Monti, confini e segreti nel Trentino del 1961
«Il tuo nome nel bosco», il nuovo romanzo di Francesca Maccani: «Un modo per tornare a casa»
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Monti, confini e segreti nel Trentino del 1961
di Francesca Visentin«Il tuo nome nel bosco», il nuovo romanzo di Francesca Maccani: «Un modo per tornare a casa»
Nel 1961 a Bondone, piccolo paese del Trentino arriva Adele, giovane «forestiera». Cerca Bortolo, carbonaio con cui ha condiviso una notte d’amore destinata a cambiare tutto. E in una comunità chiusa e diffidente, tra gelosie e silenzi, Adele rompe equilibri, costringe a fare i conti con un segreto sepolto nel passato. Ruota intorno a questa storia il nuovo romanzo della scrittrice trentina Francesca MaccaniIl tuo nome nel bosco (Rizzoli, 317 pagine, 17,50 euro).
Il confine e i ricordi di guerra
«Quando arriva all’osteria della Rina, scarmigliata con le guance rosse come due mele selvatiche, gli uomini che stanno giocando a carte di colpo si fermano, la guardano, quella ragazza foresta sbucata dal nulla...».
Nell’incipit c’è il momento preciso in cui compare la scintilla da cui divamperà l’incendio. Quando Adele arriva con lo sguardo di chi fugge, il paese trattiene il fiato. E in quel piccolo mondo antico niente sarà più come prima. Nel 1961 in quel territorio, il confine è una ferita aperta, il lavoro del carbone scandisce un’esistenza di silenzi e ricordi di guerra. Adele è la miccia, la sua presenza fa emergere crepe e segreti, obbliga una comunità intera a guardarsi allo specchio.
Le radici della scrittrice
Spiega Francesca Maccani: «Il romanzo nasce da un luogo, il bosco sopra Bondone e il paesino vicino a dove abitavo in Trentino, con quel silenzio che sembra custodire più di quanto riveli. L’idea del libro è nata d’estate, durante una passeggiata, come una chiamata. Ho capito che lì c’era una storia che chiedeva di essere ascoltata, riguardava il confine geografico, ma soprattutto interiore». Ci sono le radici della scrittrice nella storia, la terra che da qualche anno ha lasciato per vivere altrove, ma che continua a palpitarle dentro. «Scrivere questo romanzo è stato un modo per tornare a casa senza idealizzarla e guardare la mia terra con la distanza e la gratitudine di chi continua a sentirsi chiamare».
La scelta del periodo storico
Anche la scelta del periodo storico ha una motivazione precisa. «Ambientare il romanzo nel 1961 è stata una scelta naturale - fa sapere Maccani - , un anno di soglia, in cui il mondo contadino sta per cambiare e le comunità di montagna vivono un prima e un dopo, senza ancora saperlo. Bondone è un microcosmo per osservare come la grande storia entra nelle vite quotidiane». Ogni luogo e ogni personaggio ha un forte simbolismo. A partire dal linguaggio, che attraverso il dialetto e termini caratteristici, restituire il parlato del territorio. Una linguaggio che evoca terra, lavoro, legna spaccata e tradizioni. C’è Gianna, che accoglie Adele nella sua casa, ispirata a una maestra elementare trentina che l’autrice ha conosciuto realmente. È lei che riconosce la gravità della situazione e protegge Adele dal paese che osserva e giudica. E c’è Bortolo, il carbonaio, forte nel corpo, ma fragile nel cuore, educato al dovere, non sa esprimere né nominare ciò che prova. Bortolo, che somiglia agli animali del bosco, «che non hanno voce ma gambe».
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La forza delle donne montanare
In questa piccola comunità di montagna, chiusa e diffidente, le donne «con la loro forza tengono in piedi interi mondi». Una forza concreta e invisibile che manda avanti famiglie e paesi. Una «solidarietà disinteressata che scatta quando riconosci in una sorella le tue stesse ferite». «Gianna porta in sé la forza delle donne montanare - fa notare Maccani - solide, essenziali, capaci di tenere insieme il mondo. Gli uomini, invece, li ho voluti fragili dietro la loro apparente durezza. Volevo anche narrare cosa significa vivere sul margine: tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere».
Le questioni identitarie del Novecento
Sullo sfondo, le tensioni politiche delle valli del Trentino-Alto Adige negli anni infuocati dalle questioni identitarie e linguistiche del Novecento.
Francesca Maccani rivela nelle note finali del romanzo: «Scrivere del luogo in cui si è nati, soprattutto se non è più lì che si vive, è un gesto che conforta e ferisce allo stesso tempo. È come tornare a casa senza esserci, ogni parola porta con sé il peso delle radici e la dolcezza della nostalgia. Raccontare ciò che ci appartiene da sempre è difficile perché si rischia di non restituire tutta la verità di ciò che si prova, ma è anche bellissimo, perché significa dare voce a ciò che ci rende le persone che siamo».
Un mosaico di nostalgie
E conclude: «Questo libro è un mosaico di radici e nostalgie, di incontri e memorie... Chi vive in questi luoghi porta dentro di sé una conoscenza che non si impara sui testi, è un sapere che passa attraverso le generazioni, attraverso le parole dette e quelle taciute, attraverso i gesti quotidiani che ancora oggi trattengono l’eco di un passato complesso. L’autonomia, il confine, la convivenza tra lingue e appartenenze diverse sono materia viva, che si respira nelle case, nei paesi, nei silenzi delle valli».
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