Maurizio de Giovanni: «Nel 1971 il Pontano aprì alle donne. E nulla fu più come prima»
Corriere della Sera - Cultura

Maurizio de Giovanni: «Nel 1971 il Pontano aprì alle donne. E nulla fu più come prima»

Giovedì 18 giugno 2026
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Per "Foto di classe", lo scittore si racconta ai tempi del ginnasio. «Quando mi iscrissi fu l'anno delle prime classi miste. Avevo 13 anni, per me fu un incontro devastante e copernicano»

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Maurizio de Giovanni: «Nel 1971 il Pontano aprì alle donne. E nulla fu più come prima»

di Vincenza Alfano

Per "Foto di classe", lo scittore si racconta ai tempi del ginnasio. «Quando mi iscrissi fu l'anno delle prime classi miste. Avevo 13 anni, per me fu un incontro devastante e copernicano»

Dove è nato il talento di Maurizio de Giovanni? Si può dire che siano germogliati già tra i banchi di scuola il suo modo di raccontare le storie, il suo sguardo sul mondo, la forza dell’immaginazione che ha partorito personaggi indimenticabili: il Commissario Ricciardi e Nanninella, il brigadiere Maione, la dolcissima Enrica, l’affascinante Livia, la squadra di Pizzofalcone? A quanto pare, sì, e Maurizio de Giovanni lo racconta a «Foto di classe», la rubrica sulla scuola che salva, che indirizza e che sogna.

Partiamo dalla foto: che anno è e qual è la scuola?
«Quarto ginnasio, istituto Pontano. Primo anno di scuola mista, fino ad allora era stata una scuola solo maschile. Nel 1971, il Pontano si aprì alle classi miste. Questa foto, quindi, testimonia il mio primo contatto con il genere femminile. A quell’epoca, a tredici anni eravamo bambini e non avevamo occasioni di uscire dall’ambiente familiare: quello fu letteralmente il mio primo contatto con le donne». 

E come andò?
«Fu devastante, epifanico, copernicano. Da quel momento in poi nulla fu più come prima». 

Nella foto si vedono tante belle ragazzine.
«Provavo ansia e imbarazzo. Sono un anticipatario, ero il più piccolo della classe, anche se ero il più grosso come dimensioni, come si vede nella foto, ero il più piccolo per età». 

Che sogni aveva quel ragazzino?
«Ero bravo, avevo voti alti, tra i primi della classe tra i maschi fino alla maturità. Nella foto, accanto a me, a sinistra, c’è una ragazzina con gli occhiali: è Gemma Tuccillo che è stata capo di gabinetto del ministro Orlando, presidente del Tribunale dei minori, e anche ora che è in pensione è uno dei magistrati più importanti d’Italia. Eravamo una bella classe, avemmo sessanta, cioè il massimo allora, in cinque, e poi ci siamo sistemati bene tutti». 

Chi sono gli altri maturati con sessanta?
«Gemma Tuccillo, Anna Laurini che è uno dei principali funzionari della Fao, Valerio Marotta che insegna diritto romano all’Università di Pavia, e Michele Scotto». 

Avete mantenuto i rapporti o vi siete persi?
«Con altri quattro compagni vado almeno una volta al mese a cena. Quest’anno sono cinquant’anni dalla maturità». 

Farete una festa?
«Stiamo cercando di organizzarci». 

Ha mai preso una nota in condotta?
«No. Ero rappresentante di classe, quindi, qualche volta, poiché erano pur sempre i primi anni Settanta e, ancorché molto attutito il Sessantotto si sentiva, qualche momento di dialettica forte con i professori c’era. Globalmente però era sempre una scuola privata per cui l’ipotesi di fare sciopero non si prendeva proprio in considerazione».

C’è un aneddoto, un momento divertente che ricorda?
«Ricordo quando facemmo una gita, proprio in quarto ginnasio: era la prima volta che dormivo fuori senza la mia famiglia. Fu un momento di grande disagio. Anche soltanto mettersi in pigiama fu difficile. Ero abituato a fare delle trasferte sportive, giocavo a pallanuoto all’epoca, ma con i compagni di squadra era diverso. L’idea che ci fossero delle ragazze che dormivano nella stanza accanto alla nostra, era qualcosa di assolutamente nuovo. Ricordo quell’emozione con grande tenerezza: era molto ansiogeno il contatto con le donne». 

Una nostalgia?
«Tutto. Ho nostalgia di tutto ciò che appartiene a quell’epoca: della famiglia, del sentirsi figlio, di non avere problemi di nessun tipo. I pensieri che avevi, e sembravano enormi, erano così piccoli. Nel voltarmi indietro ho tanta nostalgia. Ho avuto un’infanzia bellissima con una famiglia meravigliosa, una scuola dolce e accogliente e una città che era rassicurante. La delinquenza di oggi non c’era. Erano dieci anni prima del terremoto, la città era quella del boom economico, non c’era da aver paura di niente. Oggi si ha anche paura di guardare in faccia la gente». 

Quindi l’istituto Pontano ha contribuito al suo successo?
«Io credo assolutamente di sì. Non c’è nessuna delle persone che vede in foto - ognuno di noi è rimasto in contatto con qualcuno - che si sia perduto per droga, rivolgimenti criminali o situazione personali difficili. Sono tutti professionisti, professori universitari. L’unico disordinato sono io che ho avuto due vite, una in banca e una fuori, ma, a parte me che ho avuto questa deriva artistica, tutti gli altri si sono pienamente affermati». 

Questa cosiddetta «deriva artistica» ha un legame con i suoi studi al Pontano?
«Posso dire con certezza che nulla, di quello che ho studiato dopo la maturità, ha aggiunto qualcosa alla mia cultura personale. Tutto ciò che so, tutto ciò che mi è servito, è stato tutto seminato ed è germogliato tra quei banchi di scuola. Il resto l’ho coltivato su quella base. L’università non mi ha dato nulla in più dal punto di vista culturale di quello che ho avuto al liceo. Degli anni universitari ho una memoria confusa, mentre ricordo benissimo il liceo». 

Forse ricorda anche una sensazione di smarrimento rispetto alla scuola.
«L’università la fai da solo, il liceo lo fai in gruppo: questa è la differenza».

C’è un professore della sua classe a cui vuole dire qualcosa?
«Certo. Sono legatissimo, e ancora ci incontriamo, al mio insegnante di Lettere, Cesare Azan, che stimolava la mia scrittura e mi sosteneva, Era straordinariamente intuitivo, molto moderno, innovativo. Siamo ancora in contatto perché lui ha pochi anni più di me, era ed è un uomo di grandissima mentalità progressista. All’epoca era la mia finestra sul mondo». 

Ha visto molto in avanti. Ha scoperto il suo talento.
«Proprio così. Infatti, lui mi rimprovera. Dice che ho iniziato tardi».

Che cosa gli vuole dire?
«Voglio dirgli che lo ringrazio e lo ringrazierò fino all’ultimo respiro».

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18 giugno 2026 ( modifica il 18 giugno 2026 | 13:46)

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