Merano, il collettivo Mai Ling presenta «Animacies»: l'arte diventa spunto di riflessione su alimenti e beni di consumo
A Kunst Meran la mostra che racconta attraverso le opere traumi, ingiustizie, discriminazioni e relazioni di potere: «Sguardi diversi da quelli occidentali»
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Merano, il collettivo Mai Ling presenta «Animacies»: l'arte diventa spunto di riflessione su alimenti e beni di consumo
di Camilla BertoniA Kunst Meran la mostra che racconta attraverso le opere traumi, ingiustizie, discriminazioni e relazioni di potere: «Sguardi diversi da quelli occidentali»
Zucchero di canna, curcuma, olio di palma, tessuti di fibravegetale intrecciata, piante esotiche, arazzi: quali vicende si nascondono dietro oggetti, opere e alimenti che fanno parte quotidianamente della nostra vita? A fare riflettere sul mondo che c’è dietro la produzione di alimenti e materiali di consumo abituale provenienti da altri continenti, sono le artiste e il collettivo Mai Ling nella nuova mostra, dal titolo Animacies, da oggi fino al 11 ottobre da Kunst Meran Merano Arte. La mostra è parte del progetto curatoriale triennale «The Invention of Europe» dei curatori Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi, giunto al terzo anno e sviluppato lungo una linea di riflessione che mira, attraverso l’arte, a spostare il punto di vista dal quale gli europei ragionano sul mondo e sulle sue vicende. È significativo che questo progetto sia stato accolto da un’istituzione come Kunst Meran Merano Arte che da anni persegue un lavoro inclusivo, attento a tutte le comunità linguistiche e culturali, comunicando ogni evento in italiano, inglese, tedesco e in lingua facile.
«Animacies attraverso installazioni, pittura, scultura e fotografia ripensa alle relazioni tra Europa e Asia – spiega la curatrice Lucrezia Cippitelli - decostruendo criticamente sistemi di lettura di matrice occidentale e coloniale. La mostra propone una serie di opere di artisti e artiste provenienti da contesti spesso marginalizzati nella narrazione occidentale dell’Asia, come ad esempio Bangladesh, Indonesia, Mongolia, Filippine o Isole Figi». Il titolo è difficilmente traducibile in italiano e in tedesco, ma è stato scelto ispirandosi alla teorica queer sino-americana Mel Y. Chen.
«Il termine si riferisce a capacità di agire, consapevolezza, mobilità e vitalità comuni a diverse entità – aggiunge Simone Frangi - . La materia, anziché essere considerata insensibile, immobile o “morta”, viene vista come capace di influenzare in maniera significativa la vita culturale, le relazioni sociali e le strutture di potere».
È questa la premessa per un modo di ragionare fuori da una logica di contrapposizione binaria, come animato e inanimato, soggetto e oggetto. Così accade che gli oggetti, e le opere che compongono, siano tutt’altro che muti, ma anzi, in grado di parlare di ingiustizie, discriminazioni e relazioni di potere sovrastanti e opprimenti. Questioni che si respirano e percepiscono fin dalla prima installazione, che invita a camminare sui sacchi destinati a raccogliere e commerciare lo zucchero di canna, parte dell’opera di Shivanjani Lal, australiana di adozione, ma originaria delle isole Figi dove è nata nel 1982. Nel video Becoming Stickiness del collettivo Mai Ling, fondato nel 2019 a Vienna da artisti e artiste anonime, protagonista è una pianta, il kudzu, introdotta in Europa come elemento ornamentale, oggi considerata infestante: a partire dalle sue caratteristiche di resilienza e le sue capacità di adattamento, viene scelta come elemento emblematico di vicende migratorie o legate alla considerazione della donna come oggetto decorativo.
Di sabbia, spezie, manufatti di legno e pitture murali si compone l’installazione di Chathuri Nissansala che costruisce un quadro di narrazioni legate al trauma intergenerazionale, alla violenza coloniale e alle questioni di identità culturale e di genere. Originaria dello Sri Lanka, dove è nata nel 1983, vive in Olanda, paese dal passato colonialista a cui sono legati diversi degli artisti in mostra, come Jennifer Tee che si muove tra elementi formali indonesiani e petali di tulipano. Storie di donne del Bangladesh si raccolgono nei tessuti intrecciati di Ashfika Rahman, mentre la cultura animista si percepisce nelle sculture zoomorfe di Bekhbaatar Enkhtur, ispirate a miti e tradizioni del suo paese d’origine, la Mongolia. In chiusura, la monocultura dell’olio di palma, con le storie di devastazione ambientale e di sfruttamento che sottende, nelle opere dell’indonesiano Elia Nurvista.
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15 giugno 2026 ( modifica il 15 giugno 2026 | 13:59)
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