La demografia che può mettere in crisi la Cina
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La demografia che può mettere in crisi la Cina

Venerdì 19 giugno 2026
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Nel 2025 i cinesi in età lavorativa sono poco meno di un miliardo. Entro il 2100 questo numero si contrarrà del 65%...

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La demografia che può mettere in crisi la Cina

Alessandro Lanza * | 19 giugno 2026

Nel 2025 i cinesi in età lavorativa sono poco meno di un miliardo. Entro il 2100 questo numero si contrarrà del 65%...

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Nel 2025 la popolazione cinese in età lavorativa, compresa tra i 20 e i 69 anni, si attesta ancora intorno ai 950 milioni di individui. Le proiezioni delle Nazioni Unite, rielaborate dal Financial Times, indicano tuttavia che entro il 2100 questo aggregato si contrarrà a circa 300 milioni: una riduzione superiore al 65% nell’arco di tre quarti di secolo. E si tratta dello scenario centrale: le varianti pessimistiche delineano contrazioni più severe.

Sul piano analitico, questo declino non appartiene al dominio della previsione, ma a quello dell’osservazione empirica. È già leggibile nelle serie storiche di natalità degli ultimi vent’anni, nei registri anagrafici delle province interne e nella struttura per età di una popolazione che invecchia a un ritmo senza precedenti nella demografia moderna.
Le coorti che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi due decenni sono già nate: su questo orizzonte, la demografia non è una variabile stocastica, ma un dato acquisito.

Quanto alle determinanti, la politica del figlio unico, introdotta nel 1979 e abbandonata nel 2015, ha prodotto effetti di lungo periodo che nessuna misura pro-natalità successiva è riuscita a contrastare. Né il passaggio al secondo figlio nel 2016, né l’apertura al terzo nel 2021, né i successivi incentivi monetari e fiscali hanno invertito la tendenza.
Il vincolo normativo si è progressivamente trasformato in norma sociale: un’intera generazione di famiglie ha interiorizzato il modello del figlio unico come standard culturale, indipendentemente dagli incentivi offerti dallo Stato. Vi si sommano fattori strutturali comuni alle economie avanzate: il costo crescente di abitazione e istruzione, l’allungamento dei percorsi formativi, la trasformazione dei ruoli di genere.

Ne consegue che il tasso di fecondità cinese figura oggi tra i più bassi al mondo, su livelli comparabili a quelli di Corea del Sud e Giappone, due economie che già sperimentano gli effetti macroeconomici di una transizione demografica avanzata: contrazione dell’offerta di lavoro, pressione sui sistemi previdenziali e rallentamento della domanda interna. L’indice di dipendenza degli anziani è destinato a più che triplicare entro la metà del secolo. 

La letteratura economica individua due canali di compensazione: l’aumento della produttività attraverso automazione e robotica e l’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento. Fattori che possono mitigare, ma difficilmente neutralizzare, una contrazione di questa entità.
Il confronto con l’India è istruttivo per coglierne le implicazioni geopolitiche. Mentre la popolazione cinese è già in calo, quella indiana continuerà a crescere fino agli anni Sessanta di questo secolo, prima di avviare una discesa più graduale.
Questo dividendo demografico assicurerà all’India un vantaggio competitivo strutturale per decenni: una forza lavoro più ampia, una maggiore domanda interna, una capacità produttiva più elevata e un maggiore potere contrattuale nei mercati globali. Con una precisazione metodologica: il dividendo demografico non è un automatismo. La sua conversione in crescita effettiva dipende dall’assorbimento della forza lavoro in occupazioni produttive, dagli investimenti in capitale umano e dalla partecipazione femminile al mercato del lavoro.

La competizione tra le due maggiori economie emergenti del mondo, dunque, non si giocherà soltanto su intelligenza artificiale, semiconduttori o catene di approvvigionamento globali. Il declino demografico della Cina e la crescita dell’India ridisegneranno gli equilibri economici e geopolitici nel lungo periodo.
La lezione di policy è netta: gli interventi sulle dinamiche demografiche producono effetti irreversibili su orizzonti generazionali, con ritardi che eccedono i cicli politici. Prima di agire su questa leva, il decisore pubblico farebbe bene a ponderarne le conseguenze due volte.
* Direttore esecutivo, Fondazione Eni Enrico Mattei 

19 giugno 2026

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