La deriva sessista di Donald il bullo
Il presidente Usa dribbla domande sulle guerre facendo illazioni sulla premier italiana
La deriva sessista di Donald il bullo
Antonio Polito | 19 giugno 2026Il presidente Usa dribbla domande sulle guerre facendo illazioni sulla premier italiana
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Reduce dalla disfatta strategica in Iran, Donald Trump ha pensato bene di rivalersi contro la presidente del Consiglio dell’Italia. Ripetiamo: la presidente del Consiglio italiana. Non una ragazzina nei confronti della quale esibirsi nella parte del bullo che tratta le donne come è abituato a trattarle lui (con gli uomini di Stato perfino i suoi insulti sono più «rispettosi»: il Papa è un «debole», Macron «si sbaglia sempre», Starmer «non è Churchill»…); Giorgia Meloni è invece il capo del governo di una grande nazione, membro del G7, della Nato, dell’Unione Europea, alleata storica degli Stati Uniti, e da sempre fedele, perfino troppo, all’interesse nazionale americano.
Comportandosi così, Donald Trump ha mostrato per l’ennesima volta, ma stavolta a danno dell’Italia, l’incapacità di comprendere la relazione tra la sua persona e la sua carica, tra l’uomo e l’ufficio. Distinzione che è uno dei punti cardine della democrazia liberale, ed esattamente ciò che più preoccupa nel comportamento dell’attuale presidente americano, non solo all’estero ma anche in patria.
Si capisce chiaramente dall’intervista realizzata da La7, infatti, che Trump non aveva alcuna voglia di parlare di Ucraina e di Hezbollah, gli argomenti proposti dall’interlocutore.
Ma ha portato direttamente il discorso sul vertice di Evian, tentando di accreditare la tesi di una Giorgia Meloni implorante per avere una foto con lui, in modo da poter dire che lo strappo di qualche mese fa era stato ricucito. Aggiungendo la frase più insultante: «Mi ha fatto pena».
Ovvio che Giorgia Meloni smentisca. E, per quello che si sa, c’è da crederle: in queste sedi nessuno implora mai nessuno. Per la semplice ragione che così facendo riconoscerebbe una condizione di sudditanza, contraria a quella difesa dell’interesse e dell’orgoglio nazionali che sono parte integrante della carica che rivestono. Ha fatto bene dunque Giorgia Meloni a reagire dicendo: «L’Italia non implora mai». Ed è per questo che il capo dello Stato Mattarella le ha subito espresso la sua solidarietà.
Naturalmente si potrà aggiungere anche questo episodio alla lunga lista di comportamenti bislacchi e isterici (se si può usare un termine sessista come ritorsione polemica nei confronti del presidente americano) che fanno dubitare molti, anche negli States, dell’autocontrollo, se non della salute mentale, dell’uomo più potente del mondo. Ma forse è più giusto supporre che Trump «faccia» il matto, piuttosto che esserlo davvero. Ha un’idea delle relazioni internazionali così antiquata e autoritaria da sembrare ad alcuni futuristicamente post-democratica. Dovrebbe però aver capito che al giorno d’oggi non basta mostrare i muscoli per vincere le guerre, neanche se sei il più forte potere militare del mondo; e che la diplomazia è l’arte di ottenere ciò che si vuole lasciando credere all’altro che è ciò che vuole anche lui.
Se questo vale nei confronti del nemico (gli ayatollah dell’Iran, che lui ora dice essere persone razionali con cui si possono fare accordi dopo averli bombardati e averne ucciso i capi) tanto più vale nei confronti dell’amico e dell’alleato. Nel caso di Giorgia Meloni, poi, dell’unico capo di governo di destra che ci sia in Europa, dunque al momento l’unico compagno di strada del movimento Maga. È difficile credere che la tela lacerata dell’Occidente e del suo sistema dei valori, che ha tenuto insieme per ottant’anni l’Europa e il Nord America, possa essere ricucita fin quando un presidente di questo stampo sarà alla Casa Bianca. Crediamo se ne sia ormai convinta anche Giorgia Meloni.
Ma, in ogni caso, con l’America bisognerà continuare a dialogare e fare accordi. Il ministro degli esteri italiano ha annullato la visita negli Stati Uniti per protesta. E però presto i rapporti normali riprenderanno. Ed è allora che dovremo trarre insegnamento da questa sgradevole occasione, correggendo errori che da molti governi in qua si ripetono, in cerca di facili gratificazioni esterofile.
Bisogna finalmente capire che le relazioni internazionali non sono fatte di amicizie personali. Che gli interessi sovrani delle nazioni vanno oltre la permanenza al potere di chi temporaneamente le rappresenta. Che gli incontri internazionali non sono pranzi di gala, minuetti per photo-opportunity. Che è inutile inseguire il favore di questo o quel potente del momento, credendo che ciò basti a costruire consenso in patria, secondo una concezione alquanto provinciale. E infine che più la politica estera è condivisa da uno schieramento ampio, più unisce il Parlamento, e più forza ha l’Italia nei suoi rapporti internazionali. Perché ciò che davvero conta non é la personalità di chi la guida, ma il peso specifico del Paese, fatto non solo di economia e forza militare, ma anche di storia, cultura, soft power e dignità nazionale. Una leader che si definisce (o almeno si definiva) sovranista dovrebbe saperlo più di chiunque altro.
Dopo l’indignazione comune e collettiva nei confronti del bullo della Casa Bianca, questa è la lezione che deve trarre l’intera classe politica italiana. Anche quelli che, dall’opposizione, siano tentati di sfruttare un’offesa arrecata all’Italia intera come se fosse solo uno sfregio all’avversario politico.
19 giugno 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Antonio PolitoLa deriva sessista di Donald il bullo
Venerdì 19 giugno 2026 di Susanna TamaroPaese smarrito, serve una cura
Venerdì 19 giugno 2026 di Massimo SideriCome si diventa i più ricchi della storia
Venerdì 19 giugno 2026 di Paolo LepriIn Svezia arriva la «legge spia»
Venerdì 19 giugno 2026 di Alessandro Lanza *La demografia che può mettere in crisi la Cina
Venerdì 19 giugno 2026 di Julián CarrónLe sfide di Leone per la dignità umana
Giovedì 18 giugno 2026 LEGGI TUTTI Antonio PolitoLe Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti