Lorenzo Sassoli e il nuovo libro su finzione e realtà: «Immagino un mondo in cui tutti sono obbligati a mascherarsi»
L'imprenditore, al suo quinto romanzo, presenta «Maskeropolis» il 17 giugno alle 18 in Salaborsa
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Lorenzo Sassoli e il nuovo libro su finzione e realtà: «Immagino un mondo in cui tutti sono obbligati a mascherarsi»
di Piero Di DomenicoL'imprenditore, al suo quinto romanzo, presenta «Maskeropolis» il 17 giugno alle 18 in Salaborsa
Da quando ha pubblicato il suo primo romanzo, nel 2020, Lorenzo Sassoli de Bianchi non si è più fermato. Ora arriva a quota cinque con il nuovissimo Maskeropolis. Nessuno è chi dice di essere (Piemme), che il neurologo e imprenditore bolognese classe 1952, da sempre cultore di arte e cinema, passione quest’ultima trasmessa anche al figlio regista Gregorio, presenterà oggi alle ore 18 in Salaborsa, in dialogo con Madelyn Renée.
Il libro viene presentato nella rassegna «Le voci dei libri», una delle creazioni di Romano Montroni.
«Romano sapeva meglio di tutti che i libri hanno una voce e che quella voce ha bisogno di essere ascoltata, fatta circolare. Sono convinto che il modo migliore per ricordarlo sia quello di continuare a farla vivere. Grazie a lui questa voce a Bologna è diventata patrimonio di tutti. È un grande merito per una persona che mancherà molto».
Perché un libro sulle maschere, sul fingere, sulla recita?
«Il romanzo nasce per raccontare una storia ma interroga il nostro tempo in un’epoca in tanti interpretano più ruoli, abbiamo tutti più di una maschera. Mi sono chiesto se non stessimo diventando attori inconsapevoli di una rappresentazione collettiva. Da qui l’idea di una città in cui la recita non è l’eccezione ma è una regola imposta, dove le persone indossano maschere per essere accettate. È un romanzo che a tratti si comporta come un saggio, non rinunciando però all’ironia, al paradosso, al piacere della storia».
Una storia che guarda al presente.
«Maskeropolis potrebbe essere ovunque, a Los Angeles, Shanghai, Parigi. Debbo confessare che, finito di scrivere il romanzo, guardando un po’ social e tv, mi sono accorto di non avere scritto qualcosa di distopico. In realtà è quasi un reportage».
Come nasce la figura del giovane protagonista?
«Gregorio Damian, studente di filosofia, è l’archetipo dell’innocente, tanto è vero che c’è un riferimento preciso a Voltaire. È un viaggio iniziatico, in cui un mondo in cui tutti recitano viene affrontato attraverso una figura che crede ancora che le cose possano essere chiamate con il loro nome e che esista ancora una verità, non intercambiabile come avviene oggi».
Che cosa l’ha guidata verso questo romanzo?
«Oltre a Candide mi sono riletto Don Chisciotte e un po’ Ionesco perché il teatro, recita dichiarata, diventa l’antidoto della recita occulta. Poi Pirandello e Kafka, anche Borges perché Maskeropolis è un po’ un labirinto. Non mi dispiacerebbe che il lettore si perdesse un po’, per ritrovare alla fine il senso».
Lei tocca nervi ancora scoperti come quelli dell’identità e della ricerca della verità.
«Sull’identità Pirandello aveva già detto tutto. La post verità e il condizionamento delle opinioni attraverso algoritmi e scatole nere di cui non sappiamo nulle sono temi enormi. Non parliamo poi dell’intelligenza artificiale e delle sue allucinazioni. Il più grande pericolo, detto da Sam Altman, il fondatore di Chat GPT, sarà la dipendenza. Non riusciremo più a prendere una decisione, anche nel privato, se non avremo interpellato l’IA. Invece viva l’errore, ammettere che qualcosa non si conosce. Sbagliare è umano, dagli errori impariamo. Lo si dice anche nel libro».
In che modo?
«Bisogna valorizzare un po’ il silenzio, nel romanzo c’è uno spettatore muto che si chiama Pubblico che osserva, nota, ricorda. In un mondo in cui siamo tutti immersi in un rumore permanente, il silenzio assume una qualità rispetto alla parola perché ci costringe a riflettere. Anche la scrittura si pratica nel silenzio».
Come si trova in questo ruolo di romanziere?
«La scrittura mi fa molto bene, i miei romanzi affrontano tutti dei temi legati alla mia esperienza di vita, sono strumenti di riflessione. La cosa che mi appassiona di più sono i personaggi, che poi prendono vita. È come crearsi nuovi amici, persone con cui dialogare che poi ti trascinano nella loro avventura. Il mio stile è sempre un po’ fantasioso, perché l’ironia e il paradosso mi consentono di vedere meglio quella che è la realtà».
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17 giugno 2026
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