No, non saranno i Mondiali di Trump: ecco perché
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No, non saranno i Mondiali di Trump: ecco perché

Giovedì 11 giugno 2026
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Protagonista dei Mondiali sarà il calcio nonostante si giochi nell’America di Trump. Anche in passato si vivevano tensioni ma poi restavano i gol

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No, non saranno i Mondiali di Trump: ecco perché

Aldo Cazzullo | 11 giugno 2026

Protagonista dei Mondiali sarà il calcio nonostante si giochi nell’America di Trump. Anche in passato si vivevano tensioni ma poi restavano i gol

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Quello che comincia oggi non sarà il Mondiale di Donald Trump. Per quanto il presidente degli Stati Uniti abbia organizzato la propria vita per dare ogni giorno un titolo, e se possibile essere il titolo del giorno, alla fine i protagonisti saranno i calciatori. E il Mondiale apparterrà a loro, e agli spettatori: noi.
Anche se le avvisaglie sembrano pessime, sarà un successo. E gli ascolti televisivi saranno ottimi; anche in Italia, nonostante l’assenza della Nazionale.
Certo, l’America che ospita i Mondiali è l’America di Trump. Che un arbitro designato dalla Fifa non possa entrare nel principale Paese organizzatore perché viene da una nazione che Trump detesta, la Somalia, è uno scandalo. L’idea di una squadra, l’Iran, che deve andare in ritiro in Messico, su una delle frontiere più difficili del mondo, Tijuana, per saltabeccare negli Usa solo il tempo strettamente necessario a giocare la partita e ripartire prima di mezzanotte, prima che la carrozza di Cenerentola ridiventi una zucca, sarebbe ridicola se non fosse drammatica. E i prezzi dei biglietti minacciano di trasformare il luogo popolare per eccellenza, lo stadio, in un club per ricchi.

La vignetta di Emilio Giannelli per i Mondiali 2026

Tuttavia pensiamo a tre anni e mezzo fa. Il Mondiale in Qatar fu contestatissimo. Si disse che il Paese ospitante violava i diritti umani. Ed era vero.
Chiunque sia andato in Qatar in quei giorni ha visto il ribaltamento dei principi della Rivoluzione francese, l’idea che gli esseri umani nascano liberi e uguali: gli immigrati dall’Africa e dall’Asia non potevano neppure entrare negli hotel riservati agli arabi, ai nordafricani, agli europei, e anche i «bianchi» erano divisi tra Vip, che potevano arrivare in auto fino allo stadio, Super Vip, le cui vetture blindate arrivavano sin dentro le tribune, e comuni mortali, che arrancavano a piedi sotto uno strano, caldo sole natalizio.
Poi però di quel Mondiale, a torto o a ragione, non restò la violazione dei diritti umani, ma la grande finale Messi-Mbappé, che speriamo di rivedere a Newark tra poco più di un mese. E anche se in finale arriveranno il Brasile di Ancelotti, la Spagna di Yamal, la Germania di Musiala, il formidabile Portogallo in cui CR7 faticherà a trovare posto o una squadra sorpresa, potrebbe essere comunque un bellissimo Mondiale. E se le novità, compresa la presentazione teatrale delle squadre con tutte le rose in campo, dispiaceranno ai tradizionalisti e intrigheranno altri, la discussione coinvolgerà tutti.

Lo sport non è mai separato dalla politica. Quasi ogni grande manifestazione sportiva è stata segnata dal suo tempo. Città del Messico, dove oggi si tirerà il calcio d’inizio, in quello stadio Azteca della partita più famosa di tutti i tempi, Italia-Germania 4-3, vide alla vigilia delle Olimpiadi del 1968 uno spaventoso massacro di studenti. Monaco 1972 è l’assalto agli atleti israeliani, Montreal 1976 il boicottaggio dell’Africa, Mosca 1980 quello americano — l’Italia se la cavò con formula andreottiana rinunciando all’inno, al tricolore e agli atleti militari —, Los Angeles 1984 quello sovietico. E sul Mondiale argentino 1978 gravava l’ombra di una dittatura che gettava gli oppositori dall’aereo. Eppure — per quanto sia brutto da dirsi — il ricordo che tutti ne abbiamo è quello di Kempes il capellone e del pianto degli olandesi battuti per la seconda finale consecutiva (e comunque Mario Kempes sparì dal campo per non stringere la mano a Videla).
Questo sarà un Mondiale molto interessante sul piano geopolitico, e non solo per la presenza dell’Iran. Il fulcro sono gli Usa di Trump, che vorrebbero annettersi un altro Paese organizzatore, il Canada, e provocare la caduta della presidenta messicana Claudia Scheinbaum, che oggi i tifosi dovrebbero accogliere meglio di quanto fecero i brasiliani con l’allora presidenta Dilma, fischiata senza pietà dallo stadio di San Paolo all’inaugurazione del Mondiale 2014.

Ma l’esperienza insegna che alla fine nessuna Olimpiade, nessun Mondiale viene ricordato solo per il posto che l’ha accolto. E nessuna grande manifestazione viene giudicata in base ai disagi organizzativi (ce ne sono stati pure a Parigi 2024, che pure tutti hanno giudicato un grande successo). Certo, è difficile separare Paolo Rossi «hombre del partido» dalla Spagna, la mano de Dios di Maradona dal Messico, il rigore di Baggio da Pasadena. E il ricordo della semifinale del 2006 non sarebbe altrettanto dolce se non avessimo sconfitto i tedeschi a casa loro. Ci ricordiamo cos’era il calcio italiano in quel momento? Con la Juve minacciata di retrocessione in serie C, tanto che la B apparve quasi uno scampato pericolo? Eppure quel Mondiale lo vincemmo.

Alla fine, quando la tv si accende sul prato verde, quando i più fortunati sentono il profumo dell’erba, quando suonano gli inni nazionali, quando si vede la rete gonfiarsi, quando i calciatori si abbracciano, ricomincia quella magia che ha ispirato scrittori e registi, che non può essere ridotta alla politica, che non può essere spiegata soltanto con la ragione. Bisogna viverla. Il calcio resta l’infanzia dell’umanità. E un giorno racconteremo ai nipoti di quando un presidente arrogante non riuscì a rovinare la festa del mondo.

11 giugno 2026 ( modifica il 11 giugno 2026 | 07:17)

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