Alice Mestriner e Ahad Moslemi, gli artisti della polvere: «È una materia viva, in continua trasformazione»
La coppia artistica e nella vita in esposizione a Bressanone eleva la polvere domestica a dispositivo di memoria e manifesto politico
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Alice Mestriner e Ahad Moslemi, gli artisti della polvere: «È una materia viva, in continua trasformazione»
di Silvia M.C. SenetteLa coppia artistica e nella vita in esposizione a Bressanone eleva la polvere domestica a dispositivo di memoria e manifesto politico
Ritratto - foto Giulio Favotto
«Parliamo di una materia viva, in continua trasformazione, che continua a esistere al di là dei limiti della percezione umana». Alice Mestriner, 31 anni, e Ahad Moslemi, 43, soverchiano l'immaginario comune che riduce la polvere a residuo inerte o a sinonimo di grigiore. Coppia artistica e nella vita, formatasi allo Iuav di Venezia dopo un incontro in Canada nel 2017, il duo posiziona la propria ricerca d'avanguardia al cuore di “Polvere (Staub)”. La mostra collettiva, curata da Michaela Stolte su incarico del Südtiroler Künstlerbund, rimarrà allestita fino al 15 agosto alla Galleria Civica di Bressanone, sotto i Portici Maggiori, dove dialoga con le opere di Jasmine Deporta, Jörg Hofer e Lois Weinberger, oltre a un'intervista di Alexander Kluge e oggetti storici della Hofburg.
I frammenti marginali
Mestriner e Moslemi elevano la polvere domestica a dispositivo di memoria e manifesto politico superando i limiti storici della vista. «Se osservata al microscopio, ogni polvere ha un suo colore, una sua struttura e una sua texture - spiegano -. È un mondo super colorato di elementi ibridi che continuano a evolvere e a muoversi». In galleria presentano quattro tappe fondamentali del loro percorso aperto a partire da “Futuro anteriore”, un tavolo che reinterpreta in chiave plastica il concetto classico della vanitas. «È una natura morta, ma in realtà è più che viva, fatta interamente di sculture 3D di polvere - rivela Alice Mestriner -. Un collettivo di frammenti marginali che creano un luogo di interscambio e nuove forme simboliche per l'epoca contemporanea, fortemente legate alle ricerche post-umanistiche».
Dust Flag
Il superamento delle frontiere geopolitiche emerge con forza in “Dust Flag”, opera nata all'interno della residenza Go Borderless per la Capitale della Cultura Gorizia-Nova Gorica. «Abbiamo analizzato la bandiera come simbolo istituzionale e politico per creare una bandiera dell'eterogeneo, costituita da un mondo interspecista in cui si fondono natura e umanità - prosegue Ahad Moslemi -. La polvere fluttua nell'aria, attraversa i confini e non si ferma mai». Questo nomadismo strutturale si ritrova nell'opera aperta “Archivio”: una raccolta di lettere con campioni di polvere inviati da tutto il mondo a partire dal 2017. «Sulle buste ci sono i vari indirizzi: le persone impossibilitate a transitare tra le frontiere lo fanno attraverso i loro stessi frammenti organici e quotidiani». Nonostante le origini iraniane di Ahad, il lavoro rifiuta letture didascaliche sulla cronaca: «La polvere guarda alla lunga durata del tempo, contiene una testimonianza del passato molto più ampia e onesta di un singolo evento attuale».
Futuro Anteriore, 2020
Verticalità orizzontali
L'abbattimento delle gerarchie storiche e di genere guida invece “Verticalità orizzontali”, installazione nata al museo etnografico di Tolmezzo come riscrittura postcoloniale di un dipinto del 1600 di Jacopo Linusio, industriale tessile che dominava la regione impiegando una massa invisibile di operaie. «Nel ritratto lui è in posa trionfale, mentre le donne sono ripartite in modo modulare, appiattite e senza spessore - anticipano gli artisti -. Abbiamo cercato di far emergere in maniera paritaria entrambe le parti e abbiamo creato un tessuto fatto al telaio in cui l'ordito è di polvere: all'interno di questa materia tutte le gerarchie cadono e ogni frammento serve a far emergere storie localizzate».
Mobile Garden
A Bressanone il dialogo si allarga alle fotografie di Jasmine Deporta, che catturano la luce resa percepibile dall'esperienza atmosferica delle particelle, alla terra del “Mobile Garden” di Lois Weinberger da cui germoglia la vegetazione, alla polvere di marmo di Lasa usata come pigmento materico da Jörg Hofer e ai sacchetti votivi della Hofburg. «La curatrice ha mostrato punti di vista molto diversi - riflettono Alice e Ahad -. Nei sacchetti storici ci sono piccoli frammenti donati alla chiesa trasformati dal tempo, non più leggibili ma dotati di un enorme impatto, proprio come la nostra materia che mette in discussione il linguaggio. Un micromondo invisibile che si compatta, trova una forma e porta alla luce la propria voce».
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