Victoria Chaplin a Napoli: «Basta tecnologia. Torniamo alla poesia delle storie»
Campania Teatro Festival, «Rendez Vous» è lo spettacolo che la straordinaria performer figlia d'arte con tutta la famiglia Thierrée per due sere al Mercadante
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Victoria Chaplin a Napoli: «Basta tecnologia. Torniamo alla poesia delle storie»
di Stefano de StefanoCampania Teatro Festival, «Rendez Vous» è lo spettacolo che la straordinaria performer figlia d'arte con tutta la famiglia Thierrée per due sere al Mercadante
«Oggi è diventato difficilissimo sorprendere il pubblico, ormai con la tecnologia multimediale è già stato fatto tutto, ogni cosa può succedere in scena, ma la nostra speranza è che forse le persone possano ancora essere emozionate proprio dal contrario, da un approccio artigianale, dall’immediatezza di corpi che attraversano lo spazio, dalla poesia delle nostre storie».
Parola di Victoria Thierrée-Chaplin, la straordinaria performer figlia d’arte che con il compagno di una vita Jean-Baptiste Thierrée e i figli Aurélia e James sarà stasera alle 21 e domani alle 19 al Mercadante per il Campania Teatro Festival con l’ultima produzione, «Rendez-Vous». Ovvero il racconto di un incontro, al crocevia dell’immaginazione. In questa occasione speciale, la famiglia Thierrée-Chaplin aprirà il suo album di ricordi, rivisitando come in una traversata onirica frammenti degli spettacoli del passato.
Come mai a un certo punto della vostra carriera a avete sentito il bisogno di recuperare vari frammenti del vostro percorso?
«In un momento incerto del nostro viaggio sentivamo una sorta di bisogno inconscio di riunirci e dire “ok, la vita è breve, cuciniamo qualcosa”, come se volessimo preparare una bella ricetta e assaggiarla. E perché non fare una ricetta con diverse parti dei nostri spettacoli messe insieme e trasformarle in qualcosa di veloce? Sarà un’occasione speciale in cui con Jean-Baptiste, Aurélia e James Thierrée apriremo il nostro album dei ricordi rivisitando come in una traversata onirica frammenti del nostro passato, dalla nascita del “Cirque Bonjour” nel 1971 al “Cirque Invisible”, passando per “La Symphonie du Hanneton”, “Aurelia’s Oratorio”, “Raoul” e “Murmures des murs”».
Cosa è cambiato in voi e anche nella risposta del pubblico fra oggi e i tempi del famoso «Cirque Invisible»?
«L’ultima volta che abbiamo fatto “Cirque Invisible”, è stato qui in Italia, a Siena, a Natale due anni fa. Eravamo molto nervosi: “piacerà ancora alla gente?”, ci chiedevamo. “Il suo fascino resisterà ancora a 25 anni dal debutto?”. Ebbene la grande sorpresa è stata che fin dai primi minuti il pubblico sembrava reagire nel modo giusto. Ora non so come andrà a finire perché tutto cambia. Oggi è tutto diverso, ma due anni fa siamo stati piacevolmente sorpresi dal fatto che la gente fosse ancora coinvolta e per noi è stata una grande iniezione di fiducia».
Lavorare con un gruppo familiare è una risorsa in più o a volte può essere anche un limite?
«La tua famiglia può essere allo stesso tempo divertente o un inferno. Noi abbiamo vissuto entrambe le esperienze, ma siamo sopravvissuti, perché questa è la complessità di “c’est la vie!”. Può sembrare una proposta ovvia ma l’idea sembra piacere molto alla gente, anche se non è affatto scontata. Abbiamo fatto le prove generali e ci siamo detti “ehi, ce l’abbiamo fatta!”. Certo, è una creazione, James si occupa delle luci e delle transizioni, quindi c’è ancora molto lavoro nuovo da fare, ma sembra che stia andando tutto bene e ora siamo emozionati di lavorare nel favoloso Mercadante, un teatro bellissimo!».
Infine una domanda per James Thierrée, che tipo di regia sarà?
«Potremmo ricorrere a ogni sorta di cliché, spiegarvi con dovizia di particolari il perché e il percome, dirvi che “Rendez-vous” o è un ritorno alle origini, un culmine artistico, una “mise en abyme” familiare, o ancora un modo di chiudere il cerchio. Potremmo parlarvi di trasmissione, di terreno teatrale, di lignaggio, di figli d’arte o di saltimbanchi idealisti che negli anni ‘70 crearono un nuovo circo. E ovviamente potremmo psicologizzare tutto questo, mettere in scena le nostre ragioni intime o le nostre stranezze comuni, ed esporre così un intero fascio di motivi che ci hanno spinto a condividere di nuovo il palcoscenico, qualche decennio dopo quella bella foto di famiglia ormai sbiadita. Ma non lo faremo. Vi lasceremo immaginare, sognare o ignorare tutto questo, per divagare ancora meglio insieme a noi nel cuore di questo appuntamento unico».
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