Il realismo e il bisogno di reagire
Oltre la trappola del cinismo e della rassegnazione. L’esortazione nell’enciclica del Papa. Ritrovare la fiducia
Il realismo e il bisogno di reagire
Barbara Stefanelli | 17 giugno 2026Oltre la trappola del cinismo e della rassegnazione. L’esortazione nell’enciclica del Papa. Ritrovare la fiducia
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Nella Magnifica Humanitas — capitolo V, dedicato a quella che Leone XIV chiama la «cultura della potenza», subito accostata alla «civiltà dell’amore» — c’è un paragrafo che propone una mappa del mondo secondo due schieramenti. E che, soprattutto, indica un superamento di quel confine invisibile e infiammato tra noi. È un confine al quale ci stiamo abituando: accomodati sulle sponde, illusi di essere lucidamente in controllo e al riparo.
Scrive Robert Prevost: «Abbiamo bisogno di un sano realismo, che eviti tanto l’idealismo politico, quanto il cinismo. Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare».
Idealisti rinchiusi nelle proprie stanze insonorizzate e cinici affacciati dai tetti del sarcasmo si somigliano, perché — insieme — confermano l’esistente, non muovono più niente e nessuno, di fatto sono appagati e complici nell’inerzia. Il realismo «sano», invece, irrompe e spinge: si infila nello spazio, sottile ma decisivo, che separa l’accettazione dalla rassegnazione.
«Il realismo autentico — prosegue il paragrafo 218 dell’enciclica — non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi».
La differenza sta dunque nel «dopo». L’accettazione usa la stessa visione chiara della realtà come punto di partenza. Ma lo fa per muoversi. Perché le cose non miglioreranno, da sole. E dunque capire dove sei, dove siamo, è la condizione per decidere in che direzione provare ad andare.
Tutto questo riguarda gli Stati europei, per esempio, che assistono alla deriva delle istituzioni multilaterali, alla normalizzazione della guerra, alla cessione silenziosa di pezzi di sovranità a chi domina le infrastrutture digitali e i modelli che imbrigliano il pensiero collettivo. I 27 possono avvolgersi nel mantello dell’idealismo selettivo: invocare i sacri valori, denunciare i traditori e tuttavia non fare mai i conti con i rapporti di forza effettivi. Oppure scegliere i toni bassi del risentimento, ripetersi che è sempre stato così, che i più potenti fanno quello che vogliono dall’inizio della storia, che il progetto di una costruzione democratica allargata e condivisa è stato un’illusione e che ora è meglio tornare a fare da sé per salvare la propria coda dalle trappole del disordine internazionale.
Il «realismo autentico» è altro. Non nega quei rapporti di forza. Li vede, li misura e poi si domanda che cosa sia possibile ottenere e con quali regole, quali riforme, quali offensive comuni. È la postura che Leone XIV chiede alla politica.
È la stessa attitudine, però, che potremmo chiedere a ciascuno di noi per spostarci dal comfort della rassegnazione verso un’accettazione onesta della realtà, dopo aver dismesso lo scudo degli ideali privilegiati e quello dei cinismi impassibili. Finalmente sul ponte che conduce oltre la doppia acquiescenza.
Perché questa stanchezza che sentiamo — diffusa, collettiva, non riducibile a un intimo malumore — non è soltanto stanchezza per l’inefficacia della politica. È anche questo, certo. Ma sta diventando totalizzante, una stanchezza che si è presa il nostro «modo» di stare al/nel mondo come fosse l’unico credibile, l’unico vestito «adatto» che puoi indossare fino a sera senza sentirti goffo. Non esporsi mai, mai veramente, come forma di contenimento dignitoso del male che hai intorno e magari dentro. Ma non ci ha spossati questo non crederci più, non provarci più? Non ci ha sfiancati questa fatica quotidiana che ci vede organizzare le agende — «allineare», si dice, come in battaglia — soltanto per prevenire ciò che non abbiamo ancora nemmeno tentato pur di non scoprire un po’ di pelle?
17 giugno 2026
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