Da Profondo Rosso a Backrooms, com'è cambiata la paura? Il direttore del ToHorror: «Il vuoto virtuale angoscia i giovani più del sangue»
Mezzo secolo fa Dario Argento girò a Torino il suo titolo più famoso. Oggi al cinema macina successi il film tratto dalle clip virali su corridoi e stanze vacanti. Matteo Pennacchia: «È l'Analog horror, che gioca sugli spazi ignoti»
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Da Profondo Rosso a Backrooms, com'è cambiata la paura? Il direttore del ToHorror: «Il vuoto virtuale angoscia i giovani più del sangue»
di Fabrizio DividiMezzo secolo fa Dario Argento girò a Torino il suo titolo più famoso. Oggi al cinema macina successi il film tratto dalle clip virali su corridoi e stanze vacanti. Matteo Pennacchia: «È l'Analog horror, che gioca sugli spazi ignoti»
Com'è cambiata la percezione della paura al cinema? «Backrooms», il film del momento nato dai video virali che rappresentano corridoi e stanze vuote in una luce giallastra sembra indicare un sentimento molto diverso dalle bambole assassine o - anche - dal sanguinolento e torinesissimo Profondo rosso di Dario Argento, girato in città 51 anni orsono.
A fare il punto sullo «stato dell’Horror» è Matteo Pennacchia, direttore organizzativo del To Horror Fantastic Film Fest e che da anni si occupa di selezionare i migliori titoli da tutto il mondo: «L’Horror -premette- riscrive continuamente se stesso sull’onda dell’attualità e del proprio tempo: è uno dei pochi generi in grado di rigenerarsi seguendo il ritmo del momento storico cui appartiene».
Backrooms, cominciamo «dalla fine»?
«Mi sembra una storia molto centrato sui tempi che riflette in modo puntuale su alcuni aspetti della contemporaneità. Per esempio, mi è sembrato un film sull'intelligenza artificiale, anche se non dichiarato, ma più in generale appartiene all’«Analog horror», con la sua paura per gli spazi ignoti e del perturbante».
E del vuoto?
«Esatto, quel “vuoto" che probabilmente è figlio dell'esperienza sempre più virtuale che viviamo nella nostra realtà e che i giovani patiscono particolarmente».
Come è cambiata la paura da «Profondo rosso» a oggi?
«Profondo rosso spaventava perché era un film metropolitano completamente calato nella parte oscura della città. Al contrario di altri film precedenti, in cui il pericolo arrivava “da” fuori o “andando" fuori, Argento porta l'orrore tra le mura della nostra città. E, trattandosi di Torino, l’effetto non può che essere ancora più potente».
Infatti, siamo abituati a pensare a una città con una parte “oscura”: luogo comune?
«Ma no, Torino si può ancora orgogliosamente definire una città dove l'horror è di casa: come tradizionalmente lo è della magia nera e bianca, quindi dell’esoterismo, e per tutta una serie di motivi che toccano letteratura, folklore e leggende secolari».
Come cambia la paura dopo Argento?
«Gli Ottanta sono quegli anni in cui tutto diventa piacere e bellezza, specie se di matrice Usa. I corpi sono perfetti con Jane Fonda che fa aerobica in Tv ed esplode il fenomeno del desiderio sessuale e del culturismo grazie a Schwarzenegger e a Stallone. Così, l’horror risponde da una parte con lo "Slasher", che colpisce giovani isolati che la società vorrebbe felici, in salute e appagati nei loro desideri; dall’altra, con lo "Splatter" e il "Body horror" che su quei corpi perfetti consentono di infierire oltremisura».
Dal corpo alla macchina -il riferimento è a «Tetsuo» - il passo è breve?
«Quel film del 1989 segna il passaggio nel nuovo decennio che era già stato anticipato da Videodrome. Le interazioni tra corpi e macchine diventeranno sempre più frequenti, di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, e specie con film dall’Estremo Oriente. Device elettronici, computer, telefoni: tutte queste nuove tecnologie cominciano a far paura a livello globale, incastrandosi anche con la solitudine metropolitana, fenomeno che lo sviluppo dei social dilata ulteriormente».
Quali sono i generi preferiti oggi?
«Dal mio piccolo osservatorio mi sembra che alcuni sottogeneri stiano riprendendo piede. Dicevamo dell’”Analog” che spesso si serve del “Found Footage”, espediente narrativo che si basa sul ritrovamento di nastri e video d’epoca; ma penso anche al “Body horror”».
Perché si ripropone questo ritorno stilistico?
«Entrambi i sottogeneri fanno parte di quel perpetuo “riscrivere” dell'horror di cui parlavamo prima. L’«Analog» cui Backrooms fa capo, per esempio proviene direttamente dall'esperienza di The Blair Witch Project, e si declina nell'intersecarsi di realtà e cinema, virtualità e tangibilità che sono sempre più presenti».
E il Body horror?
«Probabilmente è frutto di questo dualismo che mette in tensione corporeo a incorporeo, argomento molto attuale che segnerà nei prossimi decenni tutti i dibattiti politici sociali, filosofici e urbanistici».
Ci dobbiamo aspettare una nuova ondata sullo stile di Cronenberg?
«Assolutamente sì, con una interessante annotazione. Chi fa scuola in questo momento riguardo al Body horror sono soprattutto registe donne. Non credo che sia casuale. Non solo per l’ovvio riferimento al fenomeno della violenza di genere, ma perché il corpo femminile è sempre più il terreno su cui si gioca un quotidiano, terribile, dibattito politico».
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