La forma più alta dell’amore è quella che apre la porta invece di sbarrarla
La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Maria Laura e F.
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La forma più alta dell’amore è quella che apre la porta invece di sbarrarla
di Candida MorvilloLa posta del cuore del Corrmezz, le lettere di Maria Laura e F.
Cara Candida, ho 39 anni e un compagno che non è geloso, non è possessivo, non controlla il telefono, non mi chiede dove sono, non fa scenate. Se devo partire per un weekend con le amiche, mi augura buon viaggio. Se torno tardi da una cena di lavoro, dorme tranquillo. Se decido di dedicare un fine settimana a mia madre invece che a noi due, capisce. Per anni ho pensato di essere fortunata. Dopo alcune relazioni complicate, fatte di musi lunghi, interrogatori, recriminazioni e gelosie più o meno mascherate, mi sembrava di aver finalmente incontrato un uomo adulto. Poi, però, ho iniziato a notare qualcosa che non riesco a definire. Quando devo partire per qualche giorno, non mi chiede mai di restare. Quando un mio progetto professionale mi assorbe completamente, non protesta. Quando salta una cena, una vacanza o un programma che avevamo fatto insieme, non sembra soffrirne troppo. Qualche mese fa mi è stata proposta una collaborazione in un’altra città. Non era un trasferimento vero e proprio, ma avrebbe significato stare lontana diversi giorni al mese. Ero convinta che almeno questa volta avrebbe cercato di convincermi a rinunciare. Invece mi ha detto: «Se ti rende felice, fallo». Una risposta perfetta. Talmente perfetta da avermi lasciata inquieta. Mi sono accorta che, a volte, vorrei essere trattenuta. Vorrei sentire che la mia assenza pesa. Che se faccio saltare un weekend insieme lui ci resta male. Che se rinuncio a una serata con lui, non reagisce con la serenità di un monaco buddista. Non so se mi spiego. Non desidero un uomo geloso. Ma neppure uno che sembri poter vivere benissimo qualsiasi cosa io faccia. Quando glielo accenno, lui cade dalle nuvole. Dice che mi ama e che proprio perché mi ama non è possessivo. Io gli credo. Eppure continuo a chiedermi se l’amore maturo sia davvero così o se, da qualche parte, lui non mi ami abbastanza. Come si distingue la libertà dall’indifferenza ?
Maria Laura
Cara Maria Laura, temo che tu sia vittima di un curioso effetto collaterale della modernità. Per anni, noi donne abbiamo combattuto contro uomini gelosi, possessivi, convinti che l’amore desse loro il diritto di controllare le nostre vite. Finalmente ne troviamo uno che non spia il telefono, non fa interrogatori, non pretende di decidere come impieghiamo il nostro tempo e ci viene il sospetto che non ci ami abbastanza. Il problema è che molte di noi sono cresciute con una falsa equazione sentimentale: se soffre, mi ama; se si agita, gli importa; se mi trattiene, valgo. Ovvero: «È geloso perché mi ama». Quello che tu sembri cercare è una versione da esposizione, sterilizzata e a basso impatto ambientale di quel maschio possessivo. Giusto un accenno. Un piccolo broncio. Un «Davvero parti tutto il weekend?». Un leggero fastidio certificato. Una ricevuta d’amore. Ma stai usando un vecchio metro per misurare un uomo nuovo. Sei cresciuta, come quasi tutte noi, con l’idea che l’amore si riconosca dalla sofferenza che provoca l’assenza. Se lui si dispera, allora vali. Se protesta, allora gli importa. Se ti trattiene, allora ti desidera. Solo che questa teoria ha prodotto secoli di coppie infelici e donne dalle ali tarpate. Adesso, invece, hai davanti un uomo che ti lascia libera e tu sospetti che sia difettoso. La domanda non è perché non ti trattiene. Ma: quando ci sei, ti cerca? Ti ascolta? Fa progetti con te? Si rallegra delle tue vittorie? Si preoccupa delle tue ferite? Perché l’amore non si misura dalla resistenza opposta alla tua partenza, ma dalla gioia con cui viene accolto il tuo ritorno. E poi diciamoci la verità: se lui davvero ti dicesse «Non partire», dopo circa sette minuti scatterebbe in te la femminista che hai faticosamente costruito in quarant’anni e lo spediresti a fare compagnia ai Neanderthal. Da come lo racconti, lui non sembra uno che non ti ama. A volte la forma più alta dell’amore è proprio quella che ci apre la porta invece di sbarrarla.
A volte il problema non è «l’altra», ma il vuoto che va a riempire
Cara Candida, ho 45 anni e sono sposato da 18. Non ho mai tradito mia moglie. O almeno, non nel senso tradizionale del termine. Non ci sono stati baci, alberghi, messaggi compromettenti. Da circa due anni, però, ho un’abitudine che non ho mai raccontato a nessuno. Una volta alla settimana prendo un treno e vado in una città a cento chilometri da casa. Lì incontro una donna. Beviamo un caffè, passeggiamo, parliamo per ore. A volte entriamo in una libreria, a volte in un museo. Poi torno a casa. Non ci siamo mai sfiorati. Lei è sposata. Io sono sposato. Entrambi diciamo che non succederà mai nulla. Il problema è che, negli ultimi tempi, mi sono accorto che le racconto cose che non racconto più a mia moglie. Quando mi succede qualcosa di bello, spesso ho voglia di dirlo prima a lei. Quando ho un dubbio, penso a cosa ne penserebbe lei. Se mia moglie scoprisse tutto, sono certo che si sentirebbe tradita. Io però continuo a ripetermi che non ho fatto niente. Secondo te, il mio è un tradimento ?
F.
Caro F., gli esseri umani credono che il tradimento inizi quando due persone finiscono a letto, ma mentire è già un po’ tradire. E tu hai costruito un’abitudine, un’attesa, una complicità altrove e hai evitato di dirlo a tua moglie. La domanda da porti è perché senti il bisogno di prendere un treno per andare a raccontare a un’altra donna quello che una volta raccontavi a tua moglie. A volte il problema non è «l’altra», ma il vuoto che l’altra va a riempire e che ci rifiutiamo di vedere.
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