Bruno Detassis, il figlio Claudio racconta il Re del Brenta: «Insegnò a sciare ad Agnelli. Boicottò Salò e finì in un lager, non poteva vedere gnocchi e pigiami a righe»
Bruno Detassis fu uno dei più importanti alpinisti italiani della prima metà del Novecento. Il ricordo del figlio Claudio: «Diceva che la miglior vittoria sulle vette è tornare a casa. Il suo ultimo giorno? Una partita a carte e un sigaro»
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Bruno Detassis, il figlio Claudio racconta il Re del Brenta: «Insegnò a sciare ad Agnelli. Boicottò Salò e finì in un lager, non poteva vedere gnocchi e pigiami a righe»
di Jacopo StrapparavaBruno Detassis fu uno dei più importanti alpinisti italiani della prima metà del Novecento. Il ricordo del figlio Claudio: «Diceva che la miglior vittoria sulle vette è tornare a casa. Il suo ultimo giorno? Una partita a carte e un sigaro»
A sinistra Bruno Detassis col figlio Claudio in spalla. A destra Claudio in una foto recente
Bruno Detassis, re del Brenta — alpinista quando l’alpinismo era una faccenda da eroi — era nato il 24 giugno 1910, regnante Cecco Beppe, al primo piano di una casa di Contrada Longa, in una Trento che contava sì e no 30 mila abitanti. Secondo dei sei figli di Antonio Detassis, sindacalista, amico di Cesare Battisti. Infanzia difficile, da profugo, in Boemia, con la famiglia: quando finalmente, a guerra finita, poterono tornare nella città redenta, furono costretti a dormire su un giaciglio di paglia in un sottotetto: erano stati assenti quattro anni, ma il padrone di casa esigeva comunque l’affitto arretrato. Già da bambino, il Bruno scappava di casa uscendo dalla finestra, calandosi in strada aggrappato a una grondaia. A undici anni è apprendista fabbro, turni di dodici ore al giorno: trova tempo per l’atletica, lo sci, l’arrampicata. A quindici anni si iscrive alla Sosat: comincia a esplorare le cime intorno a casa, ma Bondone, Marzola, Calisio e Vigolana iniziano presto a stargli stretti. A sedici anni, scala come capocordata la via normale della Paganella. A diciotto, per la prima volta, il Campanile Basso di Brenta. A ventidue, apre la via diretta sulla Paganella, fa il Croz dell’Altissimo, la parete sud della Brenta Alta, la nord-est del Monte Daino, la fessura sulla sud-sudovest di Cima Margherita. A ventitré, con Pietro Stenico, ottiene in gestione il Rifugio Garbari ai XII Apostoli. Entro i venticinque è guida alpina e maestro di sci. Di lì a poco è a Sestriere, in Piemonte, e si ritrova — lui, figlio di un falegname socialista — a insegnare a sciare ai principi di casa Savoia.
Ma il richiamo dei suoi monti era stato più forte. Chi saliva a incontrarlo, al Rifugio Maria e Alberto, ai Brentei, notava un metro e 84 di altezza, fisico asciutto, la pipa sempre in bocca e i capelli pettinati all’indietro secondo la moda degli anni Trenta. Chi arrivava a penetrare la scorza, assicura che l’uomo era generoso. Sempre pronto, con i giusti compagni, a lanciarsi in una sfida alla morra. Sempre attento a schivare le polemiche. «Le polemiche — diceva — puoi farle anche con il silenzio». Se il nipote Fabrizio gli capitava a tiro, esclamava: «En tant che no te gai da far…». Quello, che davvero non aveva nulla da fare, tirava fuori un vecchio quaderno e annotava le sue perle di saggezza. «Se rampega prima cola testa, poi coi pei, e solo alla fin con le man». O anche: «L’alpinista è fondamentalmente un anarchico, un ribelle». Oppure: «Ho l’impressione che i grandi alpinisti siano tutti o disperatamente felici o felicemente disperati». «Se penso a lui, la prima cosa che mi viene in mente sono proprio i suoi insegnamenti», dice il figlio Claudio, davanti a un caffèlatte, al Bar L’Azzurro di Madonna di Campiglio. Anche Claudio Detassis, 79 anni, è, a suo modo, un bel personaggio trentino. Vincitore del trofeo Topolino nel 1960, è stato numero uno degli slalomisti prima di Gustav Thöni. Quando lo abbiamo contattato, ha messo le mani avanti: «Rispetto a me, mia sorella Ialla è più estroversa. Ma di alpinismo, mi intendo più io».
Quando suo padre morì, nel 2008, sua sorella disse: «L’educazione è fatta di parole, ma a un certo punto i figli crescono, e si smette di spiegare. Lui, come si deve vivere, lo mostrava con i fatti».
«Mi sa che mia sorella è un po’ filosofa, oltre che estroversa».
Com’era lui come papà?
«È un attimo finire nella retorica:“Era il più bravo. Era il più buono”. Ma davvero lo ricordo come una persona buonissima. Altruista in maniera incredibile. Poi, sa, io non sono stato molto a casa. All’epoca non c’erano le medie né a Campiglio né a Pinzolo. Dal ’56 ho vissuto con i miei nonni, in via Bronzetti, a Trento: la scuola era a 50 metri».
È vero che nel 1923, durante un comizio di Toni Detassis, arrivano gli squadristi e che Bruno tredicenne contribuì a metterli in fuga? Che nel 1943, militare, si rifiutò di passare con Salò e finì in un lager? Che quando tornò pesava solo 50 chili?
«È vero, sì. Ma non saprei raccontare niente, sa? Anzi, no: un paio di aneddoti li ho. Da bambino, sfollato a Jiccim, era guardiano delle oche: doveva ingozzarle con degli gnocchi. Le oche mangiavano gnocchi, loro niente. Tornato a casa, non ha più voluto mangiare gnocchi».
E del campo di concentramento?
«Non poteva vedere i pigiami a righe. Ecco, gli gnocchi e i pigiami a righe. Ma lui queste cose le teneva per sé. Mai voluto scrivere un libro. Era fatto così. E sì che ne avrebbe avute, di storie. Aveva insegnato a sciare agli Agnelli! Agnelli, che andava sulle piste con l’elicottero. Durante uno dei miei infortuni mi prestò l’elicottero per portarmi in ospedale. Tanta era la riconoscenza per il Bruno».
I suoi si conobbero lì a Sestriere, giusto?
«Mia madre, Nella, triestina, prima italiana maestra di sci. Convocata a Garmisch ’36, accompagnatrice delle ragazze a Oslo ’52. Parlava alla perfezione italiano, inglese, tedesco, francese, e qualche parola di sloveno. Era un’artista. Con mio padre non poteva non andare d’accordo».
Su di lui, il giornalista Franco de Battaglia scrisse: «Se Detassis avesse cercato le ambigue suggestioni della solitudine, avrebbe da tempo cambiato palestra. Se avesse assecondato le vanità delle grandi imprese, oggi se ne starebbe a recitare la sua parte, e a raccontare memorie e aneddoti. Se fosse stato mosso da una passione demoniaca, ora sarebbe, come tanti, sul fondo di un burrone». Insomma, un uomo di equilibrio.
«Lui diceva: “Alpinismo è trovare la via più facile nel difficile, il resto è acrobazia”. O anche “La miglior vittoria, in montagna, è tornare a casa”. Poi queste frasi se le è prese Cesare Maestri. Grande amicizia, quella tra lui e il Cesare. Pensi: la prima volta che il Cesare ha fatto il Campanile Basso, ha trovato in cima il Bruno che faceva la centesima».
È stato difficile crescere con un padre così?
«Ancora oggi per gli anziani sono “el fiol del…”. Ma non l’ho mai visto come ingombrante. Mai mi sono confrontato con lui in arrampicata. Ho preso una strada diversa. Ai tempi, a due anni, ti mettevano sugli sci, e stavano a vedere. Poi, chiaro: nel dna c’era qualcosa. Anche mia sorella è stata in Nazionale. I miei mi hanno sostenuto. Anche economicamente, perché non c’era il professionismo: bastava una foto con gli sci in mano ed eri squalificato. La scuola non aiutava. Ricordo un professore di matematica. Scena muta. “Detassis, sei andato a scivolare?”. “Sì”. “Ma ti pagano?” “No”. E mi metteva quattro».
E suo padre?
«Mi diceva: “Claudio, niente rimpianti”. Sono arrivato in squadra A nel ’64. Nel ’65, il primo infortunio, e mi sono ripreso. Nel ’67 il secondo, e mi sono ripreso. Nel ’69, il terzo. Nel ’70, il quarto».
Scusi se glielo chiedo: ma lo sci non è uno sport da pazzi?
«No. Perché?»
Mi spiego: il tennis, come il calcio, è un gioco: Sinner o Ronaldo sono i più bravi del mondo in quel gioco. Lo sci invece prevede di lanciarsi giù da una montagna. E il più bravo nel mondo, non è che non si fa male. La Brignone si fa male lo stesso: poi però dopo sei mesi è di nuovo lì.
«Rispondo così. All’Acquacetosa, a Roma, incontrai Franco Menichelli, campione di ginnastica. Gli chiesi: “Ma come fai a passare cinque ore al giorno in palestra?”. E lui: “E voi come fate a passare cinque ore al giorno sugli sci?”. È la passione che muove tutto».
Capisco.
«“Come fate a passare cinque ore al giorno sugli sci?” Che frase. Avevo 15 anni. E me lo ricordo ancora, 65 anni dopo. Dopo il ritiro, sono stato allenatore della squadra femminile. Poi sono andato a lavorare con i miei al Brentei. Lei preparava le omelette e i kaiserschmarrn. Lui, fabbro, le aveva forgiato un ferro con le iniziali: di modo che tutti i kaiserschmarrn e le omelette uscissero con il marchio. Dall’82 il Bruno ha passato la gestione a me. Lui fuori: a tagliar legna. Alpinisti e scalatori salivano a incontrarlo. Dicono fosse burbero, ma non è vero. Dava consigli a tutti. Era molto dolce».
Come furono gli ultimi tempi?
«L’ultimo giorno, come ogni sera, ero passato a salutarlo, a fare con lui i soliti tre punti alla morra. Poi sono andato a cena con gli amici. Mi chiamò la badante. Si era fumato il suo toscano per l’ultima volta. Poi si era seduto sul letto e tac: andato. Consumato».
Siete riusciti a spargere le sue ceneri sul Brenta?
«Le abbiamo messe insieme a quelle di mamma. Poi le abbiamo divise in tre parti. La prima parte, l’abbiamo sparsa davanti al Campanile Basso. La seconda a Malga Ritorto. La terza in cima al Crozzon. Ce ne siamo occupati noi e l’alpinista Ermanno Salvaterra. Quasi vent’anni fa. Abbiamo detto “Ciao Bruno, ciao Nella”».
Hervé Barmasse: «Ho ridotto il numero delle mie spedizioni, inquinano troppo. L'alpinismo moderno si è involuto, si scappa dalla fatica»di Tiziano Grottolo
Quando l'alpinismo è una storia di famiglia, l'amore per la montagna dei Collinidi Sara Santolini
La Via dell’Alto Brenta, l'itinerario green di 104 chilometri ideato da quattro amici trentinidi Sara Santolini
Marzia Bortolameotti e la community da 43mila donne di montagna: «È uno spazio di libertà, vogliamo stare tranquille senza gli approcci dei provoloni»di Silvia M. C. Senette
Gigliola, l'estetista che ogni due giorni scala il passo Manghen: «Mi sveglio alle 5.30, faccio 1.600 metri di dislivello e poi vado a lavoro»di Gabriele Buselli
Vai a tutte le notizie di Trento
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Trentino
20 giugno 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA