Ian Anderson dei Jethro Tull contro l'overtourism: «Io e mia moglie amiamo Firenze e Venezia, ma se devo lottare per mezzo quadrato...»
Corriere della Sera - Cultura

Ian Anderson dei Jethro Tull contro l'overtourism: «Io e mia moglie amiamo Firenze e Venezia, ma se devo lottare per mezzo quadrato...»

Venerdì 19 giugno 2026
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Intervista al frontman della leggendaria band progressive scozzese che torna in Italia per il concerto al Pistoia Blues: «Ma pare che tutti gli alberghi fossero pieni. Andremo a dormire in una piccola città a un’ora di distanza. Magari, si spera, più tranquilla. Delle città invase dalle masse di turisti cominciamo a non poterne più»

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Ian Anderson dei Jethro Tull contro l'overtourism: «Io e mia moglie amiamo Firenze e Venezia, ma se devo lottare per mezzo quadrato...»

di Edoardo Semmola

Intervista al frontman della leggendaria band progressive scozzese che torna in Italia per il concerto al Pistoia Blues: «Ma pare che tutti gli alberghi fossero pieni. Andremo a dormire in una piccola città a un’ora di distanza. Magari, si spera, più tranquilla. Delle città invase dalle masse di turisti cominciamo a non poterne più»

Ian Anderson

«Il giorno in cui dovessi rivolgermi all’intelligenza artificiale per scrivere canzoni... Be’, quello sarebbe il giorno giusto per gettare la spugna e imparare a giocare a golf». Sembra di vederlo il sorriso beffardo e intelligente di Ian Anderson — frontman, voce, autore, flautista, l’unico rimasto della formazione originale dei Jethro Tull, una delle principali band progressive di sempre — mentre sottolinea l’importanza della cultura artigianale nella musica: che è «sempre “fatta a mano” e “suonata a mano”» anche se loro, i Jethro Tull, «fin dagli esordi abbiamo sempre abbracciato le nuove innovazioni tecnologiche».

Ancora oggi come nel 1969, da fiero scozzese, lei tiene alta la bandiera del suo flauto che per primo ha trasformato in uno strumento rock.

«Non si sono registrati altri casi noti di flautisti rock canterini, per quanto ne so».

E sempre per rimanere in tema Scozia e tradizioni, c’è il suo amore per le cornamuse.

«E per la musica classica, che ci ha dato tante influenze. La chitarra hawaiana e i tamburi d’acciaio caraibici mi fanno male alle orecchie, come il country, il western, il funk, la dance non fanno per me. Ma adoro la cornamusa scozzese che fa ancora più male alle orecchie degli altri, o almeno così mi dicono quando vado alle Hawaii e alle Barbados».

Il prossimo agosto compirà 79 anni. Un mese prima sarà sul palco del Pistoia Blues in piazza del Duomo: appuntamento il 10 luglio per la tappa toscana del vostro Curiosity Tour. Quarta partecipazione al festival dal 1999.

«E questa volta non ci fanno dormire a Pistoia, pare che tutti gli alberghi fossero pieni. Andremo a dormire in una piccola città a un’ora di distanza. Magari, si spera, sarà un po’ più tranquilla. Delle città invase dalle masse di turisti cominciamo a non poterne più».

Benvenuto nel nostro mondo, caro Anderson. Firenze ne è il simbolo più fulgido.

«Negli ultimi due anni sono stato a Firenze due volte per turismo, godermi la cultura e la storia, e io e mia moglie andiamo regolarmente a Venezia per qualche notte. Ma ormai ci muoviamo solo d’inverno: è difficile godersi le cose con calma quando si deve lottare per mezzo metro quadrato di spazio e tranquillità».

Ha da poco dato alle stampe il 24° album della band, Curious Ruminant. Che contiene un brano di 16 minuti Drink from the Same Well. Non sono le suite di mezzora di Thick as a Brick e A Passion Play, ma è comunque una sfida alla modernità se si pensa all’abbassamento della soglia di attenzione del pubblico.

«Non sono guidato da intenzioni prestabilite quando scrivo questo o quel tipo di canzone. Sono le canzoni stesse a suggerirmi se vogliono essere lunghe o brevi, quale tempo e tonalità assumere, e così via. Spetta a noi autori suscitare interesse per il nostro lavoro, e non possiamo certo biasimare il pubblico o gli ascoltatori se preferiscono piatti pronti e semplici piuttosto che un banchetto di cinque portate».

In fondo, delle regole del mercato le è sempre importato poco...

«Non ascolto più molta musica pop e rock dalla metà degli anni 70 e il “mercato” musicale è molto più vasto oggi rispetto ad allora. Ce n’è per tutti i gusti in questo mondo fatto di streaming, promozioni infinite e video d’epoca. Mi lascio guidare dall’istinto e spero di scoprire qualche sfumatura in più che sia nuova».

Il vostro disco più famoso rimane Aqualung, il più amato dai puristi del prog forse Thick as Brick. Ma qual è quello a cui Ian Anderson è più affezionato e perché?

«Be’, quei due brani fanno parte della scaletta attuale, ma si può aggiungere anche Songs From The Wood tra i tanti album classici dei Tull e, ovviamente, un paio di brani registrati di recente, nel 2025. Sono tutti i miei “figli” ed è bello riaverli con noi dopo che erano stati esclusi dalle scalette per qualche anno».

L’Italia è sempre stata, dopo la Gran Bretagna dove il genere è nato, la seconda patria del progressive rock.

«Con l’Italia abbiamo un legame forte che dura dal 1970 circa. Immagino che agli italiani piacciano il mistero, il romanticismo e l’avventura nella musica. Probabilmente gli Stati Uniti hanno di gran lunga il maggior seguito per i Jethro Tull, ma forse in Italia funziona in modo diverso, dato che storicamente meno persone parlano inglese e quindi forse è meglio che molti fan non sappiano esattamente di cosa sto cantando! Questo aggiunge un po’ di mistero. Io stesso guardo spesso film in altre lingue e ascolto l’opera e la musica folk cantata in tedesco, italiano e persino finlandese».

Un legame nato in un particolare momento, pieno di tensioni e difficoltà.

«Ricordo molto bene gli anni 70 in Italia: disordini politici e ribellione studentesca in cui ovviamente ho cercato di non farmi coinvolgere: ne ho avuto abbastanza di gas lacrimogeni e rivolte, grazie. Ma la venerazione per la musica britannica e il fedele sostegno dei fan non sono diminuiti, per ora...».

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