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Il buon senso, la vita e le leggi
di Fortunato CerlinoPartono quando a Napoli è ancora notte e Roma sta ancora dormendo. Vengono dalla provincia, da quartieri dell’hinterland dove arrangiarsi è la regola e rimanere integri è un’impresa. Destini su barche di cartone che il mare porta dove vuole, quando non decide di affondarle. Chi rifiuta i salvagenti più facili da afferrare, quelli che non salvano la vita ma la corrompono, sa che la riva è poco più di un miraggio.
Giannino e Lucariello, nomi di fantasia, hanno scelto di credere in quel miraggio.
Hanno famiglie da mantenere, mutui, bollette e multe da pagare. Hanno bambini da mandare a scuola, scarpe da sostituire quando si consumano, compleanni da festeggiare anche quando i conti non tornano. Hanno da spiegare ai figli che uno zaino firmato è quasi una bestemmia. Lo stesso zaino, magari persino migliore, ma senza quel marchio cucito sopra, costa un terzo.
Hanno padrini da salutare con cortesia, qualche volta persino con gentilezza. Anzi, con ancora più attenzione, proprio perché loro non sono e non saranno mai affiliati. È una scelta che spesso si paga, perché li rende estranei a un potere che rifiutano e che, in cuor loro, disprezzano.
Ogni giorno salgono sui loro furgoni e percorrono duecento chilometri per arrivare a Roma.
Arrivano in una città dai mille semafori, una città che non li conosce e che loro conoscono appena. Cercano un angolo abbastanza visibile da attirare i clienti, ma non tanto da attirare i guai. Un posto dove poter vendere i loro prodotti. Dove poter, come dicono loro, «faticare».
Giannino arriva con il suo camioncino bianco. Dietro ci sono cassette di albicocche, ciliegie e pesche. Frutta scelta all’alba, caricata a mano, sistemata con cura perché ogni ammaccatura è un pezzo di guadagno che se ne va. Quando parla e mostra la sua merce alla gente che si avvicina curiosa, lo fa come se stesse presentando una persona cara. Un figlio.
Un fratello. Un parente stretto.
«Assaggiate, assaggiate e po’ me dicite! So’ ‘o zucchero sti cresommole!»
«Cresommole?»
«Albicocche! Accussì le chiamate voi, o no?»
Soppesa la frutta, riempie i sacchetti, accompagna ogni gesto con una battuta, una piroetta, un sorriso. Danza, Giannino. Perché è felice di poter lavorare. I clienti comprano la sua frutta. Lui paga il proprio futuro e quello dei figli. Di sottecchi guarda il portafoglio che si riempie lentamente e forse pensa che quello zaino brandizzato, magari parallelo, stavolta riuscirà a comprarlo davvero ‘o chiù piccerillo.
Lucariello ha un furgoncino più piccolo. Un giardino viaggiante. Fiori e piante debordano da ogni lato, spargendo profumi e colori. Sul furgoncino di Lucariello è sempre primavera, anche quando l’asfalto è rovente e l’aria vibra per il caldo. Anche lui si alza prima dell’alba. Va al mercato, sceglie personalmente ogni pianta, la osserva, la studia. Conosce ogni fiore, ogni foglia, ogni radice. Ne conosce il carattere e la provenienza. Sa quali resistono al sole e quali soffrono il vento. Quali bevono poca acqua e quali ne chiedono continuamente. Non vende soltanto fiori, ma storie, racconti. Piccole lezioni sulla cura. È felice quando una sua pianta sopravvive a lungo sul balcone di qualcuno. Truffare un cliente significherebbe truffare sé stesso. Se le sue piante sopravvivono, anche il suo lavoro lo farà.
Mentre parla gli si illumina il volto. Un orgoglio semplice, di chi sa fare bene qualcosa. Per qualche istante dimentica la fatica delle ore trascorse in viaggio e quelle che lo aspettano per tornare a casa.
L’altro giorno ho visto Giannino fermo in una strada del centro di Roma. Aveva già diversi clienti attorno al camioncino. Una signora sceglieva le pesche. Un uomo chiedeva il prezzo delle ciliegie. Un ragazzo aspettava il resto.
Poi è arrivata la Municipale. Le divise si sono fermate davanti al camioncino. Qualcuno dei clienti si è allontanato.
«Scusate, nun posso vendere chiù». Ripeteva restituendo il denaro che aveva ancora in mano. Guardava gli agenti con un’espressione che mi ha colpito. Sembrava un calciatore richiamato dall’arbitro prima dell’estrazione del cartellino. Una miscela di paura, rispetto e speranza. Le mani giunte dietro la schiena, il corpo leggermente piegato all’indietro, la voce conciliante. In attesa di capire il colore di quel cartellino. Poi ha aperto la portiera del camioncino e ha cominciato a cercare i documenti. Una fretta composta. Educata. Non protestava, non alzava la voce. Cercava soltanto di spiegare che, se anche aveva commesso un fallo, non lo aveva fatto per disonestà. Voleva soltanto giocare la sua partita su un campo non regolamentare. Per restare in piedi. Per rimanere onesto. Gli agenti ascoltavano, facevano domande, controllavano. Facevano il loro lavoro. Osservandoli avevo l’impressione che vedessero le stesse cose che vedevo io: una famiglia, dei figli, una storia. Forse perfino quello zaino brandizzato parallelo da comprare. Ma c’era anche una legge. Delle regole. E loro erano lì per farle rispettare. Due leggi a confronto, una scritta sulla carta, l’altra sulla pelle. Per un attimo mi è sembrato di assistere a un conflitto pasoliniano, uno di quei momenti in cui il mondo si divide in due verità che si guardano negli occhi senza riuscire a cancellarsi a vicenda.
Poi ci hanno chiesto di allontanarci. Mentre andavo via ho sorriso a Giannino, sperando che, rimasti soli, quegli uomini con due divise, quella dello Stato e quella della vita, riuscissero a trovare una terza legge. Quella del buon senso.
Poco più avanti ho trovato Lucariello con i suoi fiori.
«Vattenne, Lucariè. Sta arrivanne ‘a Municipale!».
Mi ha guardato a lungo. Negli occhi, quasi commossi, aveva qualcosa che assomigliava alla gratitudine per quella fratellanza improvvisa. Poi si è mosso in fretta. Ha chiuso il furgoncino, è salito a bordo e si è allontanato.
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