Una donna, un cane e una mattina diversa dalle altre
Pubblichiamo in anteprima le prime pagine di «Fox» di Joyce Carol Oates, in uscita il 23 giugno da La nave di Teseo (traduzione di Chiara Spaziani)
22 June 2026
Una donna, un cane e una mattina diversa dalle altre
Pubblichiamo in anteprima le prime pagine di «Fox» di Joyce Carol Oates, in uscita il 23 giugno da La nave di Teseo (traduzione di Chiara Spaziani)
di Joyce Carol OatesIl trofeo
Wieland Pond
29 ottobre 2013
Non sarà una mattina come le altre.
Piogge pesanti sono cadute per tutta la notte col chiasso di nacchere impazzite. All’alba, il cielo si è raggrumato in nuvole simili a tumori scuri che un improvviso raggio di sole trafigge e illumina come uno scalpello.
Lungo la strada di servizio ricoperta di fango che conduce alla discarica del distretto di Wieland, un infinito susseguirsi di pozzanghere scintillanti dentro agli stretti solchi a serpente. Oltre, l’odore d’acqua stagnante e salmastra dalla vasta palude, più vicino, gli avvoltoi collorosso dalle ali nere come sagome appiattite disegnano in silenzio cerchi nel cielo, incombendo con un’aria di un disgustoso spasso.
Alle 7:36, nella riserva naturale adiacente, giunge vibrando lungo la strada di servizio una 4×4 color acciaio che si parcheggia all’imbocco di un sentiero, a circa quindici metri dal torbido acquitrino che si estende per parecchi ettari – soffocato sulla riva da giunchi, tife e rifiuti semisommersi, un rumorio di sanguisughe nel fangoso fondale scuro –, conosciuto come il Wieland Pond, nella rurale contea di Atlantic, nel New Jersey.
La donna alla guida del veicolo color acciaio spegne il motore, i fari. Si guarda attorno nella radura per constatare, con evidente soddisfazione, di essere sola. A quest’ora, nessun maleodorante camion della spazzatura che si trascina verso la discarica vicina, incavando ancora più a fondo i solchi lungo la strada. Nessun altro che porta a spasso un cane, nessuno che va a camminare. Nessuno con cui P. Cady sarà costretta a scambiare un saluto di circostanza.
Perché è questo lo scopo di guidare fino alle paludi di Wieland all’alba, in media cinque volte a settimana, per far esercitare la sua iperattiva meticcia (terrier, segugio) da salvataggio, presa dal canile del distretto di Wieland, e per esercitarsi lei, da sole.
«Andiamo! Brava ragazza».
Apre lo sportello del passeggero dell’auto color acciaio da cui balza fuori come catapultata la piccola e ispida cagnetta marroncina che, in un eccesso di eccitazione, abbaia, guaisce, geme, supplica, scodinzola servile in un atteggiamento di apparente deferenza verso la persona alta e autoritaria che tiene il guinzaglio, la sua umana, e glielo tiene stretto sul collo, parlandole in modo severo ma non privo d’affetto, come se una qualsiasi cosa pronunciata nel fatuo linguaggio umano possa essere di minimo interesse per la cagnetta che scalpita all’apice della frenesia.
«Stamattina, farai la brava».
I larghi e limpidi occhi marroni straripano di una facile promessa
– sì, farò la brava.
«Quando ti chiamo torni indietro. Non scappi via».
Le zampe sproporzionate da segugio che grattano convulse sulle
foglie umide, un piagnucolio spudorato, il guaito – sì sì, farò tutto
quello che mi chiedi.
«E non dentro l’acqua! Mi hai sentita? – non andare dentro la
maledetta acqua».
Annusa le foglie fradice sotto gli stivali della sua umana. La
coda corta che scodinzola furiosa, il sedere ossuto che si dimena,
come può la sua umana (ingenua e fiduciosa) non credere a una così
servile sottomissione, a quella devozione canina? Sì, certo, obbedirò.
Lasciami andare!
«Ti avviso – non scappare via».
Infine, libera dal guinzaglio, un guaito affannato di gratitudine prima di voltarsi e saltare via con gioia, fermandosi a pochi metri per
annusare il sottobosco, accovacciandosi per urinare, ma andiamo, non
c’è tempo da perdere, queste passeggiate la mattina presto, agli ordini
della sua umana, durano di rado più di quaranta minuti, un’ora; si
trattiene sul sentiero, almeno all’inizio, affrettandosi nella direzione
in cui si incammina di solito la sua umana lungo l’anello di quattro
chilometri attorno alla palude che le riporterà all’auto parcheggiata
all’inizio del sentiero; ma, poco dopo, a una quindicina di metri, anche
se la sua umana la richiama con preoccupato biasimo, l’irrequieta
cagnolina trotterella fuori dal sentiero per inseguire qualcosa di
piccolo che si agita sotto il fogliame (un roditore? Un uccello dalle
piume nere?) schizzando dentro le pozzanghere, pozzanghere parecchio
melmose, affondando nella fanghiglia fino a metà zampa, eppure
prendendosi tutto il tempo per fermarsi ogni pochi metri ad annusare,
ad accovacciarsi, a urinare a piccoli getti rapidi e inquieti sulle sterpaglie,
sui mucchi di foglie, sui tronchi di alberi rachitici, annebbiata
da una grande euforia, apparentemente per nulla intenzionata a dare
retta alla sua umana che le grida ora con voce indignata e furente Vieni
qui! Torna indietro! Princess! Ora! mentre, inesorabile come la forza
di gravità, qualcosa la attrae verso il bosco palustre fuori dal sentiero
dove gli odori più invitanti fluttuano fino alle sue sensibili narici.
In questa mattina di fine ottobre, ci sono cinque, sei merli dalle ali
rosse che la provocano da un paio di metri più in alto facendosi beffe
di lei, un’intrusa nel loro territorio, se fossero abbastanza grossi la potrebbero attaccare, trafiggendola con i loro becchi affilati, perché loro
non trovano affatto «bello» o «adorabile» il suo pelo marrone-tigrato,
corto e ruvido, loro beccherebbero avidi quegli occhi umidi color caramello
che la sua umana trova così «intelligenti», così affascinanti.
Con spavalderia e coraggio si addentra oltre, è un’intrusa, una
cacciatrice. Letteralmente, una cacciatrice nata! Non si cura di quei
gradassi ridanciani, perché sono solo predatori locali (falchi, gufi),
non abbastanza grandi da sollevare e portar via una cagnolina con gli
artigli e poi sbranarla.
Presto, alle spalle della cagnolina la voce supplichevole si smorza, non si percepisce più tra gli strilli degli uccelli della palude e il rumore del suo stesso ansimare, il tumulto di odori la aggredisce alle narici sovraccaricando il suo cervello ronzante e le grida della sua umana si fanno irrilevanti come una luce artificiale in un’accecante giornata di sole.
Nell'immagine: Joyce Carol Oates (foto Cosima Scavolini/LaPresse)
Su «la Lettura» #760, in edicola e in questa App, la recensione a «Fox» di Cristina Taglietti
21 giugno 2026 ( modifica il 22 giugno 2026 | 11:10)
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