia, era diventato duca di Torino unendosi alle forze dei Longobardi quando questi avevano invaso l’Italia, nel 568 d.C. Alla morte del loro re, Autari, Agilulfo ne sposa la vedova, Teodelinda, accogliendo il culto di lei per il Battista e dando vita a una devozione che resiste da oltre quattordici secoli nella storia torinese.
La sovrapposizione, il 24 giugno, tra la natività diSan Giovanni Battista — l’unico santo di cui la Chiesa cattolica festeggia la nascita anziché il giorno del martirio — e il passaggio del solstizio d’estate, celebrato in tutta Europa fin da epoca precristiana con riti propiziatori legati al fuoco, crea la sintesi perfetta tra rito pagano e culto religioso. Siamo nel basso medioevo. Il farò ha significati che precedono la devozione al patrono: il fuoco è passaggio, purificazione e protezione del nuovo ciclo estivo. La cristianizzazione progressiva non cancellerà il rito ma lo assorbirà sovrapponendo alla celebrazione del solstizio la figura di San Giovanni Battista, precursore della luce.
Il 24 giugno diventa un giorno importante, tanto che la Città, nel 1360, ne fissa le regole negli Ordinati, oggi all’Archivio storico cittadino. «Dell’obbligo al Signor Giudice e Rettore di vigilare sopra l’adempimento degli obblighi verso le confraterie e della presentazione dei ceri di san Giovanni Battista... Sarà dovere procurare efficacemente che agli obblighi delle annuali contribuzioni adempiscano coloro che si sono proposti e tutto senza la necessità d’alcun libello o d’altra solennità di giudizio ed inoltre dovranno i prelati Signori pure nel giorno seguente festivo del santo fare la nota ridda, detta volgarmente “il tripudio” e la “balloria” consistente in una gioviale adunanza di contadini preceduta da una cavalcata sotto la direzione di due deputati della Città, detti “maestri della ridda e del tripudio”, i quali contadini ornati di fiori e di fronde tra suoni e ballonchi fatti in giro si portavano alla Cattedrale seguiti dalla corsa del carro, il quale eziandio introducevasi nel Duomo».
Da rito catartico collettivo la celebrazione lentamente diviene strumento laico attraverso cui il potere si legittima trasformando i simboli in linguaggio comune. Non senza qualche attrito. Dalle cronache del 26 giugno 1618. «Ordinato col quale si riunisce il Consiglio Generale per deliberare sulla relazione fatta dal Sindaco delle controversie avute col Governatore che pretendeva il diritto di prendere dalle mani del Sindaco la torchia e rassegnarla al Principe per dare il fuoco al falò in spregio ai privilegi della Città». Un gesto fulmineo e non autorizzato. Il governatore sottrae la torcia al sindaco per consegnarla egli stesso a sua altezza. Non si tratta solo di cerimoniale, ma di supremazia politica.
La disputa accende gli animi. Il Consiglio Generale convocato d’urgenza. L’ordine del giorno è frizzante: «Disordine la sera della vigilia di san Giovanni Battista nel dar la torchia al Sindaco». Il documento ricostruisce i fatti: «Li Signori Sindici alle ventitré del presente la sera ad un’hora circa dalla notte (sono le 23 del 23 giugno 1618, ndr), avendo la Città conforme al solito fatto accomodare le fascine per fare il farò, aspettando essi in compagnia dei signori Capris, Nazero, Trotto, Ferrero tesoriere et di me Secretaro, tutti consiglieri di detta città, essi erano aspettando S.A. per darli — per mano del primo Sindaco — la torchia accesa con la quale S.A. dava fuoco al farò».
Tutto è pronto. I consiglieri in attesa del sindaco e di sua altezza reale. Cosa potrà mai andare storto? All’improvviso, però. «Essendo il Signor Gaspare Purpurato, Governatore della città, giunto poco prima a piedi, senza aver detto cosa volesse, subito giunta S.A. con li serenissimi Principi a cavallo, e avendo l’usciere Scala messa la torchia in mano al Sindaco signor Linea, il Governatore dava di mano a detta torchia facendo forza dalle mani di Linea per darla egli stesso a S.A.». Il caso diventa politico e fa discutere ma una soluzione sembra trovarsi se, il 10 giugno del 1619, cioè un anno dopo, l’Ordinato recita: «Attestazione fatta dalli Signori Decurioni che hanno già ricoperto l’officio di Sindaco della Città di Torino, essere un diritto esclusivo spettante al sindaco di appiccare il fuoco al falò che la città suole annualmente fare innalzare a sue spese sulla piazza Castello nella viglia di Giovanni Battista». Gli onori spettano a chi paga, insomma.
Il primato è salvo, ma la fiducia compromessa. Della storia della «torcia contesa» si discute ancora nell’Ottocento. Dall’Ordinato del 30 maggio 1842: «Il 23 giugno di ogni anno, Solennità del falò in Torino: esaminatosi l’indice degli ordinati, dal 1325 al 1599 sono notate in tutti gli anni le disposizioni dell’Amministrazione. Trovasi negli anni del 1600 uno scritto sull’osservanza della città nel dare il fuoco al falò, da cui rilevasi che il primo sindaco in presenza del governatore della Città, ricevendo la torcia dall’usciere la consegna al Principe, che accende il falò. Nel 1618 havvi la relazione del Governatore che pretendeva di togliere di mano dal sindaco la torcia accesaper consegnarla a Sua Altezza reale e che a viva forza avendola il sindaco trattenuta, fu da S.A. ricevuta dalle mani d’entrambi. Credendosi offesa la Città e rivoltasi a S.A.R per la reintegrazione delle sue prerogative, le ottenne».
E se nel 1618 il tentativo di rompere il protocollo era fallito per eccesso di impeto, qualche decennio dopo si prova una strada più morbida. «Nel 1641 Madama reale esternò desiderio che il fuoco al falò fosse dato dal governatore; ma in seguito alle osservazioni fatte a Madama reale dal Consiglio della Città ella dichiarò non intendere di pregiudicare alle prerogative della città e così diede fuoco al falò il primo sindaco». Nuovi tentativi non ne risultano.
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23 giugno 2026
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