Le parole di Michele Mari e la fine della privacy
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risponde Aldo CazzulloI tuoi preferiti
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Caro Aldo,
se mi posso permettere, Michela Murgia era una donna esteticamente piacevole. Aveva il carattere dei sardi che non è affatto «violento»: risulta «duro» e diffidente a coloro che li conoscono o con i quali non hanno confidenza. E, forse, a coloro che non hanno una minima sensibilità. questo è una mia opinione. Poi riferito a quello che è successo a proposito dello scrittore Mari, io credo che in generale definire una persona «brutta» non sia un’offesa... stiamo arrivando al punto che non si può dire più niente? È un’opinione legittima che si può condividere o no. Lei che ne pensa?
Filippo Galli
Caro Filippo,
premetto che sono un ciabattiano convinto. Considero Teresa Ciabatti una bravissima scrittrice, che ha dato ottime prove di sé sia nei libri sia sul Corriere. Allo Strega ho votato e voterò per lei. La memoria di Michela Murgia mi è cara, e non solo perché mi affidò la sua intervista di addio, che è stata letta da tre milioni di persone. Se Teresa, che a Michela era molto legata, ha sentito parlare male di lei, ha fatto bene a esprimere i suoi sentimenti e la sua sofferenza. Michele Mari ha assicurato di non aver usato espressioni relative all’aspetto fisico di Murgia o di altre donne, e di essersi comunque scusato con Ciabatti. Peraltro non è stata Ciabatti a rendere pubblica la vicenda. C’è una cosa però che resta da aggiungere.
Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private. Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato.
C’è un episodio, che non c’entra nulla con questo, che segnò un punto di non ritorno, anche perché fu decisivo per le elezioni del Regno Unito del 2010. Un ottimo premier — magari oggi il Labour avesse un Gordon Brown — venne crocifisso alla vigilia del voto perché aveva ancora il microfono addosso quando, dopo la visita a un’elettrice laburista delusa che l’aveva riempito di improperi, si era inevitabilmente sfogato con lo staff: «Proprio una fanatica — «bigot» nell’originale — dovevate trovarmi? Non ne avevamo un’altra?». (Dopodiché il povero Brown tornò indietro per scusarsi con la signora, la quale rifiutò le scuse, confermandosi un po’ «bigot»). Quell’episodio, oggi dimenticato, fu il primo di una lunga serie. Nell’era dei social, dei microfoni accesi, delle intercettazioni telefoniche, il privato è abolito. È sempre più frequente che messaggi privati, destinati a restare tali, vengano resi pubblici, e — quel che è peggio — presentati come dichiarazioni pubbliche. Siamo oltre allo smantellamento dell’ipocrisia — «l’omaggio che il vizio rende alla virtù» —, siamo oltre l’abolizione della privacy; siamo al dileggio preventivo e sistematico.
20 giugno 2026
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